Rembrandt, lezione d'anatomia

Da Loiny ricevo e immancabilmente pubblico.

La ferita che si estende dal Brennero a Salorno è un punto d’equilibrio: non un’equidistanza, ma un’oscillazione permanente tra la guarigione e la cancrena. Bisogna medicarla quel tanto che basta per non farla suppurare, ma mai abbastanza da farla guarire. Prima viene pulita, sterilizzata, bendata e subito dopo sbendata, infettata, sporcata; poi di nuovo pulita, disinfettata, fasciata. E questo si ripete più volte al giorno, impegnando a tempo pieno decine di ospedali per mesi e per decenni, senza interruzioni, secondo un movimento a formicaio del tutto indipendente dall’alternarsi delle stagioni e dei governi: centinaia di barellieri camminano avanti e indietro con le loro lettighe vuote sulle quali ogni tanto sostano i mosconi; valicano passi, saltano steccati, attraversano autostrade percorse da furgoni stracolmi di bendaggi che incrociano autotreni adibiti al trasporto di cerotti. Questi barellieri, uomini e donne di tutte le etnie e di tutte le classi sociali, sono esseri lacerati e offesi, attraversati essi stessi dalla ferita sfrangiata che attraversano. Trascinandosi appresso le loro lettighe vuote, corrono a destra e a manca, su neve asfalto o roccia, senza fermarsi mai. Questi ammalati in perfetta salute, ricoperti da escoriazioni all’ultima moda, percorrono in su  e in giù un territorio che è al tempo stesso una ferita aperta e lo spazio ospedalizzato messo in piedi per curarla. Strade linde come lunghe corsie d’ospedale collegano paesi e cittadine abitati da individui sempre pronti a prestare le cure del caso, che può voler dire, a seconda delle circostanze, cicatrizzare o mettere il dito nella piaga. Il fatto che ogni casa sia in realtà un ambulatorio con le finestre affacciate su montagne di lacci emostatici dalle quali ruscellano giù a valle torrenti di mercurocromo, fa pensare che forse la cura della piaga è ormai più importante della piaga. D’altro canto, se non ci fosse la ferita, le cose come adesso le vediamo svanirebbero all’istante. Ma sarà vero che proprio tutto, anche il profilo discontinuo del paesaggio, trae la propria forma dai contorni irregolari dello squarcio? “Non è questo il punto” rispondono i primari “Una ferita così dà da mangiare e da pensare  a quasi mezzo milione di abitanti, anche a quei pochi sprovveduti che vorrebbero sanarla”.

Gli infermieri, sempre curvi sulla piaga, lavorano a due a due: i primi la sterilizzano e la bendano, i secondi la sbendano e la infettano. I primi la puliscono e la chiudono, i secondi la disserrano e la sporcano. I primi cicatrizzano, i secondi riaprono. Poi si danno il cambio attenendosi a turni regolari, in modo che ognuno sappia usare senza impacci la garza ed il rasoio e sia padrone dei due ruoli.  Grazie a loro, la ferita sanguina, genera paesaggi, puzza, fa la crosta, si chiude, si riapre, alimenta un repertorio d’immagini, zampilla, fa pus, ridisegna spazi urbani. Ma soprattutto, si coagula in racconto. Non un racconto unitario, ma una serie di racconti giustapposti, sicuramente contigui ma del tutto impermeabili. Ognuno di essi è un mondo a sé stante di parole, loquace al proprio interno ma muto verso l’esterno. Bla blà, bla blà, bla blà: contemporaneamente, tutti narrano qualcosa del proprio rapporto con la piaga. Ognuno, raccontando a sé stesso il suo dolore, applaude la propria narrazione e non riesce più a fermarsi. Applaudono i primari. Applaudono i barellieri. Applaudono i becchini e gli infermieri. Soprattutto chi non vuole applaudire, applaude fino all’estenuazione. Sovrapponendosi, le voci formano una specie di racconto dei racconti sovrastato da un applauso che satura lo spazio. Non si capisce nulla. Tra i tessuti slabbrati della piaga rimbomba un battimani inarrestabile di mani scorticate.

Per un’anticipazione sommaria di questo racconto [leggi]

12 Risposte a “La piaga e il suo “bla blà””

  1. Susanne detto

    Splendido Loiny! Finalmente l’hai finito e pubblicato.

  2. Loiny detto

    @ Susanne

    “Splendido Loiny!”

    Ma come? Applaudi? Sei la solita rivoluzionaria. Il racconto è mio e posso applaudirlo solo io. Il problema è che, a forza di applaudire, non ci ho più le mani.
    Invece dei saluti, ti invio il mio solito inchino, invero dolorosissimo, a trecentosessantagradi.

    Enrico

  3. Susanne detto

    Ich mag dich. S.

  4. Susanne detto

    Smettila. Ich will ja nicht so sein: http://www.youtube.com/watch?v=20-GxTicSbQ

  5. Étranger detto

    Sì, sì… va là, va là…

    sman|ce|rì|a
    s.f.
    CO spec. al pl., gesto, atteggiamento sdolcinato, lezioso; svenevolezza, moina: insopportabili smancerie, fare inutili smancerie, perdersi in smancerie…

  6. KaterKatka detto

    …Quando però sto per chiudere la mia borsa, accennando che mi si porga la pelliccia, e la famiglia si è radunata, il padre aspirando l’odore di rum del bicchiere che ha in mano, la madre, probabilmente delusa – e che si aspetta da me la gente? -, che si morde le labbra con le lacrime agli occhi e la sorella che agita un pesante asciugamano intriso di sangue, mi sento in qualche modo pronto ad ammettere anche che il giovane è forse davvero malato. Mi avvicino a lui, egli mi attende sorridendo, come se gli portassi quasi un brodo ristretto – ah, ecco che tutti e due i cavalli nitriscono; questo chiasso predisposto certo in alto luogo, ha lo scopo di facilitare la mia visita medica – ed ora ho trovato: sì, il ragazzo è malato. Sul fianco destro, verso l’anca è aperta una ferita grande come il palmo di una mano. Rosa, in diverse gradazioni, scura in fondo, più chiara verso gli orli, leggermente granulosa, col sangue raggrumato a chiazze, aperta come la bocca di una miniera. Vista da lontano è così. Ma da vicino appare ancor più grave. E come guardarla senza ansare lievemente? Dei vermi lunghi e grossi come il mio dito mignolo, rosei di suo, sruzzati anche di sangue, brulicano, trattenuti nell’interno della ferita, colle testine bianche e le numerose zampine tendenti verso la luce. Povero ragazzo, nessuno ti può aiutare. Ho scoperto la tua orrenda ferita: questo fiore nel tuo fianco ti farà morire…

  7. Étranger detto

    Cos’è?

  8. KaterKatka detto

    Ahahiahi, signor étrangero, lei mi cade sull’uccellooooo!!!!
    Quizzetto: guarda il nick… pensa a un altro nick che frequentava questo sito qualche mese fa… e hai autore e titolo.
    La traduzione fa schifo, tanto che l’ho modificata in un punto essenziale.
    Ciao

  9. Étranger detto

    OK. Kafka, Il medico di campagna…

  10. [...] È successo che Luis Durnwalder, in un’intervista rilasciata alla Dolomiten e pubblicata sul sit internet del giornale, abbia parlato di minoranza italiana riferendosi agli altoatesini che che vivono in Südtirol. Sul concetto in sè, ovvero sul fatto che gli altoatesini siano una minoranza territoriale contrapposta – e perdente – ad una minoranza nazionale, non ci sarebbe poi molto da dire: è talmente “normale“, che pare uno spreco spenderci una parola in più del necessario. Il fatto – altrimenti assolutamente inusuale – è, che per motivi che sfuggono alla comprensione che deriva dal buonsenso, di questa realtà gli altoatesini non ne possono parlare. Diversamente, e con l’implacabilità di un sillogismo aristotelico, vengono subitaneamente tacciati di fascismo da altri altoatesini. Ma di questo, ovvero del perchè se l’altoatesino Tizio dice una cosa, l’altoatesino Caio lo tacci di fascista, sarà il caso di parlarne compiutamente in un altro intervento: all’interno di questa dinamica si cela, infatti, una delle chiavi necessarie a decifrare l’allegoria pubblicata qui. [...]

  11. [...] di una sua ancora non palese intuizione su quale possa essere un altro modo possibile) -: qui, qui e qui. Riguardo al modo simbolico di interpretare la realtà, il libro più interessante [...]

I commenti sono chiusi.