Nazione sudtirolese II

7 Aprile 2008

Aggiorno qui un post che avevo aperto qualche giorno fa per dare evidenza ad una discussione cominciata qui e proseguita qui.

Il nostro Loiny si è preso la briga, durante il finesettimana, di rispondere al quesito posto alla nostra attenzione. Ha inserito il suo intervento come commento, ma data la rilevanza delle sue riflessioni mi vedo in un certo senso costretto a dedicargli un’apertura. Vorrei inoltre far presente che questo tema aveva già per così dire “affaticato” l’estensore di questa nota almeno in due interventi.

Questo e questo. In particolare, consiglio all’autore del blog Provinciali 2008 l’attenta lettura del secondo contributo.

Ma adesso cedo la parola a Loiny:

“Il popolo sudtirolese sta per trasformarsi in una nazione?”

La tua domanda non è posta correttamente, perché le espressioni “popolo sudtirolese” e “nazione” andrebbero disambiguate. Provo a risponderti comunque.

Se per “popolo sudtirolese” intendi un soggetto trasversale ai tre grandi gruppi linguistici che abitano la nostra terra, la mia risposta è no. E lo è per una ragione molto semplice: funzione cardinale dell’autonomia non è quella di creare un soggetto diffuso, ma quella di mantenere separati i tre gruppi linguistici al preciso scopo di salvaguardare le peculiarità del gruppo linguistico tedesco e del gruppo linguistico ladino in quanto minoranze nazionali. In questa cornice istituzionale la nascita di un soggetto diffuso trasversale ai tre gruppi linguistici non solo non è prevista, ma è addirittura paventata (a questo proposito, per illuminare uno dei pilastri dell’autonomia, è utile ricordare la risposta di Magnago a un interrogativo di Vassalli, che gli chiedeva se non fosse più semplice parlare di italiani e tirolesi: “No. Col tempo anche gli italiani vorrebbero diventare tirolesi”)

Quel soggetto diffuso, però, esiste già almeno a due livelli:

1.trova una sua oggettivazione nel discorso pubblico sudtirolese/altoatesino inteso nella sua totalità. Mi spiego: quando io e Gabriele diciamo che il discorso pubblico sudtirolese/altoatesino è una mitologia negativa intendiamo dire che l’unico collante mitico che tiene assieme gli italiani, i tedeschi e i ladini della nostra terra è precisamente il grande racconto di una dissociazione. Per il momento (ma è un momento talmente dilatato da sembrare eterno) chi volesse recuperare la grammatica profonda del nostro Immaginario collettivo (dell’Immaginario collettivo immanente non a uno, ma a tutti e tre i gruppi linguistici), si troverebbe di fronte a un’evidenza difficilmente contestabile: quel che ci unisce, nell’attuale cornice autonomistica, è precisamente il racconto (il mito) di quel che ci separa.

2.Esiste però un livello diverso, nel quale il soggetto diffuso in questione ha avuto modo di svilupparsi positivamente: è quella “vasta area di comunicazione e convivenza bilingue” di cui scriveva Langer nella sua recensione a Sangue e suolo, “che non è fatta solo di persone di buona volontà e del dialogo che, come ha capito Vassalli “non contano niente”, ma soprattutto di tantissimi episodi di vita quotidiana, negli ospedali, sui posti di lavoro, a tavola, sui treni, nelle strade, un po’ dovunque, a dispetto della politica ufficiale di segregazione ed ostilità”. Ecco: a questo livello, collocato sotto la soglia del “politico in senso stretto”, credo che un soggetto diffuso trasversale ai tre gruppi linguistici esista già, anche se corre il rischio di essere soffocato almeno mille volte al giorno. Se lo osserviamo in una prospettiva non evenemenziale, mettendo tra parentesi la grande storia, esso è un organismo unitario che possiede ormai un suo codice non scritto, quasi una piccola religione del privato ancora tutta da indagare. Senz’altro incomprensibile a partire dall’analisi delle singole coscienze individuali (o di coscienze di gruppo etnicamente determinate), questo codice non scritto si configura come una nuova identità, situata sul piano della nostra coscienza collettiva, che trae alimento dai rapporti di buon vicinato, dalla microstoria, dai matrimoni misti, dalle pieghe del quotidiano, dai rapporti di lavoro, dalle amicizie, dalla gastronomia. A sua volta, in virtù del suo moto diuturno e silenzioso, questa nuova identità alimenta la società civile con paziente discrezione. È un corso d’acqua cristallina, sotterraneo agli orticelli della politica, che affida la sua voce alla silente dichiarazione delle cose. Senza farsi udire, fuoriesce dalle gabbie etniche, elude gli ostacoli istituzionali, passa al fianco della storiografia ufficiale, si spande per le strade. È un’identità opaca e pervasiva, tutta implicita nei gesti minimi della cultura materiale.

Ricapitolando, si potrebbe dire che il “popolo sudtirolese”, in quanto soggetto diffuso trasversale ai tre gruppi linguistici si dà oggi in tre forme di esistenza: a livello istituzionale non esiste,  perché la sua esistenza  coinciderebbe con la negazione dell’autonomia. A livello di immaginario collettivo esiste negativamente in quanto schiamazzante mitologia della separazione. Sotto il livello del “politico in senso stretto” esiste positivamente in quanto convivenza silenziosa.

Ora, trasformare tutto questo in qualcosa che somigli a una nazione (o a una postnazione), mi pare un compito difficilissimo. Anche perché, con Gellner e Hobsbawm, sappiamo bene che “dal punto di vista dell’analisi il nazionalismo viene prima delle nazioni“ e che “non sono  le nazioni a fare gli Stati e a forgiare il nazionalismo, bensì il contrario”. Nel nostro caso, allora, considerando che ci troviamo a fare i conti con dei nazionalismi preesistenti che godono ottima salute, ci vorrebbe una specie di “nazionalismo antinazionalista”, un pensiero postnazionale, per l’appunto, che prima di arrivare al suo scopo, dovrebbe necessariamente disinnescare i nazionalismi preesistenti subordinandoli all’idea di nuova nazione. Questo, mi pare, è il compito titanico che si è assunto BBD.

 

P. S.: la funzione dei “foglietti”, se davvero ne hanno una, è quella di creare un mito artificiale che, per parafrasare un pensiero di Roland Barthes, istituisca la mitologia della separazione in quanto “ingenuità guardata”. Nella migliore delle ipotesi, i “foglietti” sono dunque la messa in scena di una messinscena.

14 Risposte a “Nazione sudtirolese II”

  1. Étranger detto

    Inserisco qui un divertente commento di Concetta Failla:

    Gabriele io ho capito solo una cosa: il compito titanico e difficilissimo di BBD, che si trova a fare i conti con dei nazionalismi preesistenti e che ci vorrebbe una specie di “nazionalismo antinazionalista”, un pensiero postnazionale, che prima di arrivare al suo scopo, dovrebbe necessariamente disinnescare i nazionalismi preesistenti subordinandoli all’idea di nuova nazione, (fammi prendere il respiro…), equivale al compito titanico di una parrucchiera che da bruna ti vuol fare diventare bionda e che consiste in un procedimento difficilissimo e cioè nella decolorazione di tutti i capelli neri, passando attraverso un bel rosso carota e dopo lo shampoo, probabilmente verrà fatta una colata di colore per attenuare il rosso, per poi tingerli di biondo e inserire delle meches biondissime…

  2. [...] pezzo pubblicato qui e qui, l’autore di foglietti sudtirolesi ha analizzato la potenziale tracciatura di un [...]

  3. GattoMur detto

    @ commento della Failla

    Chapeau!!!

  4. [...] Aggiornamento del 8 aprile 2008. Caro Loiny, circa la mia domanda “Il popolo sudtirolese sta per trasformarsi in una nazione?”, il concetto contenuto nella parola nazione (essendo basata sulla – e derivata dalla – lettura delle tesi di Canetti sul simbolo di massa), non può che riferirsi al concetto della cosiddetta “nazione naturale”. La parola popolo sudtirolese, invece – e per la ragione predetta – non può, per logica conseguenza, che intendersi riferita al solo popolo di madrelingua sudtirolese ad oggi riferibile ad ogni titolo all’Alto Adige/Südtirol. [...]

  5. Loiny detto

    “Nel pezzo pubblicato qui e qui, l’autore di foglietti sudtirolesi ha analizzato la potenziale tracciatura di un simbolo di massa nazionale che comprenda tutti e tre i gruppi linguistici; ovvero, eludendo volontariamente la seconda domanda di base delle due pubblicate qui, ha negato anche la prima. Le ribadisco dunque nuovamente. Il popolo sudtirolese sta per trasformarsi in una nazione? E qual’è il simbolo di massa della nuova nazione sudtirolese?”

    Caro L., io non ho negato proprio nulla. Semplicemente, mi sono limitato a constatare che “la tua prima domanda non è posta correttamente, perché le espressioni “popolo sudtirolese” e “nazione” andrebbero disambiguate”.
    Ora, stando al tuo ultimo intervento, mi sembra di aver capito che per “popolo sudtirolese” intendi un soggetto plurale determinato. Un soggetto, però, non solo linguisticamente, ma addirittura etnicamente determinato. Per “popolo sudtirolese”, mi pare, intendi il gruppo etnico tedesco dell’Alto Adige/Südtirol in quanto comunità chiusa e monolitica, che andrebbe perfezionando di continuo la propria chiusura attraverso rudimentali strumenti di ingegneria politica e sociale. Per quanto riguarda il termine “nazione”, invece, ho l’impressione che tu abbia in mente il concetto di “Kulturnation”.

    Sulla base di queste supposizioni, provo a riformulare la tua domanda in modo chiaro:

    “Il “popolo sudtirolese” (senza gli italiani e i ladini) sta per trasformarsi in “Kulturnation”?”

  6. Loiny detto

    Ops. Non mi ero accorto del tuo ultimo commento.

  7. Loiny detto

    @ Étranger

    Una domanda: in che modo ritieni possibile “disinnescare i nazionalismi preesistenti subordinandoli all’idea di nuova nazione” PRIMA che questa nuova nazione abbia a nascere? Mi spiego: quel PRIMA indica un tempo che è il nostro presente, il tempo della nostra autonomia, nel quale i “nazionalismi preesistenti” di cui sopra non sono in realtà preesistenti, ma sono i nazionalismi presenti e visibili (e, non mi stancherò mai di ripeterlo, necessari al nostro sistema) che strutturano l’immaginario collettivo di noi “Kinder der Südtirol-Autonomie”. Non credi anche tu che in un contesto del genere un pensiero postnazionale come il tuo, ancorché teso a disarticolare il grande racconto della separazione etnica, corra il rischio non piccolo di esserne “digerito”, trasformandosi in una delle tante narrazioni di cui si compone la nostra mitologia negativa?

    Io qualche risposta ce l’avrei, ma mi farebbe piacere che provassi a rispondermi tu.

  8. Étranger detto

    @ Loiny

    Domandone. Vediamo.

    Ti propongo un’oscillazione (che corrisponde alla mia “indecisione” di fondo, o perplessità, riguardo una possibile soluzione univoca e definitiva della nostra questione). L’unica cosa che ritengo sia necessaria è per l’appunto la decostruzione della duplice e contraddittoria appartenenza nazionale alla quale – presentemente – si riferiscono i due principali gruppi linguistici (quello “altoatesino” e quello “sudtirolese”). L’autonomia, penso che su questo siamo d’accordo, non riesce a favorire compiutamente questo processo, in quanto essa si basa sul presupposto che il riferimento “nazionale” (l’Italia per gli italiani, il Vaterland per i sudtirolesi) non sia mai del tutto estinguibile. A questo punto s’innesta l’oscillazione annunciata. Essa considera:

    a) che il processo di decostruzione non giunga mai al termine e dunque sia consustanziale ad un processo d’infinito “assestamento” di quanto già abbiamo (e dunque: dall’autonomia non si esce, ma l’autonomia può cambiare, anche se non si riesce a capire bene come).

    b) che lungo il processo di decostruzione emergano ragioni del nostro “convivere” capaci di elaborare un sentimento di “coappartenenza” in grado di assomigliare a quel movimento volontaristico che prelude alla nascita di una nuova “nazione”.

    È possibile che avendo di mira il traguardo indicato al punto b) non si riesca alla fine che a perfezionare l’opzione a). Non sarebbe comunque un risultato da poco. Al contrario non penso che permanendo esplicitamente all’interno dell’orizzonte concettuale di cui al punto a) (cioè considerando l’autonomia come intrascindibile e i gruppi linguistici come “naturalmente” orbitanti sul riferimento nazionale che conosciamo) si liberino quelle energie in grado di apportare significativi mutamenti allo status quo.

    Mi risulta oscura la formulazione della tua domanda finale: “non credi anche tu che in un contesto del genere un pensiero postnazionale come il tuo, ancorché teso a disarticolare il grande racconto della separazione etnica, corra il rischio non piccolo di esserne “digerito”, trasformandosi in una delle tante narrazioni di cui si compone la nostra mitologia negativa?”. Indubbiamente la mitologia negativa è molto radicata e non si lascerà decostruire in modo agevole. Ma – se capisco bene quello che dici – l’idea che ANCHE questo lavoro di decostruzione non faccia che articolare in modo ulteriore (e dunque non sostanzialmente difforme) il grande racconto della “divisione” è un pensiero talmente pessimista che così, su due piedi, mi riservo di accoglierlo.

  9. Loiny detto

    @ Étranger

    Grazie. Avrei voluto aggiungere un paio di considerazioni, ma la tua risposta le ha rese del tutto superflue.

  10. Loiny detto

    @ Étranger

    “Mi risulta oscura la formulazione della tua domanda finale”

    Provo ad essere più chiaro: non credi che un pensiero postnazionale come il tuo, proprio perché intellettualmente raffinato, si presti più di altri ad essere sbrigativamente ridotto a una delle tante narrazioni di cui si compone la nostra mitologia negativa? Impattando uno spazio che non è pronto ad accoglierlo, anche il decostruttore più certosino rischia di essere trasformato, come si direbbe in linguaggio mitico, nel Solito Rompicoglioni. Le mie riserve, insomma, non riguardano il tuo modo di procedere, che mi pare ineccepibile, ma lo spazio destinato ad accoglierlo.

  11. Loiny detto

    @ Étranger

    Per farti capire che cosa ho in mente, ti invio tre piccoli testi, che, calettati l’uno nell’altro, indicano da una parte le caratteristiche generalissime dello spazio in questione e dall’altra l’esiguità (in un certo senso non priva di eroismo) del tuo percorso:

    “Se ci guardiamo attorno nel mondo delle scienze umane, tra la genesi del nuovo e la sua diffusione troviamo spesso lassi di tempo molto estesi. Il pensiero nuovo non si trasmette velocemente, il progresso non avanza con atti di forza che cancellano immediatamente il vecchio. 25, 40 anni e più sono la norma prima che una nuova idea possa diffondersi al di fuori della cerchia ristretta all’interno della quale ha trovato origine. Per caratterizzare questa diffusione lenta, irregolare e dall’esito incerto, Dan Sperber ha trovato la felice metafora del contagio, che illustra nel suo recente volume La contagion des idées. Théorie naturaliste de la Culture. La cultura si diffonde secondo le leggi dell’epidemiologia. La diffusione di un pensiero nuovo necessita di incontrare sul suo cammino individui predisposti ad accogliere il tratto del nuovo. Il buon esito della diffusione non dipende dalla capacità del nuovo di abbattere sistemi immunitari resistenti. Sono frasi pronunciate con una vena ironica, ma chi ha seguito la discussione scientifica nei vari campi delle scienze umane, linguistica in primis, si renderà presto conto della loro portata. In qualsiasi momento ci troviamo in molti punti diversi situati lungo l’arco della diffusione di idee nuove vincenti e/o perdenti. La nostra cultura scientifica è data dall’insieme di questi momenti in sintonia con alcuni e in dissonanza con altri. Il “nuovo” ha ritmi lenti e dà così origine, per periodi assai lunghi, ad un clima di convivenza di modelli culturali anche molto divergenti e in conflitto tra loro. L’esito è imprevedibile in assoluto – cioè non si sa in anticipo quale modello teorico alla lunga si affermerà – ma anche relativamente all’arco di tempo della vita attiva di uno studioso e ricercatore che non può contare sull’affermazione o meno di teorie nuove in tempo utile per poterle applicare nell’esercizio della sua professione. Queste considerazioni sembrano in contrasto con lo spirito innovativo che dovrebbe caratterizzare l’università all’inizio di un nuovo anno accademico, che si situa alle soglie di un nuovo millennio e nel primo anno di vita della nuova Facoltà umanistica della nostra Università. A dire il vero, mi sembrano anche troppe le sollecitazioni del “nuovo”, dell’ “inizio”, che fanno sempre pensare alla tabula rasa. Se nel nostro campo i processi innovativi sono tanto lenti come abbiamo motivo di credere, gli impulsi più importanti che oggi proponiamo potranno diventare operativi magari soltanto nel 2025 o nel 2040. Sperando di trovarci in una catena di contagio già iniziata qualche tempo addietro, possiamo prevedere tempi più ridotti. Ma si tratta pur sempre di decenni.” (Johann Drumbl, Traduzione e scrittura)

    “Un giovane in fase di attività mentale (…) irradia continuamente idee in tutte le direzioni. Ma solo quelle che incontrano risonanza nell’ambiente gli vengono rinviate e si consolidano, mentre tutte le altre irradiazioni si sparpagliano nello spazio e vanno perdute! ” (…) nel corso del tempo le idee comuni e impersonali si rafforzano da sé e quelle eccezionali si perdono, così che quasi ognuno, con la precisione di un congegno meccanico, diventa sempre più mediocre; questo spiega perchè, nonostante le mille possibilità che ci sarebbero offerte, l’uomo comune è appunto un uomo comune! E spiega anche come fra i privilegiati che si fan valere e ottengono riconoscimento vi sia una certa miscela che ha il 51% di profondità e il 49% di leggerezza che è quella che consegue il maggior successo; e questo già da molto tempo appariva a Ulrich così complicatamente assurdo e così insopportabilmente triste che gli sarebbe piaciuto continuare a meditarci sopra”. (Robert Musil, L’uomo senza qualità, capitolo 29)

    “Il punto di vista collettivo la vince sempre sul singolo o per digestione (auto-ingerimento, direbbero i logici) o per espulsione. Se il punto di vista del singolo vince è collettivo”. (Luciano Nanni, I cosmi, il metodo)

    Lascio naturalmente alla tua intelligenza l’esecuzione corale dei tre testi.

  12. Étranger detto

    Caro Loiny, grazie di aver composto qui (all’unisono) queste tre citazioni sulle quali molto abbiamo medidato e mediteremo. Che dire? Anch’io – e non raramente – ho l’impressione che quello che scrivo non sia altro che una chiosa postrema al famoso (?) antico frammento dell’idealismo tedesco, quello che parlava di una “mitologia della ragione”. È certamente vero che creare dal nulla una mitologia positiva (per di più ottenuta decostruendo una florida e preesistente mitologia negativa) non è un affare da poco. È senza dubbio possibile (anzi probabile) che il mio solitario “sentiero” non sia che una traccia periferica dell’ennesimo Holzweg (e il fitto del bosco se lo ingoierà al più presto possibile). Ma da qualche parte, in quel bosco, una radura ci dovrà pur essere.

  13. Loiny detto

    @ Étranger

    “Ma da qualche parte, in quel bosco, una radura ci dovrà pur essere”.

    Mi viene da dire: anche se non ci fosse, vale la pena di cercarla, perché continuando a cercare la radura, camminando avanti e indietro per il bosco con l’ostinazione di un segugio, nella peggiore delle ipotesi si conosce il bosco.

    Nel mio attuale stato di ubriachezza, a testimonianza della mia stima per il tuo impegno, ti invio un complimento repellente:

    „Un immane intreccio di nervi si è raccolto attorno ai punti d’intersezione di pochi muscoli“ (Musil): così su due piedi mi verrebbe da dire che la tua intelligenza, impattando lo spazio di „Segnavia“, ha assunto l’aspetto di un abbraccio ampio, in grado di tenere assieme le voci più distanti del discorso pubblico sudtirolese; o di una regia discreta, padrona e servitrice del registro alto e di quello basso. Ma sarebbe troppo poco: essa somiglia piuttosto a un soggetto nomade, curiosissimo e paziente, che non perde mai di vista gli spostamenti imprevedibili (o scontati!) della casella vuota.

    Se adesso mi mandi affanculo, non mi offendo.

  14. Étranger detto

    Non ti posso mandare affanculo. Ti voglio troppo bene. Però mi sopravvaluti molto, questo sì, te lo dico.

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