Grandi edifici di idee
29 Febbraio 2008

Su impulso di Lucio Giudiceandrea, apro questo nuovo thread di discussione “filosofico”:
“… je mehr jemand ungestört in seiner eigenen studierstube vor sich hin philosophieren kann, umso eher mag er geneigt sein, große ideengebäude zu entwickeln und an solche zu glauben.”
(”… quanto più qualcuno può filosofeggiare indisturbato nel suo studio, tanto più sarà portato a sviluppare grandi edifici di idee e a credere in questi.”)
Il passo è tratto da un’intervista all’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt. Penso esprima molto bene la sua avversione per le ideologie: i sistemi di pensiero (politico e filosofico) che sono, se vogliamo, brillanti e coerenti al loro interno, ma che inevitabilmente finiscono per travisare la realtà. L’ideologia come schema di interpretazione del mondo che non parte dai fatti, ma che cerca di spiegare i fatti in base a idee pre/concette.
Don Chisciotte, che va in giro nel mondo trovandoci quel che aveva letto nei libri, è in questo senso una vittima della propria ideologia (o meglio: mitologia). Non vorrei essere frainteso. Il cavaliere dalla triste figura è simpaticissimo: tutti siamo un po’ dei Don Chisciotte. C’è addirittura un personaggio di Dostojevskij che dice che Cervantes ha scritto quella storia in risposta alla domanda: “chi è l’uomo?”.
Vi è però almeno un ambito nel quale, a mio parere, dovremmo in tutti i modi cercare di fare a meno delle ideologie. Questo ambito è la politica, intesa come sforzo di lettura e di intervento sulla realtà.
Vivere qui
29 Febbraio 2008
Nei numeri di gennaio e febbraio del mensile locale “Brixner” ho pubblicato due piccoli articoli in tedesco [qui] e [qui]. Oggi, contestualmente all’uscita del secondo, ho scritto anche il terzo, completando così una specie di piccola trilogia sul tema dell’”integrazione”. Ripropongo i primi due scritti in lingua italiana insieme alla conclusione. Lo sfondo teorico sul quale vanno letti è - manco a dirlo - il testo “Due Montagne“.
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Post scriptum: All’inizio della trilogia “Vivere qui” ho apposto una epigrafe: “Talvolta la più drastica limitazione della libertà non sembra consistere nel divieto di essere ciò che si è, ma nell’obbligo di non poter rinunciare ad essere ciò che si è“. In un piccolo libro di Giorgio Agamben (La comunità che viene, Einaudi e poi, edizione aggiornata, Bollati Boringhieri) si trova un capitolo intitolato “Agio”. Leggo:
Secondo il Talmud, ciascun uomo ha due posti che lo attendono, uno nell’Eden e l’altro nel Gehinnom. Il giusto, dopo che è stato trovato innocente, riceve nell’Eden il suo posto, più quello del suo vicino che si è dannato. Il malvagio, dopo che è stato giudicato colpevole, riceve all’inferno la sua parte, più quella del vicino che si è salvato. Per questo nella Bibbia è scritto dei giusti che nel loro paese riceveranno il doppio e dei malvagi: “distruggili con una doppia distruzione”.
È interessante a questo punto notare come Agamben introduca il tema dell’agio:
Il multiplo luogo comune, che nel Talmud si presenta come il posto del vicino che ciascun uomo immancabilmente riceve, non è che l’avvenire a se stessa di ogni singolarità, il suo essere qualunque - cioè tale e quale. Agio è il nome proprio di questo spazio irrappresentabile. (sott. mia)
Detto altrimenti: Dis-agio potrebbe voler dire: una drastica riduzione dell’avvenire a se stessa di ogni singolarità che coincide con un’individuazione (un solo posto, anziché due) capace di sottrarre spazio (e tempo) al nostro essere qualunque [quodlibet]. Per questo nel testo “Vivere qui” (che costituisce in ultima istanza una riflessione sul “dis-agio”) ho parlato spesso di Einengung e di Verschränkung…
Ancora una citazione dal testo di Agamben:
Il termine agio indica infatti, secondo il suo etimo, lo spazio accanto (ad-jacens, adjacentia), il luogo vuoto in cui è possibile per ciascuno muoversi liberamente, in una costellazione semantica in cui la prossimità spaziale confina col tempo opportuno (ad-agio, aver agio) e la comodità con la giusta relazione. I poeti provenzali (nelle cui canzoni il termine compare per la prima volta nelle lingue romanze, nella forma aizi, aizimen) fanno dell’agio un terminus technicus della loro poetica, che designa il luogo stesso dell’amore. O, meglio, non tanto il luogo dell’amore, quanto l’amore come esperienza dell’aver-luogo di una singolarità qualunque. In questo senso, agio nomina perfettamente quel “libero uso del proprio” che, secondo un’espressione di Hölderlin, è “il compito più difficile”. “Mout mi semblatz de bel aizin“: questo è il saluto che, nella canzone di Jaufré Rudel, gli amanti si scambiano incontrandosi.
Causa ed effetto
29 Febbraio 2008
Tash-blog
29 Febbraio 2008

Devo al carissimo Loiny (che a sua volta l’ha scoperto da Zangrando) la lettura di un blog davvero interessante, che ho da tempo inserito nel mio personale blogroll. Non ho ancora ben capito chi si nasconda dietro questo personaggio, ma lo stile delle sue riflessioni e i temi prescelti (anche i disegni, che mi pare siano dell’autore) sono di ottimo livello.
Oggi, poi, quando ho letto [questo] mi sono detto: caspita, com’è vero!
A parti invertite
29 Febbraio 2008

Generalmente non mi piace leggere la “cronaca” (motivo per cui ritengo che questa categoria - cronaca - non accoglierà molti articoli). Fatti di sangue, di violenza, non destano quasi mai la mia attenzione. Non solleticano la mia curiosità (un segnale in questo senso: non ho mai capito, fra l’altro, perché in occasione di un incidente si formano sempre quei capannelli di persone che stanno lì spesso solo a guardare, a mormorare, senza prestare aiuto o adoperarsi affinché le operazioni di soccorso possano procedere più speditamente).
Stamani, sfogliando il Corriere dell’Alto Adige, mi sono però imbattuto in una notizia che merita una “sosta” particolare: “Picchia la moglie e le strappa il Corano: violenze in famiglia, dodici mesi a quarantenne venostano“.
Qui ci troviamo insomma di fronte ad una inversione del solito luogo comune secondo il quale la violenza contro le donne partirebbe sempre da soggetti legati in qualche modo a culture giudicate “inferiori” (è il caso dell’Islam). Ricordo che non pochi sacerdoti hanno ammonito i “fedeli” (e “le” fedeli) a non correre il rischio di unirsi in relazioni con musulmani, pronosticando chissà quali disastri familiari.
Bene, ecco che invece qui il caso si ribalta. Nell’articolo si parla di un “altoatesino” (termine che nel contesto del pezzo non ci lascia capire di che lingua) che ha infierito ripetutamente contro la moglie musulmana, malmenandola, chiudendola fuori di casa e offendendola nel suo credo religioso (l’uomo è accusato di averle strappato in alcune occasioni diverse pagine del Corano per arrecarle dolore).
Non traggo ovviamente nessuna lezione “generale” da questo episodio. Se non questa: chi ama impartire lezioni “generali” cerca sempre di semplificare una realtà che non si lascia semplificare.
Autonomiefeindlich, Autonomiekritisch, Autonomiefreundlich
28 Febbraio 2008

Secondo un sondaggio commissionato dal Dolomiten all’istituto demoscopico “Market”, in vista delle prossime elezioni provinciali la Svp starebbe perdendo consensi (è accreditata al 51, 4 %), mentre la lotta per guadagnarsi la seconda posizione è tra i Verdi (dati all’8,5%) e i Freiheitlichen (all’8,1 %). Sembra che continui insomma la lenta erosione dei consensi tributati al partito di raccolta, tengono i Verdi e cresce la destra tedesca (all’aumentato gradimento per i populisti xenofobi Freiheitlichen si dovrebbero poi aggiungere i voti equamente divisi – con il 3,3 % - tra i sostenitori dell’Union di Pöder e quelli della trecciuta Klotz). Ovviamente il sondaggio austriaco non dice nulla sul possibile esito elettorale dei partiti italiani, ma possiamo scommettere che i lettori non noteranno troppo l’assenza di questi dati. Si sa: Südtirol ist nicht Italien.
Ad essere un po’ più “Italien”, invece, è sicuramente il famoso collegio elettorale di Bolzano e della Bassa Atesina, nel quale il ruolo giocato dalla destra italiana è infatti tale da costringere politici e opinionisti “tedeschi” ad interrogarsi sul senso di alleanze e/o patti di desistenza da stabilire per non consegnare la palma del vincitore nelle mani di forze giudicate – con ingegnosa scelta delle parole – “Autonomiefeindlich” (ostili all’autonomia) oppure “Autonomiekritisch” (critiche nei confronti dell’autonomia). Per stabilire però il grado di ostilità o di criticità nei confronti dell’autonomia sarebbe opportuno capire bene quale concetto di “autonomia” vogliamo far valere accingendoci a questo curioso tipo di misurazioni.
Quando per esempio la Svp afferma di voler partecipare alle elezioni con le mani libere (“Blockfrei”), ma non disdegnando all’occorrenza di entrare in un cartello elettorale definito genericamente “autonomista”, quale concetto di “autonomia” interpreta, se non esclusivamente quello che coincide con i propri interessi? In realtà, in tutte queste discussioni su chi starebbe o non starebbe dalla parte dell’“autonomia” c’è un difetto di forma. Finora “autonomia” ha sempre significato essenzialmente “autonomia da…”, “poter fare a meno di…”. Quasi mai ha rappresentato un progetto da costruire comunemente, soprattutto se ciò prevedeva una revisione di alcuni presupposti strategici e una significativa alterazione dei rapporti di potere intesi in senso “etnico”. Ma attenzione: pare che adesso qualcuno si sia rifiutato di firmare una cambiale in bianco a chi pensa di detenere il copyright dell’autonomia e abbia deciso di correre da solo (anche qui, in un certo senso, “Blockfrei”). Potrà per questo davvero essere accusato di non essere abbastanza “Autonomiefreundlich”?
Der Weg in die Mehrsprachigkeit
28 Febbraio 2008
Ripensare i diritti delle minoranze
27 Febbraio 2008
Thomas Benedikter mi ha segnalato la pubblicazione (online) di un articolo che fa il punto sulla questione dei “diritti delle minoranze” alla luce dei recenti fatti accaduti in Kosovo. Molto volentieri do il link per accedere alla lettura del suo pezzo (che personalmente giudico di una lucidità esemplare).
[Leggi]
Filosofia
26 Febbraio 2008

Visto il grande successo del thread dedicato a “Le parole e le cose”, ho deciso di inserire una nuova categoria di [SegnaVia] nella quale stipare tutte quelle discussioni particolarmente interessanti dal punto di vista della riflessione. La categoria si chiamerà, per l’appunto, filosofia.
Anagramma
26 Febbraio 2008

Cito da Wikipedia:
Un anagramma (dal greco ανα/ana-, “indietro”, e γραφειν/graphein, “scrivere”) è il risultato della permutazione delle lettere di una o più parole compiuta in modo tale da creare altre parole o eventualmente frasi di senso compiuto. Il significato delle parole risultanti non di rado risulta affine al contesto originario, o ad esso completamente opposto, producendo così sorpresa: o con effetti umoristici o, comunque, con interessanti associazioni (es.: attore = teatro, bibliotecario = beato coi libri). In realtà, maggiore è il numero delle lettere a disposizione, maggiore è la probabilità che l’anagramma realizzi tali associazioni, pertanto l’effetto di sorpresa dovrebbe essere limitato. Ma esso sorge lo stesso, per un meccanismo psicologico che porta a esagerare l’importanza dei successi (le poche frasi di senso compiuto) rispetto ai fallimenti (le innumerevoli frasi prive di senso). Gli anagrammi sono un gioco linguistico ed enigmistico.
Per un caso del tutto fortuito - e fatte le debite proporzioni! - vedo che il mio nick può essere anagrammato in un nome che mi sta particolarmente a cuore: Étranger = (H)an(s) (Eg)a(rter)
Di Hans Egarter leggevo qualcosa ieri sera, nel bel libro che Alessandra Zendron scrisse insieme a Piero Agostini (Quaranta anni tra Roma e Vienna, ediz. Eri).
In una intervista al quotidiano “Alto Adige” apparsa il 2 giugno del 1946, Egarter dichiarò:
Come non è corretto affermare che la popolazione sudtirolese è universalmente infettata di nazismo, così non è giusto dire che il Governo itailano non agisce democraticamente. Il sorgere e l’affermarsi della Lega Andreas Hofer, la sua attività clandestina, sono la testimonianza di questo, così come l’autorizzazione alle manifestazioni della Volkspartei e la libertà di stampa dei suoi organi sono la prova della democrazia del Governo italiano.
Su H. Egarter, un personaggio che dovrebbe essere studiato con curiosità da tutti i sudtirolesi (di qualsiasi lingua essi siano) leggi anche [questo]

