Ethnocentrisme

25 Marzo 2008

Darwin

Alla Gare de l’Est, cinque minuti prima di salire sul treno, ho acquistato un volumetto di Claude Lévi-Strauss intitolato Race et Histoire. Si tratta di un’agile monografia scritta originariamente per l’Unesco nel 1952. Nel testo, l’antropologo belga dedica alcune pagine al problema dell’etnocentrismo, mettendo in evidenza con grande chiarezza su che cosa si basi il punto di vista del “relativismo culturale” del quale così spesso parliamo anche noi (e in generale si parla) dovendo affrontare il tema dell’integrazione tra diverse culture che vivono a stretto contatto.

Il punto di partenza della riflessione di Lévi-Strauss è l’oscillazione tra una considerazione enfatica delle differenze culturali (cioè non tanto l’affermazione che queste esistano, ma che siano anche irriducibili) e una che invece tenderebbe a risolvere (e al limite ad annullare) queste differenze in una visione più ampia del concetto di umanità (come vorrebbero quelli che si rifanno, per esempio, alla dichiarazione dei diritti dell’uomo e a simili carte programmatiche).

Per Lévi-Strauss questa oscillazione è prodotta da un pensiero “falsamente evoluzionista” che starebbe alla base di tutte e due. Secondo questo pensiero (modellato in effetti sul supporto e sul successo scientifico dell’evoluzionismo biologico, che però evidentemente attiene ad un’altra categoria di fenomeni) le culture si comporterebbero all’incirca come si sono comportati elefanti e giraffe nella storia della loro evoluzione. Questo darebbe il diritto di poter comparare le culture come se fossero dei fossili e, conseguentemente, ciò traccerebbe il disegno di un quadro evolutivo in grado di farci percepire il passaggio da culture meno evolute a culture più evolute.

La notion d’évolution biologique – scrive Lévi-Strauss - correspond à une hypothèse dotée d’un des plus hauts coefficients de probabilité qui puissent se rencontrer dans le domaine des sciences naturelles; tandis que la notion d’évolution sociale ou culturelle n’apporte, tout au plus, qu’un procédé séduisant, mais dangereusement commode, de présentation des faits.

Riassumendo: è rarissimo che una cultura non possa venir comparata ad un’altra (perché ogni cultura è in relazione con un’altra). Però dobbiamo stare molto attenti a definire questi rapporti di relazione alla stregua di passaggi su una scala evolutiva che dovrebbe portarci tutti, prima o poi, a condividere la medesima cultura.

Piccola glossa notturna: riflettendo sul fatto dello scompiglio (mi sembra la parola appropriata) che la lettura di un testo di Lévi-Strauss provoca nel nostro consolidato modo di pensare, non è possibile tacere anche il “fatto” che Lévi-Strauss sia “ebreo”. Ma cosa significa, dunque, essere “ebreo”, posto che sia proprio questo essere “ebreo” a prefigurare la matrice che a sua volta genera scompiglio nel nostro consolidato modo di pensare? La risposta la si può trovare in un elzeviro di Giorgio Manganelli, contenuto adesso nella raccolta Mammifero italiano (Adelphi):

Perché l’ebreo è “ebreo”? La mia convinzione è che a tutti noi, noi occidentali, viene posta una domanda di infinita oscurità e profondità, una domanda da cui dipende la salvezza della nostra anima, come dicono i cristiani, o comunque del nostro significato, che solo ci abilita ad esistere: e la domanda è questa: sei o non sei ebreo? Non ho detto: sei con gli ebrei, ma sei ebreo; giacché essere ebreo e una condizione umana estrema, terribile e insondabile; una condizione di cui l’occidentale ha paura; e noi sappiamo che si ha paura di ciò che sta dentro di noi, non di ciò che ci è estraneo. Se l’Occidente ha combattuto gli ebrei, superando in questa lotta ogni abiezione di cui mai è stato capace, ciò viene solo dal fatto che l’Occidente ha paura della propria interiore domanda ebraica, quella continua, mite, irriducibile domanda che lo insegue, che lo costringe a ciò che non vuol fare, capire se stesso, oltre quei limiti che la sua cultura, la sua ansia di protezione, la sua paura di esistere gli impongono.

Serve allora spiegare ulteriormente che l’ebreo è lo straniero, étranger, per eccellenza?