Nodi da sciogliere
11 Febbraio 2008
In vista delle prossime elezioni, all’orizzonte mi sembra ci siano due nodi da sciogliere. Il primo (più interessante) riguarda la strategia che verrà adottata per il collegio uninominale al Senato nella circoscrizione elettorale della Bassa Atesina. Tommasini (leggo le sue dichiarazioni sull’Alto Adige di oggi) afferma che esisterebbe la possibilità di dar vita ad un accordo in grado di coinvolgere PD locale, PATT e SVP. Cito: “Se davvero venisse avanti il patto regionale, anche con il PATT e le forze trentine, per avere un gruppo di senatori tenuti insieme dal progetto di un’autonomia di dimensione sempre più europea, che va difesa ma anche aggiornata… potrebbe essere la svolta nei rapporti tra Bolzano e Trento”. Mi chiedo. Quanto è plausibile che si realizzi una svolta del genere? Io sono un’ottimista della volontà (cioè mi sforzo di essere ottimista), ma ora come ora non riesco a credere che questi soggetti siano disposti a fare un autentico sforzo in questa direzione, pensando dunque più in termini di sfide future e di progetti innovativi, piuttosto che dedicarsi al calcolo minuto delle convenienze immediate e al solito lavoro di ritagliare il contorno delle proprie specificità (cfr. il mio editoriale di sabato).
Il secondo nodo da sciogliere (per me meno interessante) riguarda il nome del candidato che dovrebbe essere espresso dal neo-formato cartello elettorale intitolato PPL (Partito del Popolo della Libertà). Qui assistiamo ad un’accanita lotta per la poltrona tra AN e Forza Italia. Per comprendere la pochezza di una simile disputa rimando però ad un ennesimo “testo salvato” (un articolo scritto qualche anno fa), anche stavolta frutto della collaborazione tra me e il mio fraterno amico Loiny.
Non si capisce in cosa il progetto di Tomassini sia nuovo. Avete votato per Peterlini la prima volta e vi accingete a farlo per la seconda. Seguendo la linea del giornale cerchi di arrampicarti sugli specchi dell arzigogolo linguistico riuscendo a non dire niente di niente. In attesa di dichiarare fede imperitura nel NUOVO progetto. QUel che abbiamo sempre visto.Cioe’ aria fritta ed etnica. Alla faccia di Langer. Che simpaticoni che siete. Chi viene da voi si becca insulti e nessuna risposta (questo passa il convento, dalle vostre parti), supponenza ed un tot di sana arroganza pseudointellettuale. Poi siete in fila a tessere le lodi di chi non sa nemmeno chi sono Sacco e Vanzetti e fa di Rabin un martire palestinese. Che tu abbia una linea editoriale tua ed una del giornale, caro Gabriele, non ti fa molto onore. Contento tu…
Tommasini! Tomassini è quell’orrido individuo degno rappresentante di quell’altro orrido partito – di plastica – comandato da testa d’asfalto, già bellachioma. Ovvero, il vecchio che riavanza e non si leva più dalle ….
@superciuk
dici di Gabriele:
“Che tu abbia una linea editoriale tua ed una del giornale, caro Gabriele, non ti fa molto onore”
Se mai non fa onore al giornale, direi.
Luigi, io ho votato per Peterlini? Quando? Il progetto di Tommasini sarebbe nuovo (mi pare) se si costituisse quell’alleanza regionale della quale parlavo. L’arzigogolo linguistico dove l’hai visto? Per quanto riguarda la linea editoriale del giornale: non c’è, se intendi una linea unica. La linea editoriale è quella di consentire una certa pluralità di punti di vista amalgamati da uno stile (stile Corriere) che privilegia i toni bassi sulle grida belluine. Mi sembra una linea più che condivisibile, anche perché mi permette di dire sempre quello che penso nel modo più urbano possibile.
Sì, buonanotte! É, lascia perdere le grida belluine e i toni bassi (i mezzitoni?) Il Corriere censura né più, né meno che tutti gli altri giornali (di merda) d’Italia: non prendiamoci per il, con rispetto, culo, va!
Il Corriere “censura” nel senso che non pubblica? Ovvio. Il Corriere (chi lo dirige) spesso opera scelte che finiscono per non dare spazio a certe cose dandolo invece ad altre. Un giornale che pubblica TUTTO coinciderebbe con la totalità delle pagine stampate nell’universo e sarebbe difficile da maneggiare.
Penso che Il PD dovrebbe provare a presentare un candidato buono anche per la Svp e con un programma realizzabile. Ma dovrebbe candidare un personaggio con forte carisma. Non ne vedo all orizzonte. Il corriere e’ espressione di interessi e gruppi di potere che con la socialdemocrazia occidentale non hanno niente a che spartire. La pagina locale e’ stata su posizioni difficilmente sostenibili nell ambito di una cosiddetta doverosa ricerca della pluralita’ delle opinioni. E’ giornale di area e di gruppi di interesse. Le scarse vendite sono emblema del suo inesistente successo. Un giornale scritto ed impaginato in modo mediocre. Migliore firma? Naturalmente gabriele che, almeno, il guano se lo becca di ritorno e risponde. Vado a lavorare che ho ELternabend ed un sacco da fare.
PS Si lavora, ma e’ un’esperienza splendida
1. Un personaggio buono anche per la SVP? L’ARTIOLI!
2. Ogni giornale è espressione di interessi di gruppi di potere (o comunque con quegli interessi e con quei gruppi di potere deve fare i conti).
3. Cosa debba avere a che fare il Corriere con la socialdemocrazia è un mistero al quale forse Superciuk potrebbe tentare di rispondere una delle prossime volte.
4. “La pagina locale e’ stata su posizioni difficilmente sostenibili nell ambito di una cosiddetta doverosa ricerca della pluralita’ delle opinioni” (mah… cosa avrà voluto dire?).
5. Le scarse vendite sono emblema del fatto che è difficile schiodare le persone da certe abitudini (tipo leggere l’Alto Adige, un giornale sicuramente non migliore del Corriere dell’Alto Adige e, in più, persino sprovvisto delle pagine dell’edizione nazionale).
6. Migliore firma? Secondo me Florian Kronbichler.
É, ma che dici sulla censura: hai letto Travaglio per niente?
Oh, quando ti ci metti a voler sostenere l’insostenibile sei, per dir così, insopportabile….
Ho letto Travaglio con profitto. Ma sempre con una buona regola in testa: non pensare che sia possibile trovare ciò che qui viene mostrato come impossibile.
La regola non si capisce: e sì che quando ti vuoi spiegare – senza arzigogoli o forzature – ci riesci bene.
Allora mi spiego diversamente: sarebbe ingenuo leggere Travaglio come se quello che dice Travaglio suggerisse l’idea che potrebbe esistere un mondo nel quale l’informazione – libera e trasparente – fosse messa esclusivamente al servizio della ricerca (e della testimonianza) della verità. Come diceva uno che se ne intendeva: la verità è il prodotto di un gioco tra oscuramento e illuminazione. Una completa illuminazione non rientra nel campo della verità, ma del mito (illuministico) della verità. Travaglio è un po’ vittima di quel mito lì.
Un aggiornamento interessante (stavolta “in topic”):
http://www.brennerbasisdemokratie.eu/?p=1080#comment-5516
Ah, adesso è meno oscuro. Naturalmente non sono d’accordo.
Travaglio mi pare non suggerisca un bel nulla né sia vittima di chissà quali illusioni: semplicemente denuncia, da mane a sera, la merda dell’informazione italica. Che è ben e tutt’altra cosa rispetto al mithos de “l’informazione – libera e trasparente – …. messa esclusivamente al servizio della ricerca (e della testimonianza) della verità”.
Ora, mi auguro con tutto il cuore, spero tu non voglia tentare di far passare il concetto dell’informazione ideale contrapposta alla pragmatica dell’informazione. Sarebbe, anche il tuo, il classico cerchiobottismo alla Pigi (Pierluigi Battista vicedirettore del Corrierone nazionale): un altro pragmatico alla si fa per dire.
Io voglio dire solo una cosa. Pensare che l’informazione (intesa nel suo complesso) venga “liberata” dall’influenza di gruppi d’interesse (cioè venga liberata dal particolarismo: che per definizione implica un’oscuramento di altri punti di vista) è del tutto utopico.
Ovvio che la linea editoriale viene decisa da un direttore che è espressione della proprietà (o del controllo della proprietà), ma oscuramento è un pericoloso eufemismo – ed io al tuo posto mi guarderei bene dall’usarlo-, perchè qui stiamo parlando di informazione all’italiana (quindi di merda) ovvero di censura: che è, come dicevo sopra, ben altra cosa.
È il nostro solito dissidio. Tu ragioni in termini eminentemente “morali”, io in termini eminentemente “sistemici”. Tu sei sostanzialmente un indignato ottimista (anche se la porzione d’ottimismo che esprimi è minima); io sono un disincantato pessimista (anche se dentro a quel mio pessimismo si trova una porzione di ottimismo superiore alla tua). Mi complimento da solo con me stesso per questa brillante analisi.
Non c’entra nulla (e stiamo parlando d’altro): il problema è che i tuoi distinguo tendono a togliere dalla luce il fatto che in Italia c’è un informazione di merda asservita al potere come solo nelle repubbliche delle banane e che si avvale della censura come pratica corrente di giornalismo.
Generalmente sono anch’io incline al catastrofismo (soprattutto per quanto riguarda l’Italia). Ho comunque qualche difficoltà a ritenere che “altrove” (anche in paesi che senza troppe difficoltà tendiamo a reputare più civili del nostro) la situazione sia veramente più rosea. Ma è anche vero che non conosco così bene altri paesi da poter eseguire una comparazione credibile.
Anche questa frase “Generalmente sono anch’io incline al catastrofismo (soprattutto per quanto riguarda l’Italia)” significa gettare fumo negli occhi.
Io non sono per nulla incline al catastrofismo: sono invece vittima del realismo; cioè, di come stanno le cose veramente. E non è una dote, semmai un difetto: un grave difetto.
Senti quest’episodio: un mio amico mi racconta di una discussione avuta qualche settimana fa in un rifugio con un perfetto sconosciuto che si era intromesso in una conversazione su di un altro tavolo; questi diceva pressapoco “ma io non capisco, vi state sempre a lamentare dell’alto Adige, ma qui si sta benissimo….”, insomma, i soliti bla bla; io chiedo al mio amico “ma alla fine l’hai saputo come si chiamava questo?” e lui mi dice un nome a me notissimo: presidente di cooperativa locale, “intortato” con l’inceneritore e tutta un’altra serie di merde (non merde dell’informazione, altre merde); dico al mio amico “ma ti credo che lui accusa te di lamentarti, ora ti spiego chi è, e soprattutto cosa fa, lui” e giu carriolate di merdate (non dell’informazione) combinate da questo qui; e il mio amico “ah, hai capito lo stronzone: e mi viene pure a rompere i coglioni, mi viene, su quanto bene si sta qui; ah, che lui stia benissmo certo non c’è dubbio”.
Vedi, É: se c’è qualcosa che ci distingue, è questo. Io sono incline al parlismo dopo il fatticonosciutismo; tu sei incline al parlismo senza il fatticonsciutismo. Un parlismo un po’ estetico, un po’ fine a se stesso, mi vien da dire.
Sulla comparazione con altri paesi riguardo a come va la stampa da noi, basta leggere la classifica di House of Freedom (quella vera).
Diciamo che io non pratico il “parlismo” su fatti che non conosco o che mi interessano poco (tipo gli appalti per la costruzione dell’inceneritore). Viceversa, tu non ti tiri indietro a parlare di cose che conosci solo approssimativamente (ti rammento una istruttiva discussione sul concetto di “affirmative action”, intercorso qualche mese fa su BBD).
Uh, solo quello ci mancava: immagino, anzi, sono sicuro che tu sia convinto di aver avuto – allora – ragione. Anzi, no: come scriveresti tu, ragionissima. E invece, ancor oggi, non hai capito di che parlavo io. Ma a te, ormai è acclarato, interessa avere la meglio nelle discussioni in quanto obiettivo fine a se stesso. Che t’importa di sapere come stanno le cose veramente: se enunciando una tua tesi, te ne innamori – e praticamente succede sempre, vista l’altissima considerazione che hai di te stesso – guai a chi te la giudica. Ed è soprattutto questo – il tuo autoinnamoramento di quel che pensi, dici e scrivi – la miglior evidenza che per te il parlismo avrà sempre la meglio sul fatticonosciutismo: per meglio dire, l’ho detto io e chi mai potrà aver l’ardire – quando non l’altezza – di poterlo contestare.
Ma dico: come si fa a concludere un concetto con: “Mi complimento da solo con me stesso per questa brillante analisi.” E non venirmi a dire che trattasi di autosarcasmo toscano: ormai mi son fatto persuaso che tu non ne sia provvisto a sufficienza (a sufficienza per un toscano vero, intendo), altrimenti il vivere qui ti risulterebbe insopportabile.
1. Non tengo grande gana di riattivare una discussione già ampiamente conclusa. Per i curiosi (indovino e auspico pochissimi) valga questo esplicito link:
http://www.brennerbasisdemokratie.eu/?p=970
(In particolare la ridda dei commenti).
2. Non è vero che a me interessa avere la meglio nelle discussioni. Comunque non ad ogni costo (cioè andando a fracassarmi contro evidenze che non ero riuscito a cogliere).
3. Il parlismo dà sui nervi anche a me. Per questo (davvero) cerco di parlare sempre di cose che mi stanno realmente a cuore e/o che conosco abbastanza per poterne parlare senza vergognarmi.
4. La frase “mi complimento da solo…” era evidentemente autoironica. Ti do comunque ragione su un fatto. Non si trattava di ironia specificatamente “toscana”. Pensavo, cioè, che fosse comprensibile anche a persone con radici culturali diverse. Evidentemente qui mi sbagliavo.
Bah, se vado all’inizio del discorso, constato che, alla fin fine, hai deviato dall’argomento principale ogni qualvolta non hai avuto argomenti per controbattere alla informazione di merda all’italiana che adopera la censura come pratica di giornalismo corrente. È così? Molte sono le prove per il sì piuttosto che per il no. Quindi sei disposto a riconoscerlo senza nasconderti dietro presunti “catastrofismi” o altre cortine fumogene del genere? Oppure puoi produrre le prove del fatto che così non sia, ecc. ecc.?
Il resto (lo scarto) sono solo due cose: il tuo autoinnamorarti di quel che dici e la tua voglia di vincere le discussioni a prescindere. Che poi la seconda è l’ovvia conseguenza della prima: del tutto evidente che tu voglia avere la meglio, se quello per cui combatti è l’oggetto del tuo innamoramento (la tua tesi). Perdere sarebbe come una piccola morte, per te.
Sul fatto che l’informazione italiana sia largamente deficitaria (e/o – dunque – largamente perfettibile) non ci sono dubbi (né miei né di nessun altro: tranne forse di Cettina Failla, che si abbevera alle notizie confezionate da “Il Giornale”: un nome – preceduto da articolo determinativo – che è già tutto un programma d’imparzialità).
Che io non voglia vincere le discussioni “a prescindere” è palese per chi mi conosce bene (chiamo eventualmente testimoni in soccorso).
Sospendo per un attimo la questione in discussione per postare un intervento a richiesta. Direi che l’appello (visti anche i nomi) meriterebbe uno spazio a se stante.
Censura ‘legale’
Paolo Barnard – 11 febbraio 2008
Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, eccovi una forma di censura nell’informazione di cui non si parla mai. E’ la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell’appoggio dell’indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l’opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti ‘fuori dal coro’. Si tratta, in sintesi, dell’abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste ’scomode’. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d’informazione ve lo illustro citando il mio caso. Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto.
Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un’inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggio farmaceutico, trasmessa l’11/10/2001 (”Little Pharma & Big Pharma”). Col comparaggio (reato da art.170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: “Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie”) e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA).
L’inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la RAI la replicò il 15/2/2003. Per quella inchiesta io, la RAI e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004(1) da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte. Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della RAI prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare. Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale. Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva assicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla RAI, e dunque di non preoccuparmi(2). La natura dirompente delle nostre inchieste giustificava la mia preoccupazione. Mi fidai, e per anni non mi risparmiai nei rischi.
All’atto di citazione in giudizio, la RAI e Milena Gabanelli mi abbandonano al mio destino. Non sarò affatto difeso, mi dovrò arrangiare. La Gabanelli sarà invece ampiamente difesa da uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, lo stesso che difende la RAI in questa controversia legale.(3) Ma non solo. La linea difensiva dell’azienda di viale Mazzini e di Milena Gabanelli sarà di chiedere ai giudici di imputare a me, e solo a me (sic), ogni eventuale misfatto, e perciò ogni eventuale risarcimento in caso di sentenza avversa.(4) E questo per un’inchiesta di pubblico interesse da loro (RAI-Gabanelli) voluta, approvata, trasmessa e replicata.*
*( la RAI può tecnicamente fare questo in virtù di una clausola contenuta nei contratti che noi collaboratori siamo costretti a firmare per poter lavorare, la clausola cosiddetta di manleva(5), dove è sancita la sollevazione dell’editore da qualsiasi responsabilità legale che gli possa venir contestata a causa di un nostro lavoro. Noi giornalisti non abbiamo scelta, dobbiamo firmarla pena la perdita del lavoro commissionatoci, ma come ho già detto l’accordo con Milena Gabanelli era moralmente ben altro, né è moralmente giustificabile l’operato della RAI in questi casi).
Sono sconcertato. Ma come? Lavoro per RAI e Report per 10 anni, sono anima e corpo con l’impresa della Gabanelli, faccio in questo caso un’inchiesta che la RAI stessa esibisce come esemplare, e ora nel momento del bisogno mi voltano le spalle con assoluta indifferenza. E non solo: lavorano compatti contro di me.
La prospettiva di dover sostenere spese legali per anni, e se condannato di dover pagare cifre a quattro o cinque zeri in risarcimenti, mi è angosciante, poiché non sono facoltoso e rischio perdite che non mi posso permettere.
Ma al peggio non c’è limite. Il 18 ottobre 2005 ricevo una raccomandata. La apro. E’ un atto di costituzione in mora della RAI contro di me. Significa che la RAI si rifarà su di me nel caso perdessimo la causa. Recita il testo: “La presente pertanto vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la RAI s.p.a. dovesse pagare in conseguenza dell’eventuale accoglimento della domanda posta dal dott. Xxxx (colui che ci citò in giudizio, nda) nei confronti della RAI medesima”.(6)
Nel leggere quella raccomandata provai un dolore denso, nell’incredulità. Interpello Milena Gabanelli, che si dichiara estranea alla cosa. La sollecito a intervenire presso la RAI , e magari anche pubblicamente, contro questa vicenda. Dopo poche settimane e messa di fronte all’evidenza, la Gabanelli tenta di rassicurarmi dicendo che “la rivalsa che ti era stata fatta (dalla RAI contro di me, nda) è stata lasciata morire in giudizio… è una lettera extragiudiziale dovuta, ma che sarà lasciata morire nel giudizio in corso… Finirà tutto in nulla.”(7)
Non sarà così, e non è così oggi: giuridicamente parlando, quell’atto di costituzione in mora è ancora valido, eccome. Non solo, Milena Gabanelli non ha mai preso posizione pubblicamente contro quell’atto, né si è mai dissociata dalla linea di difesa della RAI che è interamente contro di me, come sopra descritto, e come dimostrano gli ultimi atti del processo in corso.(8) Non mi dilungo. All’epoca di questi fatti avevo appena lasciato Report, da allora ho lasciato anche la RAI. Non ci sarà mai più un’inchiesta da me firmata sull’emittente di Stato, e non mi fido più di alcun editore. Non mi posso permette di perdere l’unica casa che posseggo o di vedere il mio incerto reddito di freelance decimato dalle spese legali, poiché abbandonato a me stesso da coloro che si fregiavano delle mie inchieste ‘coraggiose’. Questa non è una mia mancanza di coraggio, è realismo e senso di responsabilità nei confronti soprattutto dei miei cari.
Così la mia voce d’inchiesta è stata messa a tacere. E qui vengo al punto cruciale: siamo già in tanti colleghi abbandonati e zittiti in questo modo. Ecco come funziona la vera “scomparsa dei fatti”, quella che voi non conoscete, oggi diffusissima, quella dove per mettere a tacere si usano, invece degli ‘editti bulgari’, i tribunali in una collusione di fatto con i comportamenti di coloro di cui ti fidavi; comportamenti tecnicamente ineccepibili, ma moralmente assai meno.
Questa è censura contro la tenacia e il coraggio dei pochi giornalisti ancora disposti a dire il vero, operata da parte di chiunque venga colto nel malaffare, attuata da costoro per mezzo delle minacce legali e di fatto permessa dal comportamento degli editori. Gli editori devono difendere i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e devono impegnarsi a togliere le clausole di manleva dai contratti che, lo ribadisco, siamo obbligati a firmare per poter lavorare. Infatti oggi in Italia sono gli avvocati dei gaglioffi, e gli uffici affari legali dei media, che di fatto decidono quello che voi verrete a sapere, giocando sulla giusta paura di tanti giornalisti che rischiano di rovinare le proprie famiglie se raccontano la verità. Questo bavaglio ha e avrà sempre più un potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o tv, di molto superiore a quello di qualsiasi politico o servo del Sistema.
Posso solo chiedervi di diffondere con tutta l’energia possibile questa realtà, via mailing lists, siti, blogs, parlandone. Ma ancor più accorato è il mio appello affinché voi non la sottovalutiate. In ultimo. E’ assai probabile che verrò querelato dalla RAI e dalla signora Gabanelli per questo mio grido d’allarme, e ciò non sarà piacevole per me. Hanno imbavagliato la mia libertà professionale, ma non imbavaglieranno mai la mia coscienza, perché quello che sto facendo in queste righe è dire la verità per il bene di tutti. Spero solo che serva.
Grazie di avermi letto.
Paolo Barnard
dpbarnard@libero.it
Note:
Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: “la parte convenuta RAI-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005…”. (si veda nota 4)
1) Tribunale civile di Roma, Atto di citazione, 31095, Roma 10/11/2004.
2) Fatto su cui ho più di un testimone pronto a confermarlo.
3) Nel volume “Le inchieste di Report” (Rizzoli BUR, 2006) Milena Gabanelli eroicamente afferma: “…alle nostre spalle non c’è un’azienda che ci tuteli dalle cause civili”. Prendo atto che il prestigioso studio legale del Prof. Avv. Andrea Di Porto, Ordinario nell’Università di Roma La Sapienza , difende in questo dibattimento sia la RAI che Milena Gabanelli. Ma non me.
4) Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: “Per tutto quanto argomentato la RAi-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l’Illustrissimo Tribunale adìto voglia:…porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria…”.
5) Un esempio di questa clausola tratto da un mio contratto con la RAI : “Lei in qualità di avente diritto… esonera la RAI da ogni responsabilità al riguardo obbligandosi altresì a tenerci indenni da tutti gli oneri di qualsivoglia natura a noi eventualmente derivanti in ragione del presente accordo, con particolare riferimento a quelli di natura legale o giudiziaria”.
6) Raccomandata AR n. 12737143222-9, atto di costituzione in mora dallo Studio Legale Di Porto per conto della RAI contro Paolo Barnard, Roma, 3/10/2005.
7) Email da Milena Gabanelli a Paolo Barnard, 15/11/2005, 09:39:18
Dopo la lettera di Barnard, e prendendola come veritiera in tutte le sue parti, invito il mitico, grande, eccelso, pioniere e paroliere Etranger ad effettuare ancora per noi spettatori la sua bellissima disanima fatta da Lui sopra, e ben racchiusa nella sua prima esternazione: “non pensare che sia possibile trovare ciò che qui viene mostrato come impossibile”. Forza Etranger, replichi Le Sue tesi, ora che praticamente Barnard Le ha offerto la prova di quello che Lei, più intelligentemente di tutti, affermava. Ma Lei per cosa si indigna?
Non mi indigno più per nulla. Al limite sorrido, sulla via dell’impermanenza.
Ah, volevo aggiungere anche una cosa. Non ho in principio nulla contro la pratica di cogliere l’occasione di un nuovo (mio) post per poi tirare in ballo gli argomenti che ad ognuno stanno più a cuore. Se questo però ogni volta si deve trasformare in un’opportunità di prendersela con me suggerisco ai vari indignati di aprire un loro blog personale e sfogarsi a piacimento in quel contesto. Chiedo troppo?
Bella idea, non ci avevo pensato. E se io aprissi un blog come punto di ritrovo per gli indignati, e poi venissi a trovarLa ugualmente quando sento di doverLe esprimere tutta la mia gratitudine per la sua migrazione in queste terre di barbari? Che dice, facciamo così? E non si indigni proprio ora: sorrida, invece.
Fondi un blog. Poi guardiamo.
Non mi dica che si sta indignando. Certo è che non sorride. Che sia già giunto allo stadio impermanente?
Magari.
@Étranger
qui vedo che i commenti sono prevalentmente off topic.
Comunque, ritornando al tema, condivido il contenuto dell’articolo “Il disagio e la clessidra”, che è molto efficace.
La mia impressione è che una analisi del genere si possa applicare talvolta anche ad altre parti politiche.
Quando si va alle elezioni sembra passino costantmente in scondo piano le idee e i valori e si comincia a ragionare soltanto di schieramenti. Pessima cosa, e mi chiedo, possimao fare qualcosa dai blog e, piu’ in generale, dalla rete perchè sotto elezioni si parli finalmente di politica in senso alto? E perchè emergano proposte e progetti realizzabili?
Caro Enrico, qui i commenti sono prevalentemente off topic perché c’è chi ama spropositatamente mettersi in evidenza (piuttosto che interagire con gli altri al fine di chiarire gli argomenti proposti). Questo ovviamente non deve essere inteso come un verdetto privo di attenuanti. Molto spesso è possibile operare divagazioni creative, divertenti. Per questo motivo non me la sento di censurare a priori chiunque si discosti dal tema o di reprimere chi ha deciso che prendersela col sottoscritto sia un buon modo di passare il proprio tempo (faccia pure). Vediamo. Quando la misura sarà colma vedrò di studiare qualche provvedimento (in ogni modo è escluso che questo spazio si trasformi in una palestra di piccinerie e risentimenti in stile muraiolo: piuttosto applicherò dei filtri e buonanotte).
Questo (a ben vedere) riguarda anche la seconda parte delle tue considerazioni. Certamente i blog possono fare qualcosa per elevare il tono della discussione. Però (come visto) sono strumenti anche facilmente sabotabili e vulnerabili. Un blog è fatto in gran parte dai suoi partecipanti (e con questo non voglio scaricare il barile). Rimane un fatto: una maggiore fluidità di accessi e un modo più disinvolto di affrontare gli argomenti (come propongo io) porta una maggiore effervescenza, ma anche un maggiore “rumore di fondo”.
Mi veniva in mente una cosa. Perché a me (proprio a me) si rinfaccia di non sapere che l’Italia è un paese di m. nel quale si pratica generalmente un’informazione di m.?
Non sono forse io ad aver scritto, non molto tempo fa, cose tipo questa?
http://www.brennerbasisdemokratie.eu/?p=974
É, a te si rinfaccia di fingere (con l’arte tua della retorica, naturalmente) che l’Italia non sia un paese di merda con un’informazione di merda. Valga ad esempio il tuo commento volto a tacciare di catastrofismo cadaun sostenitore di dette tesi.
Che poi, rinfaccia: è una parola grossa; diciamo che te lo si fa gentilmente notare….
Homo (longo) pendulus: ho due domande per lei; anzi, due interrogativi da far tremare le vene dei polsi.
Il primo. Il mio sforzo – che ricordo è teso a far sì che gli adepti di pervasionology che discorrono del qui e dell’adesso non sparino (e soprattutto – anche se in un secondo momento – non facciano) cazzate, è vano?
Il secondo. Qualora sia vano, possono essere considerati comunque inoffensivi?
RSVP.
[...] Senator Peterlini. Al Senato, se avessi il diritto di voto, la mia preferenza andrebbe a Oskar Peterlini. Non mi dilungo troppo sulle motivazioni che mi spingono a confermare tale sostegno, contestabile su più fronti. A parte la sostanziale mancanza di alternative credibili e apprezzabili (Vezzali? Angelucci e l’Arcobaleno, smarcatosi all’ultimo momento da un patto già quasi firmato?), rinnoverei la fiducia a Peterlini per il coraggio della sua posizione dichiaratamente a sinistra, pacifista e per una reale “convivenza”, in un partito come la Volkspartei basato al contrario su istanze conservatrici e di contrapposizione etnica. Di politici della Stella Alpina impegnati nel proporre al proprio elettorato una così forte coesione tra gruppi linguistici se ne sono visti ben pochi nella storia dell’Alto Adige/Südtirol. I tandem “SVP-Ulivo” prima e ”SVP-L’Unione” (con i partiti dell’attuale Sinistra!) poi, si sono rivelati vincenti sia sul piano della rappresentatività di questa parte di Sudtirolo a Roma, sia come soddisfazione popolare (penso soprattutto alla firma governativa per lo spostamento in galleria nella Bassa Atesina della tratta d’accesso sud al tunnel di base del Brennero). Nel cosiddetto “Patto di Salorno” siglato tra Edelweiß e ”Insieme per le Autonomie”, ovvero con il Partito Democratico altoatesino e le formazioni trentine raccolte attorno al Presidente Dellai, vedo non solo l’ennesima imposizione di Via Brennero bensì il tentativo di trasformare la politica parlamentare in “federale”, a difesa della nostra specificità regionale e/o provinciale [vedi]. [...]