In un certo senso
31 Marzo 2008

Sì, in un certo senso l’attaccamento degli italiani del Sudtirolo alla bandiera italiana (e all’identità nazionale in genere, al nome Alto Adige, ai fasci littori, al Commissariato del Governo eccetera) è molto simile all’attaccamento dei vecchi comunisti alla falce e martello. Il 1989 (anno del crollo del muro di Berlino), da questo punto di vista, è simile al 1972 (anno dell’approvazione del secondo statuto d’autonomia). Insistere su quei simboli, su quell’appartenenza, significa voler vivere in un mondo definitivamente tramontato.
Libellule
31 Marzo 2008

Ho rivisto il pezzo… per renderlo più da “Corriere”… Mah. In fondo meglio così.
Il frutto aspro della conoscenza
Oggi, durante un incontro organizzato dagli Istituti Superiori Parificati di Bolzano, è successo un fatto spiacevole. Il tema dell’incontro ruotava intorno alle scienze naturali e, per illustrarlo, era previsto l’intervento di alcuni relatori di lingua italiana. Con un’eccezione. Tanja Nössing, ricercatrice di un’associazione – denominata “Libella” – formatasi quattro anni fa per studiare il complesso e affascinante ecosistema delle libellule, ha infatti cercato di svolgere la sua relazione in tedesco, cioè nella propria madrelingua. E qui è scattata una reazione davvero censurabile da parte degli studenti. Rumori, segni d’impazienza e di fastidio, fischi. Parliamo pure di libellule, se proprio dev’essere, ma per favore: almeno non in tedesco!
È possibile trovare qualche attenuante nei confronti di un simile atteggiamento di rifiuto e di chiusura? A parte la maleducazione – che è da condannare comunque – si potrebbe forse dire che gli organizzatori dell’incontro siano stati incauti nel proporre ai ragazzi un contributo che, a causa delle loro diffuse e purtroppo anche ostentate carenze linguistiche, non era magari indicato per motivare attenzione e rispetto? Io credo di no. E azzardo questa nettezza di giudizio proprio facendo leva sulla difficoltà specifica, quella linguistica, cercando quindi di non minimizzare il problema, ma di trasformarlo in una sfida da affrontare con uno spirito completamente rinnovato.
È giudizio diffuso – specialmente nell’opinione pubblica di lingua italiana – che i tradizionali metodi d’insegnamento della seconda lingua non siano sufficienti per apprendere il tedesco. Per questo ci si appella spesso ad innovazioni metodologiche che prevedono tutte una maggiore esposizione degli studenti alla lingua “parlata” e “vissuta”. Benissimo. Ma come sarà possibile (se e quando sarà possibile) valorizzare queste innovazioni se non cominciamo a capire che un effettivo confronto con l’altra lingua potrà risultare inizialmente anche difficile, in certi casi persino respingente, e dunque che occorre un supplemento di motivazione e di slancio?
Se dovessimo interpretare quanto accaduto a Bolzano alla luce di un possibile auspicio nei confronti di quella società compiutamente e virtuosamente plurilingue che vorremmo costruire, non c’è dubbio: non si tratta di un segno incoraggiante. Non è possibile chiedere da un lato più opportunità, anche più diritti, se dall’altro non assumiamo un atteggiamento più responsabile e consapevole dei sacrifici che questo comporta. L’albero della conoscenza ha frutti prelibati, ma non è escluso che il primo morso ci sembri un po’ aspro.