É solo una battuta

30 Aprile 2008

Ma certo. È solo una battuta. Come se ne dicono tante. Tipo “fucili caldi”, “trencentomila martiri” eccetera eccetera.  Ormai c’abbiamo fatto il callo.

Ieri “primo giorno di scuola” per i neoeletti al Parlamento. Gustoso siparietto (come si dice nel gergo del più squallido giornalismo) alla buvette con Giorgio Holzmann: “Con Alemanno abbiamo preso Roma una seconda volta dopo il 1922… È solo uno scherzo: non scrivetelo”.

Altre spigolature:

Michaela Biancofiore si rifiuta di farsi fotografare insieme a Manuela Di Centa, che le ha rubato il “posto” di comando nella sua “terra”.

Siccome per formare al Senato un gruppo autonomo ci vogliono dieci senatori, gran lavoro di Totò Cuffaro (avvistato con un vassoio di cannoli) per dare vita alla seguente accozzaglia: i tre senatori SVP, i tre senatori UDC, un valdostano, Claudio Molinari (da Trento), Emilio Colombo e… Belzebù (Giulio Andreotti). Auguri.

Intanto, a Bolzano, Elena Artioli ha passato il Rubicone. Non è più “italiana”. La SVP s’interroga sulla carta dei “mistilingue”. Effettivamente l’identità dei “mistilingue” è sempre stata problematica, sfuggente. Vederli come carte non è poi male. Una carta ha due facce, se non va bene una basta girarla e voilà, tutto si mette a posto. Che tristezza.

P.S. Importante smentita della Biancofiore [leggi]. Meno male. Eravamo molto preoccupati.

 

 

 

 

Per usare un’immagine calcistica – forse un po’ irriverente, ma facilmente comprensibile – possiamo dire che nella sua breve visita bolzanina, il Presidente Napolitano si sia comportato come un autorevole stopper. In antichità (anche il calcio ha la sua antichità) questo ruolo fu introdotto dopo la modifica della regola del fuorigioco, allorché si trattava di avere a disposizione un terzino centrale (chiamato poi per l’appunto “stopper”) in grado di contrastare il centravanti avversario. Popolarmente associato all’immagine di un atleta deciso e un po’ rude, colui al quale si lascia talvolta l’incombenza di “spazzare” l’area di rigore sbrogliando situazioni pericolose, talvolta questa maglia è stata però indossata anche da calciatori dotati di grande eleganza (pensiamo a figure come Giacinto Facchetti), abili cioè sia a costituire un baluardo difensivo, sia a proporsi “in avanti”, iniziando la fluidificante realizzazione di trame buone a rilanciare il gioco.

 

Certo, l’incontro di ieri non aveva le caratteristiche di una una partita dai toni accesi, in campo non erano presenti insomma veri e propri “avversari” – anche se talvolta i rapporti tra Stato e Provincia possono risultare conflittuali –, bensì persone consapevoli che l’ulteriore progresso di questa terra può nascere dalla riduzione delle occasioni di attrito e dalla creazione di progetti che sappiano mediare gli interessi e le esigenze di tutte le parti.

 

E proprio questo è l’aspetto, per nulla retorico, che merita di essere evidenziato. Una volta driblate o rinviate le questioni più spinose esposte da alcuni contestatori (grazia agli ex attivisti, protesta degli scontenti nazionalisti, malumori degli ecologisti No-Tav), il Presidente-stopper, dicevamo, non si è limitato a definire e difendere con rigore la sua area istituzionale e la propria funzione di “contenimento”. Il passaggio più propositivo, tra i discorsi fatti, è stato senza dubbio quello relativo alla necessità di calibrare una ricetta di successo (qual è l’autonomia) su innovazioni che in primo luogo devono essere discusse e condivise da tutta la popolazione locale. Una volta assicurata la tenuta di un “sistema” che poggia su solide garanzie nazionali (qui ha fatto benissimo Napolitano a ribadirlo) e internazionali, la responsabilità di adeguare la cornice di norme “speciali” alle sfide del futuro va attribuita alla collettività degli altoatesini e dei sudtirolesi, rimessi per così dire ad un destino di reciproca tutela e valorizzazione delle differenze che paradossalmente (ma è un paradosso apparente) alla fine li uniscono.

 

Se esistono nodi irrisolti, questo il nocciolo del messaggio presidenziale, si potranno sciogliere soltanto usando entrambe le mani.

 

 

Ad onor del vero:

 

Ad onor del vero questo mio editoriale sulla visita presidenziale non corrisponde a tutto quello che penso. Ci sarebbero cioè un paio di notarelle da aggiungere al margine, ma la “consegna” era: mira al sodo e soprattutto metti in luce quello che è positivo. Siccome di positivo ce n’era, non mi sono sottratto. Però adesso le note le metto:

 

1. Oscar Ferrari ha messo il dito nella piaga. Facchetti era uno stopper? Secondo me era, è stato anche uno stopper. Ma attendo con trepidazione pareri più fondati del mio.

 

2. http://villanders117.blog.lemonde.fr/2008/04/29/stopp-bbt/

 

3.http://riccardodellosbarba.wordpress.com/2008/04/29/tunnel-faccia-a-faccia-con-napolitano/

 

 

Recht auf Heimat

28 Aprile 2008

Nel numero di aprile del “Brixner” è possibile leggere una lunga intervista a Durnwalder, realizzata prima delle elezioni che hanno portato alla discesa della Svp negli inferi del 40%. È un’intervista a tutto campo e dunque, ad un certo punto, si parla anche degli italiani, della questione (è considerata così) Artioli e del “diritto alla Heimat” dei cosiddetti altoatesini.

Sull’Artioli l’opinione del Landeshauptmann è decisa:

Wenn die italienischsprachige Artioli auf unserer Liste kandidiert, dann schadet sie unsere Volksgruppe, weil sie damit den Proporz zugunsten der italienischen Sprachgruppe ändert.

Insomma, peccato che l’Artioli abbia scelto di appartenere al gruppo linguistico e al partito sbagliato. La prossima volta faccia più attenzione.

Il passaggio comunque più interessante dell’intervista è quello che possiamo leggere in corrispondenza di questa domanda:

Aber bitteschön, lassen Sie uns doch mal 20 Jahre weiter denken…

Ecco la risposta di Durni:

Was in 20 Jahren sein wird, kann ich nicht sagen. In nächster Zeit müssen wir aber darüber entscheiden, welchen Status die Italiener haben, die in Südtirol geboren wurden. Landläufig gilt nur der Deutsch- und Ladinischsprachige als “Südtiroler”, der Italiener aber nicht. Dies müssen wir hinterfragen. Ein in Südtirol geborener Italiener ist “Altoatesino”; haben wir auch den Mut, ihn “Südtiroler” zu nennen? Ich bin der Meinung, er hat ein Recht auf Heimat.

Ecco, secondo me questo è un passaggio straordinario. Vediamo perché:

Se partiamo dal fondo (Ich bin der Meinung, er hat ein Recht auf Heimat) potremmo sentirci quasi commossi da tanta generosità. Caspita, un italiano che è nato qui ha “diritto ad avere una Heimat”. Ciò significa dunque che questo diritto finora non ce lo aveva. È un’ammissione importante, no? Peccato solo per quella restrizione (Ein in Südtirol geborener Italiener ist “Altoatesino”) che evidentemente esclude quelli che non sono nati qui (i quali non solo non possono fregiarsi del titolo di Sudtirolesi, ma neppure, a quanto pare, di quello di “altoatesini”).

Durnwalder in ogni caso sente che questa situazione alla lunga non va e vuole promuovere una seria riflessione al riguardo (Dies müssen wir hinterfragen). Ecco come:

In nächster Zeit müssen wir aber darüber entscheiden, welchen Status die Italiener haben, die in Südtirol geboren wurden.

La decisione su quale status possono avere gli italiani “nati qui” (per gli altri, abbiamo visto, non c’è comunque speranza) non può essere evidentemente presa dagli italiani “nati qui”. Essa deve essere presa da NOI (wir müssen darüber entscheiden…). Probabilmente il presidentissimo neppure avrà notato la gravità di queste affermazioni, in verità piuttosto automatiche. Una spia è questa: “Landläufig gilt nur der Deutsch- und Ladinischsprachige als “Südtiroler”, der Italiener aber nicht“. Landläufig significa “qui”, in Sudtirolo. In Sudtirolo dunque solo i sudtirolesi sono sudtirolesi, si afferma senza rischiare purtroppo neppure di essere banali.

In un commento scritto su questo blog (e ripreso dall’autore di Provinciali 2008) Lucio Giudiceandrea qualche giorno fa aveva scritto:

gli altoatesini non sono percepiti perché contano poco - contano poco perché sono spaesati (cioé non conoscono e non apprezzano il posto dove vivono) - sono spaesati perché si sono autoemarginati dal sistema.

Questo giudizio rappresenta la metà di una verità. L’altra metà è contenuta nelle affermazioni di Durnwalder che ho appena commentato.

Combattere la tentazione

28 Aprile 2008

Ogni tanto bisogna chiederselo. Ma questo tipo di strano “lavoro” che facciamo, tutto questo discutere, porta veramente a qualcosa? Ogni blog tende a generare la propria community, che cresce, assegna ruoli precisi ai suoi partecipanti, permette una certa crescita, ma lascia anche il dubbio che alla fine tutto non sia che uno sterile gioco nel quale chi è convinto di una cosa rimane convinto e chi non è convinto non si lascerà mai convincere. Peccato. In questo modo un mezzo di comunicazione potenzialmente straordinario diventa anche straordinariamente inefficace. Tutto resta come prima. Se possibile anche peggio di prima (perché l’inutilità stanca). Ecco come Luca De Biase vede la faccenda:

C’è una tentazione…

Una tentazione. Qualcuno non sa resistere. Creare in rete piccoli circoli chiusi. Gente che si parla solo con gente che apprezza e dalla quale è apprezzato. Avviene a destra e a sinistra. I piccoli network sociali sono facili e soddisfacenti. Ma la rete è anche esplorare, ascoltare lo sconosciuto, discutere e spesso non capirsi. Fa soffrire. Ma lo scopo è sempre regalare il proprio tempo nella speranza che questo serva a rinsaldare una società che ha bisogno di pace. La condizione: rispettarsi.

L’oscurantismo è guardare all’appartenenza di gruppo ed escludere gli altri. Tentare di cancellarli, con la microconflittualità, la micropolemica. La goccia estenuante. L’oscurantismo è il branco culturale. E’ credere, o non credere, senza ascoltare e senza dimostrare con i fatti.

Mostruosità

28 Aprile 2008

L’immagine parla chiaro. Nella vecchia corte del ristorante Finster Wirt di Bressanone, da un po’ di tempo sono cominciati dei lavori di costruzione di un edificio che, una volta completato, non solo distruggerà per sempre questo angolo “storico”, ma murerà letteralmente vivi gli abitanti che proprio su questa corte un tempo potevano aprire le loro finestre. Riporto di seguito la lettera di uno di loro, esprimendogli tutta la mia solidarietà. A modo suo, si tratta di un ulteriore chiarimento del recente risultato elettorale in provincia di Bolzano.

Sindaco di Bressanone, Albert Pürgstaller,


Giunta Comunale,


Comitato di Cittadini,

 

 

Che scena melodrammatica vedere voi uomini (e poche donne) della SVP che vi chiedete il perché dell’ultimo tracollo elettorale. La lady di ferro, Ausserhofer, si prostra sostenendo che bisogna finirla con il “politichese” per essere più vicini all’elettorato. Altri cercano di rassicurarci che “Südtirol” non è della SVP ma dei Sudtirolesi (copiando lo slogan elettorale dei ”Freiheitlichen”). Intanto noi ci siamo proprio dimenticati cosa significa “mitbestimmen”. Ve la cantate e ve la raccontate sempre voi nel gruppo ristretto di quelli che hanno voce in capitolo, e tutto ciò senza contraddittorio. Il cittadino paga e subisce!

 

In poco più di un decennio siete riusciti a stravolgere l’assetto della città in maniera drammatica. Chi, dopo un’assenza di 15 anni, dovesse rivedere Piazza Duomo, via Bastioni Maggiori, via Torre Bianca, via Albuino, via Tratten, e altre zone del centro storico, rimarrebbe attonito. Certo, tutto è perfetto, pulito, direi sterilizzato. È sparita, però, l’anima della città - sacrificata ai molteplici interessi forti, spesso nascosti al cittadino comune.

 

Quanti di noi avevano supplicato che Piazza Duomo non fosse stravolta. Voi, invece, avete fatto arrivare le ruspe (in azione notturna) e avete spianato tutto. È rimasta, una specie, di piazza d’armi senza carattere, con i cestini dell’immondizia che sembrano gli sfiati di un garage sotterraneo. La piazza è fredda, se non fosse bollente d’estate, perché invece degli alberi di una volta che fornivano ombra, avete fatto piantare delle scope capovolte. La meravigliosa piazza di una volta, ora è buona solo ad ospitare le bancarelle del mercatino di natale o di altri eventi pseudo-cultural-commerciali. Sappiamo bene che il potere ed i soldi non sempre si sposano al buon gusto, e voi lo dimostrate quotidianamente!

 

Vi siete, quindi, finalmente presi una bella sberla elettorale. Siete riusciti a portare il vostro partito ai minimi storici e ciò, nonostante i grassi budget di “public spending” della provincia di Bolzano, con i quali riuscite ancora ad “imbonire” i cittadini e la varie lobby. E la sberla ve la meritavate! Un ultimo esempio: nonostante le suppliche di non approvare  uno scandaloso progetto edilizio, che danneggia gravemente diversi abitanti le cui case si affacciano sulla corte del ristorante “Oste Scuro”, avete nuovamente dimostrato di avere a cuore soprattutto chi gia è potente, ma non il cittadino comune. Avete dimostrato e dimostrate che le norme possono essere piegate e piegate a vostra discrezione e che anche un vero interesse pubblico, quello della tutela dei beni architettonici e degli insiemi, è subordinato all’interesse dell’ingordo di turno. Come altrimenti si può spiegare la realizzazione di quello che senza ombra di dubbio è da definire una mostruosità architettonica (vedasi allegati)? Un antico cortile del centro storico è ora diventato un groviglio di travi. L’armonia naturale e saggiamente concepita da chi una volta realizzava le città con lungimiranza, è stata annullata di colpo.

 

Certo, ora abbiamo alti 40 metri quadr. di superficie commerciale. Che magra consolazione, che tristezza e che squallore! Avete sacrificato la qualità di vita delle persone confinanti, senza battere ciglio, e l’ipocrisia tipica di voi “potenti”, a luglio vi porterà ad esibirvi al vostro pontefice come benefattori e garanti dei valori cristiani. E’ proprio questa soffocante ipocrisia che pesa sulla sensibilità di molti e che fa vivere me un profondo disagio nello stare in questa città, città del pensiero unico, soffocante come la vostra politica!

 

Distinti saluti,

Helmut Amort

Via Vescovado, 9

Brixen.

 

La baviera e la padania

27 Aprile 2008

Molto interessante il fondo di Sergio Romano, pubblicato oggi dal Corriere della Sera. Una “visione” che avrebbe tanto più senso qui. Toc toc toc, Tommasini, se ci sei batti un colpo.

Leggi l’articolo di Sergio Romano

Flash-back

Le porte del mondo non sanno
che fuori la pioggia le cerca.
Le cerca. Le cerca. Paziente
si perde, ritorna. La luce
non sa della pioggia. La pioggia
non sa della luce. Le porte,
le porte del mondo son chiuse:
serrate alla pioggia,
serrate alla luce.

(Sandro Penna)

La storia di Piero

24 Aprile 2008

In ogni buon libro di microstoria gli elementi della narrazione appaiono rovesciati. Il racconto si scuote, gira su se stesso e continua a ruotare finché il dettaglio diventa centrale e la trama marginale. Particolari che prima sembravano irrilevanti occupano adesso l’intera scena, come ingigantiti da una lente d’ingrandimento. Mentre il primo piano arretra e lo sfondo avanza e si fa nitido, i protagonisti si tolgono di mezzo facendo spazio alle comparse. Un movimento doppio e senza strappi? Forse no: la grande storia, anziché sfumare a poco a poco, potrebbe raggrumarsi in un dettaglio, o animare un gesto minimo colmandolo di sé.

Se si assume quest’ottica capovolta, con la testa poggiata per terra e le gambe all’insù, la storia del Sudtirolo comincia senz’altro da Piero, il macaco di Bolzano “che andava pazzo per le brioche alla marmellata”.

Da un articolo pubblicato sull’ “Alto Adige”, sappiamo che la scimmia, soppressa il 26 aprile 2004 dal veterinario di turno, trascorse i suoi ultimi anni di vita in “una gabbia di piccole dimensioni, ricavata all’interno di una serra della Giardineria comunale di via Rio Molino”.

Ma da dove veniva il macaco? Che cosa cercava? E quando arrivò in Sudtirolo? Per rispondere, bisognerebbe inventare un racconto scorretto, infiocchettato di luoghi comuni, che aderisse perfettamente agli errori dell’immaginario locale. Ci vorrebbe una storia sbagliata, ma sbagliata nel modo giusto: una bugia nuova che trovasse accoglienza tra le menzogne di sempre. Insomma: non sappiamo quando Piero arrivò in Sudtirolo e perché, ma all’incirca potrebbe essere andata così:

una sera d’agosto, quando un animale balzano piombò in un maso all’imbocco della Val Sarentina e fece: “Uh!”, le campane del vespro avevano ormai smesso di suonare. Il contadino, appena rientrato dai campi, vide la bestia ma fece finta di nulla. Dopo aver appoggiato il badile alla cisterna per il liquame, entrò nella stube e, una volta accomodatosi a tavola, impugnò la forchetta come se fosse una zappa. “Chi è? Cosa vuole? Da dove viene?” Quella creatura bislacca non gli usciva di mente. Era stanco, non aveva appetito. Eppure, quando si accorse che il piatto era vuoto, menò un gran pugno sul tavolo, lanciò un’occhiata alla moglie e le disse: “Und?”.

Era l’estate del 1957. La comunità economica europea esisteva soltanto da pochi mesi, Silvius Magnago era il nuovo Obmann della SVP e in tutto il mondo non si parlava d’altro che di guerra fredda.

Coda pendente ma non prensile, pelo arruffato, arti anteriori non più lunghi dei posteriori, occhi vispi, callosità delle natiche: non c’è che dire, la creatura era stramba. Il contadino non aveva mai visto niente di simile, ma decise di tenerla con sé. In paese - si sa come vanno le cose - si sparse la voce che da Toni, nella baracca attigua al fienile, viveva un marziano. Il giorno dopo, accompagnato dal sindaco e dalla perpetua, venne il parroco con un gran libro. Guardò la bestia di sottecchi, le girò intorno più volte, poi sbirciò il libro e di nuovo la bestia: “È un macaco” disse “Appartiene alla grande famiglia dei cercopitecidi e la sua patria fu l’Asia”. Seguirono momenti di sollievo sincero: un brindisi, canti patriottici, tre avemarie e zuppa d’orzo per tutti. A sera, dopo il rosario, il contadino e la creatura rimasero soli. Poco prima di addormentarsi, l’uomo si accorse che la scimmia lo guardava di sghimbescio. Sentì allora che il suo sguardo, permeato da un’arcana gratitudine, proveniva da distanze siderali. “D’accordo, è un macaco” si disse “Ma l’Asia dov’è? Più a nord di Kufstein? A sud di Borghetto?” Capì che non era importante. Era tardi e bisognava dormire. La bestia, comunque, aveva qualcosa di esotico, pertanto il suo nome fu Piero.

Il seguito della storia, grazie all’articolo pubblicato sull’ “Alto Adige”, lo conosciamo bene ed è ormai un pilastro della nostra memoria locale.

Non possiamo pensare senza commuoverci a questo Straniero, che atterra in Sudtirolo come un aerolito e per quasi cinquant’anni fa gruppo etnico a sé. Con l’Asia nel cuore, si ambienta in Val Sarentina tra mucche, conigli e galline, e crede di avervi trovato la patria adottiva. Tutto sembra volgere al meglio. Piero, però, non sa comportarsi. Un giorno, senza averne il permesso, divora una torta appena sfornata. La colpa è gravissima e il macaco finisce a Bolzano. Per lui è l’inizio della fine. Non sapendo né il tedesco, né l’italiano, sfugge alle gabbie linguistiche, ma non a quelle dello zoo comunale. In pochi anni compie una straordinaria carriera a ritroso: dal grande al piccolo, dall’ampio all’angusto, dall’Asia smisurata alla Val Sarentina, da Parco Petrarca alla minuscola gabbia della giardineria comunale. Nonostante tutto, questo avventuriero, questo pericoloso ladro di torte, raggiunge l’età veneranda di quarantotto anni.

Il segreto di tale longevità è forse custodito nelle due righe con cui il giornalista dell’ “Alto Adige” tratteggia la decadenza di Piero: “Ormai vecchio e malato, si muoveva sempre più lentamente. Però, quando vedeva la brioche, riusciva ancora a saltare”. Un passaggio vibrante, che sembra il primo precetto per una gaia prigionia. Sta forse in questo l’involontaria lezione di Piero: se si sta in gabbia, occorre sforzarsi di non vedere la gabbia; concentrarsi sulla brioche, desiderarla ed amarla, convogliarvi tutta la propria attenzione. Bisogna pensare alla brioche, continuamente, fino al punto di non vedere le sbarre. Fino a dimenticare la cattività, la malattia, la vecchiaia.

Sì Piero, forse abbiamo capito: lamentarsi non serve. Le gabbie non vanno abolite, bensì opacizzate. Per farlo, è sufficiente spostare di un poco il punto di vista, fare un passetto in avanti o un saltino all’indietro. E soprattutto, si deve orientare lo sguardo su ciò che funziona. Ecco Piero, ora ci proviamo: il Sudtirolo, visto da qui, è una provincia autonoma fondata sull’abbondanza delle brioche.

25 aprile

24 Aprile 2008

Domani è il 25 aprile. Per me si tratta di una data importante, una di quelle date - fra l’altro - che potrebbero essere “festeggiate” da tutti i sudtirolesi (senza divisioni di lingua). Avrei voluto scrivere qualcosa, ma stamani, sulla Tageszeitung, è uscito un editoriale di Arnold Tribus che giudico impeccabile. Quindi me lo sono fatto spedire e lo pubblico ringraziando l’autore. Si intitola “Resistenza“.

 

Morgen ist der 25. April, Tag der Befreiung, noch ein Staatsfeiertag, denn die Reihen der Partisanen, die den Fall des Faschismus mit Inbrunst und Überzeugung feiern, werden immer lichter, und die neuen Machthaber halten wenig von der Resistenza. Wie wir Südtiroler. Geht uns alles nichts an, dass wir in Bozen ein Konzentrationslager hatten, weiß fast niemand, am Montag wird der Herr Staatspräsident der übrig gebliebenen Mauer einen Besuch abstatten. Damit wir nicht vergessen.  In den Städten finden sehr bescheidene Feierlichkeiten statt, alles läuft nach einem bürokratischen Ritual ab, die Stadtpolizisten eskortieren den Herrn Bürgermeister und die Vertreter der Partisanen, es werden Kränze deponiert. Das ist auch alles. Wie gesagt, uns Deutsche betrifft das alles nicht, sieht man vom Herrn Vizebürgermeister einmal ab, der aus politischem Anstand und persönlicher Überzeugung, will ich hoffen, mitgeht.

 

Mich erschüttert es jedes Jahr neu, dass die Befreiung vom Faschismus ohne Deutsche gefeiert wird, wo uns der Faschismus doch so viel Leid und Schmerz zufügte, uns Grund und Boden nahm, uns zu Fremden im eigenen Land machte, uns unsere kulturelle Identität nehmen wollte, uns unsere Sprache und Schule, unsere schönen Bräuche verbot, unsere Trachten und Schürzen, die deutsche Presse, die deutschen Parteien, die deutschen Gewerkschaften, alles, was uns als Tiroler Volk auszeichnete. Dieses Regime wurde endlich besiegt, das demokratische Italien feiert die Wiedergeburt der Demokratie durch die Resistenza, die der alte Partisan und spätere Staatspräsident Sandro Pertini als „zweiten Risorgimento“ bezeichnete, und wir tun weiterhin so, als beträfe uns das alles nicht, obwohl wir ja nicht müde werden, als Opfer des Faschismus herumzuplärren  und unseren Sonderstatus in der Republik ja immer als Wiedergutmachung der Schandtaten des Faschismus zu legitimieren und zu rechtfertigen.

 

Kaum jemand unserer Leute weiß, was denn am 25. April eigentlich begangen wird. Es ist ein Staatsfeiertag, aber was haben wir damit denn zu tun? Traurig. Wir haben laut Parteidoktrin ja eine andere Geschichte. Ist es etwa die, die sagt, dass die Nazis am 8. September 1943 Südtirol befreit haben, als diese unter dem Jubel der Bevölkerung das Land besetzten und hier Naziland errichteten? Man war die Faschisten los und hatte dafür die Nazis, war Reich, beim Führer. Glücklich. Das demokratische Bewusstsein war so groß, dass die schwarze Diktatur durch die braue ausgetauscht wurde. Seither dominiert bei uns wie in breiten Kreisen Deutschlands die Vorstellung, dass es am 8. Mai keine Befreiung gegeben habe, sondern Niederlage, Katastrophe, Kapitulation. Seither geht die Verklärung der Nazizeit im Lande weiter, es werden stramme Nazigeschichten erzählt, es lebe die Wehrmacht, die Opfer war,  Täter waren die anderen, die als Befreier gelten. Damit will ich nicht die hemmungslosen Plünderungen und Zerstörungen der Roten Armee am Ende des Krieges rechtfertigen, das Elend der Flüchtlinge und Vertriebenen, die entsetzlichen Massenvergewaltigungen und Gewalttaten aller Art, um Gottes willen, man kann aber nicht Tote verrechnen, wennschon muss man sie zusammenzählen. Und wie die Alten sungen, so zwitschern auch die Jungen. Und wir wundern uns über junge Nazis. Erschreckend, dass es in einem Land wie Südtirol, das von den Nazis verraten wurde, Nazihorden herumrennen, ungestraft, gedeckt, verstanden, entschuldigt und gehätschelt.

 

Erschreckend, dass es in diesem Land, das unter dem Joch des Faschismus zu leiden hatte, keine antifaschistische Kultur gibt, der Antifaschismus kein Wert ist. Woher soll die Jugend das auch nehmen? Im „Geschichtlichen Abriss“ des „Südtirol Handbuches“ der Südtiroler Landesregierung kommt der 25. April 1945 gar nicht vor. Kein Südtirol-relevantes Datum. Sagt eigentlich alles. Wir sind ja nicht befreit worden. Wie schön wäre es gewesen in Naziland! Schlimm. 

 

arnold.tribus@tageszeitung.it 

 

“Wieviel Tirol steckt in dir”? Non mi stupirei se tra qualche settimana, tra campagna elettorale e grandi preparazioni per il cosiddetto anno hoferiano, cominciasse a circolare negli ambienti giusti il solito questionario per “testare” (uso questo termine orrendo volutamente a spregio) il livello di “tirolesità” dei sudtirolesi. Mi sembra già di leggere le domande: a) Pizza o Knödel?; b) Hockey su ghiaccio o calcio?; c) Gott, Kaiser und Vaterland o il festival di Sanremo?… Problemi seri, come si vede. Anzi: problemoni.

Comunque. Se per caso qualcuno (ancora qualcuno) avesse dei dubbi sull’indirizzo strategico del famoso “Gruppo di Studio sull’Autodeterminazione” (”Arbeitsgruppe für Selbstbestimmung”), leggendo questa notizia si dissolveranno sicuramente: [QUI]. L’opzione è (sarebbe) il cosiddetto ritorno all’AustriaAltro che Freistaat!

Non che questo ci debba preoccupare più di tanto (più viaggi a Innsbruck queste persone fanno, più probabilità ci sono che magari laggiù si trovino bene e decidano di fermarsi per un soggiorno anche lungo). Vale comunque la pena cogliere occasioni come queste (che ad un livello generale, cioè pensando all’indipendenza di questa terra dallo Stato italiano, dovremmo considerare a tutti gli effetti come occasioni perdute) per testimoniare ancora una volta la più radicale e completa distanza del progetto BBD da quello dei cosiddetti “patridioti” tirolesi.

P.S. Per chi volesse leggere riflessioni simili in lingua tedesca (seppur con accenti diversi), prego faccia un clic [QUI].

P.P.S. Leggendo questa dichiarazione di E. Klotz (”Es ist unverständlich, dass Südtirol sich immer mehr abkapselt und gerade im Hinblick auf das Gedenkjahr 2009 so tut, als ob es keine gemeinsame Geschichte und Identität des Landes Tirol gäbe”) mi viene in mente un pensiero che magari svilupperò meglio in seguito: non esiste movimento più contrario al Südtirol di questa Süd-Tiroler Freiheit. E quel che è più grave: neppure se ne rendono conto.