In un certo senso
31 Marzo 2008

Sì, in un certo senso l’attaccamento degli italiani del Sudtirolo alla bandiera italiana (e all’identità nazionale in genere, al nome Alto Adige, ai fasci littori, al Commissariato del Governo eccetera) è molto simile all’attaccamento dei vecchi comunisti alla falce e martello. Il 1989 (anno del crollo del muro di Berlino), da questo punto di vista, è simile al 1972 (anno dell’approvazione del secondo statuto d’autonomia). Insistere su quei simboli, su quell’appartenenza, significa voler vivere in un mondo definitivamente tramontato.
Libellule
31 Marzo 2008

Ho rivisto il pezzo… per renderlo più da “Corriere”… Mah. In fondo meglio così.
Il frutto aspro della conoscenza
Oggi, durante un incontro organizzato dagli Istituti Superiori Parificati di Bolzano, è successo un fatto spiacevole. Il tema dell’incontro ruotava intorno alle scienze naturali e, per illustrarlo, era previsto l’intervento di alcuni relatori di lingua italiana. Con un’eccezione. Tanja Nössing, ricercatrice di un’associazione – denominata “Libella” – formatasi quattro anni fa per studiare il complesso e affascinante ecosistema delle libellule, ha infatti cercato di svolgere la sua relazione in tedesco, cioè nella propria madrelingua. E qui è scattata una reazione davvero censurabile da parte degli studenti. Rumori, segni d’impazienza e di fastidio, fischi. Parliamo pure di libellule, se proprio dev’essere, ma per favore: almeno non in tedesco!
È possibile trovare qualche attenuante nei confronti di un simile atteggiamento di rifiuto e di chiusura? A parte la maleducazione – che è da condannare comunque – si potrebbe forse dire che gli organizzatori dell’incontro siano stati incauti nel proporre ai ragazzi un contributo che, a causa delle loro diffuse e purtroppo anche ostentate carenze linguistiche, non era magari indicato per motivare attenzione e rispetto? Io credo di no. E azzardo questa nettezza di giudizio proprio facendo leva sulla difficoltà specifica, quella linguistica, cercando quindi di non minimizzare il problema, ma di trasformarlo in una sfida da affrontare con uno spirito completamente rinnovato.
È giudizio diffuso – specialmente nell’opinione pubblica di lingua italiana – che i tradizionali metodi d’insegnamento della seconda lingua non siano sufficienti per apprendere il tedesco. Per questo ci si appella spesso ad innovazioni metodologiche che prevedono tutte una maggiore esposizione degli studenti alla lingua “parlata” e “vissuta”. Benissimo. Ma come sarà possibile (se e quando sarà possibile) valorizzare queste innovazioni se non cominciamo a capire che un effettivo confronto con l’altra lingua potrà risultare inizialmente anche difficile, in certi casi persino respingente, e dunque che occorre un supplemento di motivazione e di slancio?
Se dovessimo interpretare quanto accaduto a Bolzano alla luce di un possibile auspicio nei confronti di quella società compiutamente e virtuosamente plurilingue che vorremmo costruire, non c’è dubbio: non si tratta di un segno incoraggiante. Non è possibile chiedere da un lato più opportunità, anche più diritti, se dall’altro non assumiamo un atteggiamento più responsabile e consapevole dei sacrifici che questo comporta. L’albero della conoscenza ha frutti prelibati, ma non è escluso che il primo morso ci sembri un po’ aspro.
Abecedario
31 Marzo 2008
A e B giustapposti a frantumi ne tentano a verbo
l’amalgama reciproca
A dipana e ricuce a vita per B e B a converso
Stupefazione inversa a verifica: l’amalgama di A
è quella vissuta da B e viceversa
(Nanni Menetti, Shakespeariana, XXXI – Microviolenza, Anterem edizioni, 1995)
Nel tempo libero, coricati tra i piloni di un viadotto, ci si chiede se la piaga sudtirolese/altoatesina sia artificiale oppure no: A stabilisce che la piaga è autentica. B lo contraddice sostenendo che essa è artificiale. C, scuotendo la testa, puntualizza che solo la ferita sudtirolese può essere considerata autentica. D, intuendo nelle parole di C un’accusa di inautenticità all’indirizzo della ferita altoatesina, si incupisce e si chiude in un silenzio rancoroso. E si prova a ribaltare l’argomento di C, concludendo che oggi solo la ferita altoatesina è una ferita autentica. F svolge fino in fondo il pensiero di E e afferma che la piaga sudtirolese è una messinscena. G, indispettito dalla mancanza di equilibrio di F, vorrebbe ricucire lo strappo tra C e E, ma non trova le parole adatte. H nega la realtà della piaga e invoca una sua rimozione sul piano del discorso. I puntella il pensiero di H cucendogli addosso una citazione autorevole: “Le parole che usiamo protraggono nel tempo una conflittualità in realtà già superata. Bisogna adeguare le nostre parole, abbandonare quelle vecchie, irrigidite, che irrigidiscono il parlare e il pensare”. J si dichiara d’accordo con H e invita i presenti a cassare la parola piaga dai vocabolari. K declina l’invito di J, argomentando che la soluzione di H, ancorché nobilissima, è una falsa soluzione: “perché la piaga”, dice lui, “prima di essere una parola stampata sui nostri vocabolari, è una ferita aperta nei nostri cervelli”. La reazione di L, secondo il quale l’epifania delle lettere J e K segnalerebbe una deriva intollerabile verso l’universo alfabetico tedesco, induce a pensare che K non abbia tutti i torti. M, lasciando cadere la provocazione di L, decide di ricominciare daccapo e articola le posizioni di A e B coniando una definizione terra terra: la piaga sudtirolese/altoatesina era una piaga autentica che con il tempo è diventata artificiale. N, come si dice in questi casi, alza la posta teorica e ipotizza che l’autenticità della piaga, oggi, coincida con il suo essere artificiale. O prova a fare di più, precisando che una piaga autentica, allo scopo di perpetuarsi, è costretta a riprodurre artificialmente la propria autenticità. P, sentendosi intrappolato tra l’affettazione di N e la supponenza di O, tenta una via di fuga mollando una puzzetta. Q avalla il punto di vista di C e giudica “palesemente fascista” l’enunciazione di F. R, per ripicca, documenta il passato nazionalsocialista del padre di Q. S, ancora immerso nelle atmosfere di P, sentenzia che questa comunità di discussione è una comunità di discussione di merda. T definisce il bla blà sulla piaga “un modo come un altro per nascondere i fatti”. U, incluso nello spazio mentale di T, parla di bollette e di gente che non arriva a fine mese. V, dati alla mano, ribadisce l’urgenza improrogabile dei problemi ambientali. W annuncia il collasso del pianeta e con esso la definitiva estinzione della piaga. X, nel frattempo, ha una visione: “il neotribalismo è una mano globale le cui terminazioni, probabilmente migliaia di migliaia, sono artigli conficcati fino all’osso nelle piaghe locali”. Y, tirando le somme, dice che quest’accozzaglia di mezze menzogne e di mezze verità non è soltanto l’abecedario del nostro mutismo, ma è la sostanza specifica della nostra verità. Z gli dà ragione e aggiunge che questo scheletro comunicativo e nessun altro è il nostro alfabeto: nelle lettere che lo compongono, prese nel vortice dei loro antagonismi, sono inscritti i nostri possibili destini”.
Tutt’intorno si spande un odore di asfalto e di pneumatici. Le macchine parcheggiano. Anche i camion parcheggiano, ma la manovra è un po’ più lenta. “Siamo al termine del viaggio” dice O “Tutte le combinazioni sono state sperimentate, ogni accoppiamento è già stato tentato. I giochi sono fatti e rien ne va plus”. Dopo aver finito di parlare, però, si rannicchia ai margini del discorso, dove i razzi scintillanti accendono i motori, e fa l’autostop.
Grandi versioni di grandi pezzi 3
31 Marzo 2008
Radiohead, Idioteque
Lana. 28 marzo 2008. Un reportage
30 Marzo 2008
Venerdì scorso sono andato alla Podiumsdiskussion organizzata dagli Schützen di Lana sul tema “Freistaat Süd-Tirol”. Eccone un reportage per punti.
1. Scendo a Bolzano per incontrare Riccardo Dello Sbarba. Ho appuntamento con lui alle 19.00, sul grande parcheggio della Metro. Per scherzo, al telefono, gli avevo detto che, nel frattempo, io ero diventato il comandante degli Schützen di Lana. Titolo del quale - sostenevo - vado ovviamente molto orgoglioso. Per questo motivo avevo anche esortato Riccardo a non comportarsi da tipico “italiano” (mafia, pizza, mandolino e baffi neri) e ad essere teutonicamente puntuale. Riccardo, che è uomo di spirito, mi aveva dato subito il suo “deutsches Wort” che sarebbe arrivato puntualissimo. È arrivato con 15 minuti di ritardo, rovinando il gioco. Di comune accordo abbiamo quindi deciso di restare quello che siamo: due toscani trapiantati quassù.
2. Confesso che solo quando sono insieme ad un toscano riesco a lasciarmi andare, a parlare con l’accento della mia città d’origine. Riccardo è di Volterra, io sono di Livorno. Apparentemente due città vicine, ma chi conosce la geografia (anche quella umana) della Toscana sa che non è così. Volterra è una cittadina antichissima, arroccata su una collina aspra ed adusta. Dalle nostre parti si dice che i volterrani sono tutti un po’ pazzi, per via del vento che lassù soffia più forte oppure pensando al manicomio che un tempo si trovava lì (mi pare adesso non ci sia più). Altre cose notevoli di Volterra: la deposizione di Rosso Fiorentino, conservata nella Pinacoteca Comunale, e l’ombra della sera, una sculturina di bronzo, di epoca etrusca, di forma allungata, praticamente un’opera di Giacometti ma realizzata quasi tremila anni prima che fosse nato il grande artista svizzero. Di Livorno invece bisogna notare ovviamente il mare e il carattere chiassoso e burlone dei suoi abitanti (noto in tutto il mondo in seguito alla celeberrima “beffa” delle teste di Modigliani). Durante il viaggio abbiamo farcito il dialogo delle solite volgarità che in Toscana addobbano sempre ogni discorso. Anche il più elevato.
3. Arrivati a Lana, davanti alla sala della Raiffeisen che ospita la Podiumsdiskussion, l’atmosfera è un po’ quella dei concerti rock. Vale a dire che il pubblico, raccolto in piccoli crocchi, esibisce un abbigliamento e in generale un’aria che fa pensare ad un preciso indirizzo d’idee e di gusti, come per l’appunto accade fuori dai teatri o dagli stadi nei quali suonano gruppi musicali che rappresentano una determinata tendenza. Beviamo un paio di caffè in un bar vicino e poi entriamo.
4. (Non so perché, ma mi aspettavo che Riccardo godesse di una maggiore popolarità. Che venisse riconosciuto di più, per esempio in quel bar. Dopo tutto è il presidente del Consiglio Provinciale, è cioè un personaggio molto presente in televisione e sui giornali locali. Invece niente. Come se fosse “vassallianamente trasparente” anche lui. Lui che è l’autore di un libro scritto quasi apposta per rovesciare o comunque contestare il “paradigma Vassalli”. A conferma ulteriore di questa impressione: quando ha incontrato l’organizzatore della serata - il vero comandante degli Schützen locali - questo gli ha detto che in realtà lui avrebbe voluto invitare Reinhold Messner, ma siccome l’ex scalatore non poteva… allora hanno chiamato lui).
5) Prima della discussione vera e propria, il programma prevedeva tre brevi Impulsreferaten di Harald Stauder (in seguito moderatore della serata), del professor Karl Socher e di Fabian Baumgartner, figlio del più famoso Walter. Ecco in pillole quello che hanno detto:
Harald Stauder ha cercato di preparare il terreno parlando delle minoranze esistenti sul territorio europeo. Ha poi toccato le diverse modalità con le quali, recentemente, alcuni piccoli stati si sono potuti formare “staccandosi” da contesti nazionali o geopolitici più ampi (Montenegro e Kosova, per esempio). Il suo è stato un intervento diciamo così meramente illustrativo, dal quale (a mio avviso) non si poteva ricavare una chiara presa di posizione a favore della realizzabilità di un progetto indipendentistico sudtirolese.
L’anziano professor Socher ha cercato di spiegare perché, dal suo punto di vista, un piccolo stato ha migliori possibilità di affermazione e di successo di un grande stato. L’esposizione non era molto approfondita, tanto che questa sua teoria alla fine equivaleva ad una semplice dichiarazione di fede (piccolo è bello). Poco convincente: non è tanto la dimensione a decretare il buon funzionamento di uno stato, ma le sue dinamiche interne e i suoi rapporti con l’esterno. Però una cosa chiara il professor Socher l’ha detta: l’ipotesi di uno stato indipendente è - per il Sudtirolo - più realistica e generalmente desiderabile di quella che prevede l’annessione (o come dicono alcuni, sbagliando: riunificazione) all’Austria.
Fabian Baumgartner ha puntato tutto sui “sentimenti patriottici”, parlando del fastidio di veder concorrere atleti sudtirolesi sotto la bandiera italiana nelle competizioni internazionali. Per questo motivo, ha detto, sarebbe auspicabile lavorare per ottenere - almeno nello sport - una totale autonomia dal riferimento nazionale. Baumgartner non ha comunque sentito la necessità di riconoscere che i primi a non sentire questo “problema” sono gli stessi atleti, cioè chi poi dovrebbe effettivamente gareggiare per una “nuova” squadra sudtirolese.
6) Veniamo alla discussione vera e propria. I partecipanti, oltre ai tre relatori, erano Karl Zeller, Riccardo Dello Sbarba, Alois Wechselberger e Elmar Thaler (dello Schützenbund). Ecco come - sempre per rapidi tratti - hanno cercato di mettere in luce le loro idee. (Lo farò procedendo per gradazione d’intensità, dal più debole al più forte, vale a dire suggerendo una progressione di qualità e di rilevanza dei loro interventi. Una qualità e una rilevanza che non dipendono - peraltro - dal mio isolato punto di vista, ma che potevano anche essere percepite anche in base alle reazioni del numeroso e tutt’altro che imparziale pubblico presente).
Alois Wechselberger: in qualità di rappresentante di un movimento (Liste-Tirol) d’ispirazione patriottica e popolustica, il giovane politico del Nord Tirolo ha cercato di perorare la causa indipendentistica riferendosi ai valori dell’unità pan-tirolese (escludendo però come sempre il Trentino) e accusando Zeller (in qualità di esponente della SVP) di completa inattività sul versante dell’autodeterminazione (”ihr könntet nur quatschen“). Tutto l’impianto della sua argomentazione è velleitario e irrealistico. Da politico di un paese in fin dei conti “straniero” Wechselberger dovrebbe sapere che una ridefinizione dei confini e un’inclusione del Tirolo meridionale all’interno della repubblica austriaca rappresenterebbe una sfida micidiale e di complessissima soluzione proprio per il paese a situato a nord del Brennero. Ma facendo leva esclusivamente su slogan ad effetto è chiaro che questi non sono aspetti da lui tenuti in considerazione. Molto concretamente, Zelger annichilisce l’inconsistente posizione di Wechselberger, si sbarazza agilmente delle sue risibili accuse e con poche battute riduce l’ospite al ruolo di semplice comparsa (il pubblico non gli rivolgerà neppure una domanda).
Elmar Thaler e Fabian Baumgartner: li accomuno perché il secondo in pratica non farà che ribadire quello che ha già detto nel suo Impulsreferat. Anche loro, al pari di Wechselberger, cercano di evidenziare soprattutto l’aspetto sentimentale ed emotivo della questione indipendentistica. Ma per farlo sono costretti a ricorrere a delle affermazioni o completamente ovvie (il diritto di esprimersi nella propria madrelingua…) oppure basate su una versione insosteninile dei fatti (Baumgartner recita per esempio la sterile litania di una minoranza - quella tedesca - che permanendo in Italia sarebbe destinata ad estinguersi…). Di ragioni serie, effettive, manco l’ombra. Siccome all’ingresso avevo acquistato il libro di Margareth Lun sulla grande manifestazione di Castelfirmiano (Der Tag von Sigmundskron), ho modo di leggere: “Norbert Gasser ging am Rednerpult vor allem auf die sozialen Problemen der Südtiroler ein: Arbeitslosigkeit, Wohnungsnot, Abwanderung“. Questi erano i problemi della minoranza sudtirolese nel 1957. Il corso successivo dell’autonmia li ha spazzati via. L’impressione è questa: chiunque, oggi, tenda a presentare la minoranza tedesca e ladina alla stregua di un “popolo” oppresso fa la figura dell’imbecille. E questa è sostanzialmente la figura che hanno fatto Baumgartner e Thaler.
Karl Zeller: non ci fosse stato Dello Sbarba (del quale dirò) sarebbe ovviamente stato lui il protagonista della serata. Su Karl Zeller bisognerebbe aprire una lunga parentesi. Da quel che ho capito, lui rappresenta all’interno della SVP l’interfaccia più affidabile quando bisogna rivolgersi ad un pubblico come quello dell’altra sera. In queste occasioni egli infatti fa valere una capacità che sfrutta due posizioni di forza: da un lato egli si dichiara vicino alla “causa patriottica”, può permettersi di dire che la sua visione delle cose non è troppo diversa da quella dei vecchi esponenti del BAS (in sala, tutto agghindato, era presente anche Sepp Mitterhofer) e può ribadire che la prospettiva autonomistica non esclude quella autodeterministica; dall’altro, però, egli sa anche richiamare le difficoltà specifiche (anzi: insormontabili) che potrebbero scaturire da un’avventato ricorso a quel diritto fondamentale dei “popoli”. Senza una concreta minaccia portata dall’esterno all’edificio autonomistico - afferma - la causa dell’autodeterminazione non riceverebbe nessuna solidarietà internazionale. Perciò essa deve restare presente soltanto al livello di mera possibilità, finché il quadro complessivo dei rapporti “reali” non consenta di tentare quel passo estremo. È un gran furbone, Karl Zeller. E sa togliersi d’impaccio anche in modo risoluto e arrogante. Un esempio su tutti: quando Helmut Taber (un giovane rappresentante politico dell’Union für Südtirol di Pöder) lo accusa di guadagnare troppo, Zeller lo corregge dicendo che lui guadagna in realtà molto di più di quanto ha affermato Taber. E che guadagnerebbe ancora di più, se lasciasse la politica. Davanti a tanta sicumera la platea ammutolisce. Non so se più intimidita o ammirata.
Riccardo Dello Sbarba: il suo intervento è stato di gran lunga il migliore. Dico questo non perché Riccardo sia un amico e le sue posizioni siano in qualche modo più vicine alle mie (in fatto di autodeterminazione non lo sono). Lo dico perché il suo contributo è stato brillante, circostanziato, efficace e soprattutto utile. Mi soffermerò solo su quest’ultimo punto, rimandando alla lettura del testo da lui preparato per l’occasione un’eventuale discussione delle sue tesi (il testo lo allego in calce a questo articolo). Ecco perché - in dettaglio - considero l’intervento di Riccardo particolarmente prezioso dal punto di vista dell’utilità:
a) Riccardo è un italiano (un sudtirolese e un politico “italiano”, con importanti responsabilità istituzionali). Senza considerare la posizione degli “italiani” ogni riflessione sull’autodeterminazione rischia sempre di apparire parziale e priva di prospettive. Il fatto che lui sia andato lì e (parlando in tedesco) abbia esposto le sue considerazioni rappresenta un fatto innovativo e da qui in avanti ineludibile per chiunque voglia riflettere seriamente su questa questione. Di questo se ne sono accorti tutti.
b) Riccardo ha evidenziato che l’aspetto più interessante, parlando di autodeterminazione, non riguarda certo la questione dei “confini” (secondo lui non alterabili), quanto piuttosto il processo democratico al quale essa dovrebbe appellarsi. Quello che oggi manca - in Sudtirolo - non è tanto una maggiore quantità di “autogoverno”, quanto piuttosto una maggiore partecipazione di tutti i sudtirolesi al governo del territorio. E questo - ha aggiunto - dovebbe essere un obiettivo da tenere presente prima di qualsiasi discorso ulteriore (rilevo soltanto che proprio sottolineando l’istanza appena citata, Eva Klotz ha posto a Dello Sbarba una domanda interessante: gli ha chiesto cioè se non fosse possibile ottenere un maggiore livello di democrazia proprio puntando ad un’indipendenza formale dallo stato italiano: è in fondo la questione che noi di BBD sosteniamo da sempre, facendo “dialogare” su questo punto le posizioni di Eva Klotz e quelle di Riccardo Dello Sbarba).
c) Riccardo ha parlato anche del Kosovo (o Kosova). Ha chiesto: quanti di voi conoscono la situazione direttamente, quanti di voi sono stati laggiù? Nessuno ha alzato la mano. Allora ha fornito un breve resoconto di quanto lui aveva visto in quel paese essendoci stato per tre settimane. Era del tutto evidente dove voleva arrivare. Prima di tutto voleva sottolineare la dabbenaggine di quanti (parlando a vanvera e richiamandosi al cosiddetto “vento balcanico”) affermano senza pensarci due volte la positività di esperienze indipendentistiche che, in virtù della loro determinazione “etnica”, sono state battezzate col sangue. Secondariamente (e contestualmente) voleva ancora una volta richiamare l’attenzione sulla questione delle “priorità” e dell’”esigenza” di intraprendere una via così rischiosa e drastica senza considerarne tutti gli aspetti di possibile conflitto. Infine voleva anche correggere indirettamente Zeller - il quale, ricordo, ha sostenuto che l’autonomia non è prospetticamente inconciliabile con l’autodeterminazione - affermando che questa propettiva è comunque subordinata al miglioramento dell’autonomia di cui già oggi disponiamo. Miglioramento che non coincide necessariamente con quello che ha in mente Karl Zeller.
d) Last but not least: Riccardo ha dimostrato che per dar corpo ad una proposta come quella autodeterministica occorre un confronto dialettico (e un dibattito) basato su posizioni realmente alternative e differenziate. Non basta cioè ispirarsi ai sentimenti e agli slogan. Non basta ritrovarsi tra i soliti quattro gatti a ruminare concetti e idee condivise solo da quei quattro gatti. Bisogna coinvolgere anche chi non è d’accordo, chi non la pensa allo stesso modo, chi può formulare obiezioni e dubbi in grado di farci passare da visioni romantiche e in fondo velleitarie ad un esame più realistico e fondato dei fatti e delle difficoltà che si legano ad ipotesi così estreme.
7) Alla fine della serata io e Riccardo siamo andati a mangiare una pizza (altrimenti: che “italiani” saremmo?) e poi siamo tornati a Bolzano.
Brugger, Zeller e le “divergenze convergenti”
30 Marzo 2008
Come noto, la SVP è un partito che può permettersi di contenere tutto e il contrario di tutto (da Artioli a Ellecosta, tanto per capirci). In realazione all’annoso tema della cosiddetta “immersione”, qualche giorno fa abbiamo assistito ad un’ennesima manifestazione di tale onnivora capacità alla luce di dichiarazioni contrapposte [Enrico Hell ha pubblicato sull'Alto Adige e sul suo blog un'efficace disamina]. È molto difficile capire chi vincerà la partita tra “innovatori” e “conservatori” all’interno del partito di raccolta dei Südtiroler. Anzi, forse è addirittura eccessivo parlare di vera e propria “partita”. Si tratta semmai di un consolidato “gioco delle parti”. Parti che sono in primo luogo solidali nel conservare la fiducia di un elettorato che, essendo vastissimo all’interno del gruppo linguistico tedesco e ladino, ha bisogno di rispecchiarsi in posizioni talvolta persino opposte. Nel caso dell’apparente dissidio d’opinioni tra Brugger e Zeller, dunque, potremmo evocare la famosa formula di Aldo Moro (quella delle “convergenze parallele”) e parlare di “divergenze convergenti”.
Vedi anche [QUI]
Ein Sieg Italiens
28 Marzo 2008

Vale la pena leggersi l’articolo di Günther Pallaver sull’FF attualmente in edicola (n° 13, 27 marzo 2008, pagg. 48-49). Si parla del nuovo libro di documenti sulla politica sudtirolese degli anni sessanta, curato da Rolf Steininger [vedi].
La tesi che è possibile distillare dalla lettura dei documenti - così Pallaver - è piuttosto clamorosa: se finora si è sempre pensato infatti che il processo capace di portare all’emanazione del secondo statuto d’autonomia fosse stato per così dire “agevolato” dagli attentati della notte dei fuochi (11-12 giugno 1961), adesso sembra farsi largo l’idea che in realtà la decisione di istituire una commissione per l’esame della questione sudtirolese (operazione che poi si perfezionerà con l’istituzione della cosiddetta Commissione dei 19) fosse stata presa PRIMA di quella data. Invece che ringraziare Kerschbaumer & co., insomma, i sudtirolesi potrebbero anche accendere almeno una candela per Scelba e Fanfani. Le bombe, in pratica, non hanno costituito nient’altro che un ostacolo sulla via di trattative che il governo italiano aveva già pianificato in modo da condizionare l’internalizzazione della vicenda. Per dirlo con le parole di Viktoria Stadlmayer: “Die 19er Kommission und ihre positive Aufnahme in Südtirol ist kein Erfolg der Bombenpolitik, sondern ein Sieg Italiens”.
Il vice del vice
28 Marzo 2008
Ieri, sul Corriere dell’Alto Adige, ficcante articolo di fondo di Toni Visentini. Lo pubblico per gentile concessione dell’autore:
Bisogna tenere d’occhio la Camera di commercio. Non solo per la sua nuova sede piena di vetrate, ma anche perché sta diventando l’incubatore di una nuova figura etno-castista. E cioè legata al modo tutto locale di coniugare gli equilibri etnici istituzionali della autonomia con, diciamo così, le esigenze e gli appetiti della casta politica & affini.
Sinora, infatti, per dire che quello italiano in Alto Adige è un gruppo che conta poco quanto a presenza nei ruoli chiave di istituzioni, società ed enti, si parlava di un popolo di vice. E cioè destinato ad occupare in questi equilibri la parte del n. 2. Un vice, appunto, che c’è ormai quasi solo perché ci deve essere, per rispetto di questi equilibri che dovrebbero invece essere la sostanza di una comunità e di una autonomia che, contrariamente da quella trentina e di altre regioni, ha nella diversità etnico-linguistica la sua caratteristica ed il suo teorico punto di forza.
Finora, in realtà, solo i sindacati hanno preso sul serio la questione introducendo anzi, con lungimiranza e senso di responsabilità, la teoria e la pratica della alternanza ai loro vertici in modo che ognuno, anche dal punto di vista etnico-linguistico, si senta a casa propria. Sugli altri fronti la pratica pare sempre più mal sopportata ed in disuso, un po’ per interesse di parte ed eccesso di appetiti, un po’ per ideologia, molto per pavidità.
Comunque sia, è in arrivo una novità: il vice non basta più, ci vuole anche il vice del vice. La storia nasce appunto alla Camera di Commercio che rinnova i suoi vertici. Al bravo Benedikt Gramm è stato designato a succedere l’europarlamentare Svp e proprietario della Athesia on. Michl Ebner. Un suo nuovo mandato politico a Bruxelles non è praticabile per la Svp e così c’è pronta l’alternativa. Come vice, secondo le antiche regole, dovrebbe esserci però una persona di gruppo linguistico diverso, dunque un italiano. Il problema è che però ora dal potente Bauernbund, l’organizzazione dei contadini, esce l’Obmann Georg Mayr. Il quale - contrariamente alle previsioni - non sarà candidato alle prossime provinciali per la Svp. È semmai interessato anche lui alla Camera di commercio. Ma, ovviamente, solo alla vicepresidenza visto che sulla presidenza ha già messo il cappello l’on. Ebner, ed è opportuno non sollevare obiezioni. Come accontentarlo? Semplice: serve solo cambiare lo statuto camerale e duplicare i vice. Uno non basta più, ce ne vogliono due.
Quale sarà il vice più importante è inutile chiederlo. Meraviglia, invece, che la Svp ladina non abbia ancora rivendicato per se’ anche una vicepresidenza dolomitica. Già che si cambia lo statuto, perché non fare tre vice? In fondo, non c’è due senza tre.
Abbiate pazienza
27 Marzo 2008

Abbiate pazienza. Lo so, a tutti voi importa pochissimo, a me anche, e però e però. Però se così tanta gente trova il mio blog cliccando “Carla + Bruni” (e spesso anche “+ nuda”) io a questa donna un po’ di gratitudine la devo. E poi, faccio per allungare un po’ il brodo, ma l’avete vista com’era vestita in questa sua visita ufficiale in Inghilterra? Che eleganza! Che portamento! Chi l’ha paragonata a Jacqueline Kennedy, chi a Lady Diana. Insomma, un figurone. E come dice sempre così bene il mio Arbasinho: “l’enorme potenza della Fotogenia si rivela chiaramente come l’arma irresistibile e vincente del Mito per il suo grande e forse vendicativo ritorno in forze”. Voilà.
Grandi versioni di grandi pezzi 2
27 Marzo 2008