Bisogno di Heimat
10 Aprile 2008

Geschichte im Dialog / Dialogo tra storici
Hans Heiss, Tiziano Rosani
11.4.2008, 18:00
Fakultät für Bildungswissenschaften in Brixen
Universität Bozen
Bahnhofstrasse / Via Stazione, 16, Brixen / Bressanone
Raum / sala 1.04
Veranstaltungsreihe / Serie di conferenze
Vivere qui, neue Wege des Zusammenlebens
Verein „Heimat“ / Associazione „Heimat“
In Sudtirolo c’è una parola che causa imbarazzo. La parola è Heimat. I motivi d’imbarazzo sono essenzialmente due. Il primo riguarda il gruppo linguistico tedesco (e dunque ha a che fare con l’uso di un concetto interno alla sua madrelingua). Il secondo invece riguarda il gruppo linguistico italiano (e ha a che fare non solo con la relativa intraducibilità linguistica del termine Heimat – non esistendo una parola corrispettiva bisogna sempre fare ricorso a delle perifrasi – ma anche con la sua difficile applicazione al vissuto dei cosiddetti “altoatesini”).
La parola Heimat, dicevo, causa un certo imbarazzo al gruppo linguistico tedesco perché, col tempo, essa si è caricata di un risvolto ideologico che la sua semantica ingenua originariamente non aveva. Come noto, nella sua accezione elementare questo termine significa il luogo nel quale si è nati, ovvero l’intreccio affettivo capace di legare un individuo al paesaggio, alle cose e agli esseri umani che lo abitano. Se però questo sentimento spontaneo produce un atteggiamento di esclusione nei confronti di tutto ciò non è sentito appartenente a quel determinato contesto, se l’apprezzamento della Heimat degenera in una ostentata esaltazione delle radici, allora se ne ricava un uso inflazionato e quella deriva ideologica che tanti intellettuali e scrittori di madrelingua tedesca (basti pensare a Norbert C. Kaser, ad Alex Langer, ma anche al Reinhold Messner dei primi anni ottanta) hanno criticato.
Questa critica trova poi una eco e un’amplificazione all’interno del gruppo linguistico italiano, per motivi storici e psicologici non certo favorito nel difficile compito di riuscire ad elaborare un rapporto positivo col territorio. Provenienti da contesti diversi, vera e propria “polvere di individui” (come li ha definiti una volta Claus Gatterer), gli altoatesini hanno elaborato una coscienza di sé che rappresenta in effetti l’esatto rovescio del sentimento di appartenenza alla Heimat sopra descritto. Per essi vale quindi in modo paradigmatico l’esercizio di una sofferta “Heimatlosigkeit”, di uno “spaesamento” o di una “mancanza di radici” che ancora oggi rende estremamente complessa la “traduzione” di quella parola (Heimat) in un linguaggio da loro effettivamente praticabile (in buona sostanza: quando un altoatesino deve esprimere il concetto di “Heimat” vorrebbe poter ricorrere al termine tedesco, ma qui avverte una specie di inibizione, di resistenza).
Da qualche anno, a Bressanone, esiste un’associazione (denominata per l’appunto “Heimat”) che si è posta come compito anche la riflessione sulle contraddizioni e le difficoltà legate a questo concetto. Si vorrebbe cioè trasmettere l’idea che “avere una Heimat” è possibile soltanto riuscendo ad “offrire una Heimat” a chi ancora non ce l’ha e tuttavia sente il bisogno di averla. Il “sentirsi a casa” – in questa prospettiva – non deve essere scambiato per un mero e quasi biologico adattamento all’ambiente. Ogni nuovo venuto, quando raggiunge la relazione di familiarità con l’ambiente circostante, è al contrario in grado di apprezzare un cenno di accoglienza e di comprensione suscitato da una realtà che, proprio al contatto con la novità da lui introdotta, prende a modificarsi e dinamizzarsi. Sulla spinta di questa indicazione (che implica la revisione e la declinazione del concetto di Heimat da proprietà inalienabile di un individuo o di una comunità a domanda che nasce dall’esigenza di trovare un punto di riferimento in una situazione di difficoltà esistenziale), la questione della Heimat si allarga e coincide con quella della ricerca di un modello di convivenza più comprensivo (senza che essa debba contenere necessariamente l’idea di una “common culture”, di una comune identità). Se nel concetto di Heimat prevalesse un modello identitario rigido, impositivo, assimilante, si correrebbe infatti seriamente il rischio di trasformare la Heimat – come dice Joseph Zoderer – in qualcosa di simile ad uno Stammtisch: “man hockt zusammen und lacht über alles, was anders ist”.
Perché è intraducibile? Non dare alle lingue un valore etico. Sbagli….
Ho scritto che è “ralativamente” intraducibile. Infatti si usa generalmente in tedesco, anche parlando in italiano. La motivazione (tutt’altro che etica) l’ho fornita nell’articolo.
@ Étranger
si vorrebbe trasmettere l’idea che “avere una Heimat” è possibile soltanto riuscendo a “dare una Heimat” a chi ancora non ce l’ha
Non mi piace l’idea che una “Heimat” sia predefinita rispetto all’individuo. Se la “Heimat” è un concetto legato al territorio, preferisco immaginare un territorio non preventivamente “dato”. Il territorio è qualcosa di costruito (e marcato) dalle persone, dai singoli, non un concetto disegnato (o ridisegnato) da qualcuno.
Forse mi sono spiegato male. Con l’espressione “dare una Heimat” intendevo: rendere possibile il sentimento della Heimat anche a chi non lo avverte inizialmente come proprio. In un’altra occasione ho scritto:
(…)
Il “sentirsi a casa” non deve cioè essere scambiato per un mero e biologico adattamento all’ambiente. Ogni nuovo venuto, quando raggiunge la relazione di familiarità con l’ambiente circostante, è al contrario in grado di apprezzare un cenno di accoglienza e di comprensione suscitato da una realtà che, proprio al contatto con la novità da lui introdotta, prende a modificarsi e dinamizzarsi. Sulla spinta di questa indicazione (che implica la revisione e la declinazione del concetto di Heimat da proprietà inalienabile di un individuo o di una comunità a domanda e bisogno di trovare un punto di riferimento in una situazione di esistenziale spaesamento), la questione dell’Heimat si allarga e coincide con quella di una convivenza democratica, senza che essa debba contenere necessariamente l’idea di una “common culture”, di una comune identità. Se nel concetto di Heimat prevalesse un modello identitario rigido, impositivo, assimilante, si correrebbe infatti seriamente il rischio di trasformare la Heimat in uno squallido Stammtisch (”man hockt zusammen und lacht über alles, was anders ist”, come ha scritto Joseph Zoderer). Forse il segreto dell’Heimat risiede allora proprio nella possibilità di farne inizialmente a meno, di non essere assorbiti senza residui da un modello coercitivo e dominante, pena l’esclusione, e non solo dai confini sentimentali dell’Heimat.
@
rendere possibile il sentimento della Heimat anche a chi non lo avverte inizialmente come proprio
Probabilmente non c’e un inizio per la Heimat, nel senso che la sua definizione sta solo nelle relazioni che si stabiliscono tra le persone.
Possiamo immaginare una “Heimat liquida”?
Das deutsche Wort Heimat verweist auf eine Beziehung zwischen Menschen und Raum. Allerdings ist die geographisch-historische Eingrenzung der Bezugsräume keine feststehende, sondern situationsbedingt verschiebbar. Heimat kann eine Gegend oder Landschaft meinen, aber auch sich auf Dorf, Stadt, Land, Nation, Vaterland, Sprache oder Religion beziehen. Heimat bezeichnet somit keinen konkreten Ort (Heimstätte), sondern Identifikation. Es ist die Gesamtheit der Lebensumstände, in denen ein Mensch aufwächst. Auf sie wird seine Psyche geprägt, ihnen “ist er gewachsen”. Als Gegenüber der Fremde wird Heimat im utopischen Sinne auch als der erst noch herzustellende Ort in einer Welt jenseits der Entfremdung verstanden, dies gilt insbesondere für Erfahrungen des Exils.
Das Begriffsfeld
Heimat im historischen Verständnis: Heimatrecht
Der Begriff Heimat war ursprünglich ein Neutrum: “hämatli” – “das Heimat”, und stammt von germanisch haima, haimi, indogermanisch kei „liegen“ (englisch home) Das Wort war bis zur Mitte des 19. Jahrhunderts ein nüchternes Wort, welches im juristischen und geographischen Sinne gebraucht wurde. Der Begriff wurde vornehmlich in Amtsstuben wie Polizei und Bürgermeisteramt von Hoheitsdienern und Notaren verwendet, wenn es um den Geburtsort bzw. den Wohnort oder um das Herkunftsland ging, hier besonders im Erbrecht. Im Deutschen Wörterbuch der Brüder Grimm wurde Heimat 1877 definiert als, erstens “das land oder auch nur der landstrich, in dem man geboren ist oder bleibenden aufenthalt hat” und, zweitens, “der geburtsort oder ständige wohnort”; an dritter Stelle wurde hinzugefügt:”selbst das elterliche haus und besitzthum heiszt so, in Baiern.”
@Étranger
“das land oder auch nur der landstrich, in dem man geboren ist oder bleibenden aufenthalt hat”
Tirol ist auch deine Heimat – du mußt sie nur annehmen……..
Hai ragionato, con quel “relativamente” che comunque esprime un limite, “conoscitivo”, espositivo, di capacità di rendere l’essenza “etica” del termine Heimat, da uomo della strada, da cittadino di lingua italiana dell’Alto Adige, da persona che vive continuamente nella realtà etnica e nei suoi assurdi. E non da linguista. Hai espresso un aspetto di subalternità sostanziale davanti alla “cultura” degli altoatesini di lingua tedesca. Ammettendo uno dei fondamenti della filosofia segregazionista. Quello che l’italiano non puo’ esprimere il concetto di Heimat compiutamente, perchè manca, a questa lingua, qualcosa. E’ il ritorno di Fichte, del nazionalismo romantico, di certe deviazioni dall’evoluzione culturale linguistica e culturale e identitaria europea che caratterizzo’ la fomazione della Natio germanica come unità di popolo e separo’ l’etnia germanofona dalle altre all’interno dell’Impero Austriaco. E che segno’ l’inizio di quella Welle nazionalistica che ebbe come conseguenza quel che sappiamo, abbiamo già visto e, consentimi, forse purtroppo, in Europa potremmo rivedere. E’ il terminus post quem della formazione della stuatualità germanica, nata in opposizione ETICA agli altri popoli. E’ storia e non lo dico solo io. Ora, già l’utilizzo di Heimat è un qualcosa che non tutto il mondo di lingua tedesca considera allo stesso modo. La parola è tra quelle che vengono associate dalla maggior parte dei germanofoni politicamente democratici come termine politicamente reazionario e non conveniente. Lo relegano al folclore di alcuni austriaci e dei bavaresi, considerati pero’, all’interno del mondo tedescofono, qualcosa di diverso e non sempre qualcosa politicamente accettabile.
Fatta questa premessa, va detto che anche l’ intraducibilità “completa” di tutte le lingue e dei termini piu’ legati alla “metafisica” è una questione che vive ancora nel panormama culturale tedescofono piu’ conservatore. Se la lingua è espressione etica, di possibilità di esprimere compiutamente valori, essenze, intimità ed interiorità, l’unica lingua “assoluta” d’Europa, quella tedesca, erede della spiritualità greca e simile alla lingua ellenica per struttura e regole, oltre che per radici, puo’ essere tradotta? Io credo che ogni lingua, quantomeno in un mondo culturale e linguistico affine (come quello italo-tedesco) possa essere tradotta e che si riesca ad esprimere TUTTE le caratteristiche di termini di valore etico o filosofico. Insomma non bisogna essere italiani per capire cosa significa patria
Diciamo che il termine Heimat, nella versione politica, è l’espressione del bisogno di radicamento ed identitario, del limite avvertito dai popoli delle Wanderungen piu’ tarde di essere “arrivati” da fuori. Conseguenza delle migrazioni e del poter finalmente radicarsi. Dire di essere stabili ed a casa. Il valore di questa parola puo’ essere discusso, caro ètranger..
Superciuk, mi sembri proprio un imbecille. E poi non leggi. Tutto quello che tu hai detto sopra, io, nel mio pezzo, l’ho detto, meglio, in tre righe:
(—) se l’apprezzamento della Heimat degenera in una ostentata esaltazione delle radici, allora se ne ricava un uso inflazionato e quello scatto in direzione dell’ideologia che (—)
Imbecille lo dici a tua sorella, carissimo. Rispondi se ne sei in grado e non autocitarti. Quel che scrivi è aria fritta. Da chi si vanta di essere traduttore ed è solo capace di ingiuriare mostrando una pochezza di contenuti disarmante (ma non ne avevo dubbi). Ho criticato il tuo utilizzo di un termine, “relativo”. Se sei imbecille e mi rispondi con il ciarpame scritto per di piu’ male, cosa ci posso fare?
(—) se l’apprezzamento della Heimat degenera (cosa significa, che “degenera”? Utilizzare Haimat è già esaltatorio, al momento) in una ostentata esaltazione delle radici, allora se ne ricava un uso inflazionato (ma che c’azzecca, direbbe uno dei vostri tra inflazione e ostentazione? L’ostentazione non inflaziona, l’ostentazione, in una società etnica e tribale, la ripetizione, rafforza) quello scatto in direzione dell’ideologia che (ideologia, nell’idealismo etnico, è già nella parola, cacchio ma come fai a non saperlo?)
Natura, divino, poesia e sacrificio, leggo in un sito, e concordo, sono in questo struggente canto di FOscolo sulla TERRA NATALE. Molto interessante, ma non sciovinistico…
A Zacinto
Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque
Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.
Non tornerò mai più alle rive dell’ isola dove il mio corpo da bambino giacque, mia cara Zacinto che ti specchi nelle onde del greco mare
dal quale vergine nacque
Venere che fece fertili le isole
con il suo primo sorriso, e la poesia di Omero
non trascurò di esaltare tue limpidi nubi e la tua vegetazione
e il diverso esilio per il quale
Ulisse – bello di fama e di sventura -
tornò alla sua pietrosa isola di Itaca.
Cara terra natale tu non avrai altro che il canto del tuo figlio, a me il destino ha imposto la sepoltura in terra straniera.
Vado a lavorare. Studia
W l’università del canederlo ed il CORRIERONE ED ETERNA GLORIA AL COMPAGNO STALIN
Ecco bravo, vai a lavorare. Imbecille.
“Utilizzare Heimat è già esaltatorio…”
Tu sei un razzista antitedesco fino al midollo.
Ripeto, argomenti pochi, supponenza tanta, ignoranza arrogante e naturalmente le solite smenate sull’antitedeschismo. Smenate idiote ed un po’ razziste, perché sottindendono che il lettore sudtirolese non sia in grado di farsi un’idea da solo ma debba reagire allo stimolo comunque e dovunque. Sei tu il raZZista, mitico. Come ogni parola, anche il termine Heimat, usato nei vari contesti, assume significati diversi. Non c’e’ niente di male a parlare di “patria” o “terra natale” ove sentirsi “a casa”. Ci mancherebbe. Sono il primo a crederci. Quel che non accetto è sparare cazzate su traduzioni, su politica, su esportabilità del concetto, senza averne la minima cognizione, prendendo cantonate enormi e dicendo sinceramente delle assurdità mutuate dalle vulgate “patriottica” o “antipatriottica” locali. Il signor ètranger, insomma, non è in grado di rispondere se non due imbecilli ed un razzista fino al midollo. Se la critica viene “automatisch”, definita come razzismo siamo proprio sulla strada giusta. Per una cattedra universitaria nel Sudtirolo, mi auguro per te, ma per il ridicolo scientifico e morale.
Stammi bene.
- Utilizzare Heimat è già esaltatorio…”
- Non c’e’ niente di male a parlare di “patria” o “terra natale” ove sentirsi “a casa”.
Ecco. Non c’è bisogno di aggiungere altro. Tutta questa polemica è inutile: le cose che dici tu le ho dette io. Meglio.
Ma non andavi a lavorare?
non complichiamo le cose.
per quanto ne so io, l’associazione “heimat” di bressanone non si è “posta come compito la riflessione sulle contraddizioni e le difficoltà legate a questo concetto.” per quanto ne so io, l’associazione “heimat” si dichiarò aperta, fin dalla sua fondazione, agli italiani, preoccupandosi anche di coinvolgerli in iniziative e discussioni. essendo costituita da persone sensibili, e non da malcontenti malmostosi, l’associazione è preoccupata per la scarsa partecipazione di italiani alle loro iniziative, ovvero per lo scarso senso di “heimat” tra gli italiani. ha riconosciuto che questo problema esiste e ne fa oggetto di una discussione. (altri, quando vedono un problema che contrasta con la loro ideologia, negano che esso esista…).
vorrei chiarire che la “heimat” non te la possono dare! in italia, essendo la nostra cultura di stampo paternalistico (nel migliore dei casi), siamo portati a credere che “ci devono dare”: il lavoro, la casa, la pensione ecc ecc. (in sudtirolo poi ci sono molti italiani convinti che anche il tedesco (inteso come lingua) “ce lo devono dare”.
la “heimat” non può essere data, come si dà uno stipendio a qualcuno. non è che domani viene durnwalder, si rivolge agli italiani e dice loro: “eccovi la heimat”, dopo di che ci sentiamo tutti “a casa”. secondo me “heimat” è una dimensione che deve essere conquistata da ogni persona singolarmente. “heimat” implica conoscenza del territorio, della sua storia e cultura; implica anche un certo grado di identificazione col territorio (ho detto: un certo grado…).
se si disprezza il territorio e la gente che lo abita, se si ritiene la nostra società un “maso chiuso” (come formulano molti brillanti intellettuali italiani, tutti monolingui, sfoggiando una straordinario inventiva linguistica), se si ritiene che siamo governati da una banda di imbroglioni e affaristi, se non si accettano le tradizioni del posto, se si disprezza la stessa conformazione geografica della regione (dove le montagne chiudono la visuale, non come nella pianura intorno a mantova, dove lo sguardo può spaziare), allora sarà molto, molto difficile sentire questa terra come la propria heimat.
Ma che cavolo c’entra l’analisi politica sulla banda di affaristi con l’analisi culturale, antropologica, filosofica, etnografica e storica? Niente. Ma che, si deve accettare in toto tutto o si è pericolosi nemici dell’autonomia, schegge impazzite antisistema? Cosi’ come non c’entra assolutamente niente l’accostamento del problema Heimat (non mi meraviglia che manchino gli italiani se ci sono certe premesse) l’analisi del presunto paternalismo degli italiani pensando allo stesso paternalismo, meglio, visto che Provinz è femminile, con il maternalismo (interessante radice) che comunque molti sudtirolesi imputano alla Provincia, troppo presente per controllare e sovvenzionare, ma non per costruire un Land migliore (lo ripetono con varie sfumature tutti quelli che non si ritrovano nella Svp). Quali siano i brillanti italiani che considerano la società locale “un maso chiuso”, mi piacerebbe saperlo. Non mi meraviglierebbe ne esistessero, come quando leggo di intraducibilità etiche. Poi possiamo discutere anni sul concetto di patria nella cultura italiana, ma senza esaltazioni o vittimismi o analisucole a senso unico viziate dal male ancestrale del materialismo storico, sconfitto ideologicamente e praticamente. La Heimat (maiuscolo) da conquistare singolarmente è un grande messaggio. QUel che resta da chiarire è come farlo quando i criteri di selezione degli appartenenti a detta Heimat sono razziali o clientelari. Vallo a spiegare all’individuo
Assolutamente d’accordo sulla necessità di non disprezzare nessuno. Piu’ facile farlo quando ci si rivolge ai tedeschi, non automatico quando leggo degli attacchi agli italiani. Là una certa sudditanza al modello etnoidentitario si vede. Direi che in questo strano mondo globalizzato e pieno di contraddizioni abbiamo bisogno di individui liberi, non di meteci al servizio degli spartiati di turno.
Velocemente, perchè devo scappare; non capisco perchè in tutta questa vostra discussione non consideriate Tönnies (tanto per citare il primo). Per interpretare Heimat, suggerirei di ripartire quantomeno dall’idealtipo del concetto di Gemeinschaft….
Quant’è bello vedere come si scatena l’uragano per una parola. Ma é una parola sentita e importante non solo da noi. Forse ancora qualche spunto dalle discussioni sul ns. blog di tempo fa sul tema.
Rispettivamente
http://www.spaghetti-mit-knoedel.com/mir-sein-mir/heimat-patria-definizione
dove ho chiesto ad altoatesini di madre lingua italiana di spiegare “heimat” a qualcuno che non conosce il significato.
@superciuk /Étranger
Ihr seid leider das Spiegelbild der Italiener in unserem schönen Land.
Der eine such eine Heimat und der eine hat sie schon gefunden.
Der eine wird sie nie finden und der eine hatte sie schon im Herzen.
Politisch kann man das nicht erklären – es ist und bleibt eine Herzensangelegenheit, die der erste nie verstehen wird, da er mit sich selbst nicht im Reinen ist.
Der zweite hat warscheinlich durch der erworbenen Selbsterkenntnis sein Herz für diesem Land geöffnet.
A derfrankie (che ha comunque condotto un’interessante verifica) suggerirei quantomeno di chiedere CONTESTUALMENTE – se non prima – a sudtirolesi (di madrelingua tedesca) di provare a spiegare agli altoatesini (di madrelngua italiana) il concetto di Heimat.
Vorrei fare un po’ di chiarezza (se ci riesco).
Sull’associazione Heimat, leggiamoci lo statuto:
Già questo basta e avanza per giustificare quanto detto (da me) a proposito dell’associazione: “Da qualche anno, a Bressanone, esiste un’associazione (denominata per l’appunto “Heimat”) che si è posta come compito la riflessione sulle contraddizioni e le difficoltà legate a questo concetto”. Che tali difficoltà esistano (e che dunque sia proprio QUESTO, in definitiva, il compito che si sono prefissi quelli di “Heimat”) è testimoniato da una recente polemica (non entro nello specifico, anche se sarebbe interessante) intervenuta tra l’associazione e un contadino di Mellaun (un paesino di montagna, sopra Bressanone). Lo cito:
Non è difficile vedere come in questo caso sia proprio all’opera quella “tensione” tra un’interpretazione ristrettiva del concetto di Heimat e una, invece, più inclusiva e problematica (Altes pflegen und Neues anregen) della quale parlavo.
Sul fatto che la Heimat – come dice Lucio – non si può “dare” sic et simpliciter. È vero. Ma è vero anche che per poter elaborare un concetto positivo di Heimat (che esiste, nononstante superciuk tiri inopportunamente in ballo Fichte) occorre che si crei uno scambio tra chi già può dire di “sentirsi a casa” e chi invece (per vari motivi) ancora si sente “spaesato”. Finora è accaduto che il concetto di Heimat sia stato ideologicamente recintato da quanti (alla maniera del contadino di Mellaun) sono convinti che la Heimat sia una faccenda esclusivamente “da tedeschi”. Io invece penso (d’accordo con le linee di fondo dell’associazione Heimat) che questo concetto sia per l’appunto più fluido, presupponga anche una certa “contrattazione” e assesti i propri confini (il perimetro, per così dire, della Heimat) in base alla qualitá della comunicazione che è possibile stabilire tra tutti coloro i quali sentono (in vario modo) di appartenere a questa terra.
Dice, anzi chiede, superciuk:
Ce ne sono una miriade. A cominciare da te.
@provinciali2008
Buona come proposta. Però secondo me la parola Heimat come “Zeitgeist”, “Mitteleuropa”, “Hinterland” che concentrano una definizione piutosto vaga e per certi versi anche personale. Credo che la spiegazione che darebbe un altoatesino di madrelingua tedesco non sarebbe molto diversa da quelle presentate.
Mi baso anche sull’esperienza che ho fatto, perchè il mio post presentato è la risposta a un altro post sul tema heimat che era una blog-parade dove hanno partecipato svariatissimi blog in europa. Tutti dovevano spiegare cosa vuol dire Heimat per loro. E anche se sono molto personali, si vede una coerenza verso un concetto non basato sulla madrelingua o da dove viene l’autore.
Link:
http://www.spaghetti-mit-knoedel.com/mir-sein-mir/heimat-suedtirol
http://ego.yoda.ch/?p=1597
la riflessione sulle contraddizioni e le difficoltà legate a questo concetto (heimat) non sono, ripeto, l’obiettivo dell’associazione brissinese. le persone che formano quell’associazione vogliono, come hanno scritto, “offrire heimat”. perché tale offerta possa esistere, bisogna che vi siano persone disposte ad accoglierla. tali persone sono mancate, nella vita dell’esperienza dell’associazione, che ora, essendo composta da gente sensibile e perbene, si preoccupa di tematizzare questa mancanza e superarla.
il contadino di mellaun non c’entra. gli italiani assenti dalle iniziative del verein non sanno del contadino di mellaun e neppure della “declinazione chiusa ed escludente” del concetto di heimat. molto più banalmente: sono rimasti assenti perché non interessa(va) loro costruirsi questa heimat.
ci capiamo, etranger: apprezzo molto il tuo impegno e lo condivido. ma io non credo che gli altoatesini manchino alla heimat o manchino di heimat per responsabilità degli altri (dei tedeschi, guarda caso).
Lucio, è sempre il famoso gioco delle parti… La responsabilità è collettiva.
Ho riformulato e integrato il post iniziale:
Bisogno di Heimat
In Sudtirolo c’è una parola che causa imbarazzo. La parola è Heimat. I motivi d’imbarazzo sono essenzialmente due. Il primo riguarda il gruppo linguistico tedesco (e dunque ha a che fare con l’uso di un concetto interno alla sua madrelingua). Il secondo invece riguarda il gruppo linguistico italiano (e ha a che fare non solo con la relativa intraducibilità linguistica del termine Heimat – non esistendo una parola corrispettiva bisogna sempre fare ricorso a delle perifrasi – ma anche con la sua difficile applicazione al vissuto dei cosiddetti “altoatesini”).
La parola Heimat, dicevo, causa un certo imbarazzo al gruppo linguistico tedesco perché, col tempo, essa si è caricata di un risvolto ideologico che la sua semantica ingenua originariamente non aveva. Come noto, nella sua accezione elementare questo termine significa il luogo nel quale si è nati, ovvero l’intreccio affettivo capace di legare un individuo al paesaggio, alle cose e agli esseri umani che lo abitano. Se però questo sentimento spontaneo produce un atteggiamento di esclusione nei confronti di tutto ciò non è sentito appartenente a quel determinato contesto, se l’apprezzamento della Heimat degenera in una ostentata esaltazione delle radici, allora se ne ricava un uso inflazionato e quella deriva ideologica che tanti intellettuali e scrittori di madrelingua tedesca (basti pensare a Norbert C. Kaser, ad Alex Langer, ma anche al Reinhold Messner dei primi anni ottanta) hanno criticato.
Questa critica trova poi una eco e un’amplificazione all’interno del gruppo linguistico italiano, per motivi storici e psicologici non certo favorito nel difficile compito di riuscire ad elaborare un rapporto positivo col territorio. Provenienti da contesti diversi, vera e propria “polvere di individui” (come li ha definiti una volta Claus Gatterer), gli altoatesini hanno elaborato una coscienza di sé che rappresenta in effetti l’esatto rovescio del sentimento di appartenenza alla Heimat sopra descritto. Per essi vale quindi in modo paradigmatico l’esercizio di una sofferta “Heimatlosigkeit”, di uno “spaesamento” o di una “mancanza di radici” che ancora oggi rende estremamente complessa la “traduzione” di quella parola (Heimat) in un linguaggio da loro effettivamente praticabile (in buona sostanza: quando un altoatesino deve esprimere il concetto di “Heimat” vorrebbe poter ricorrere al termine tedesco, ma qui avverte una specie di inibizione, di resistenza).
Da qualche anno, a Bressanone, esiste un’associazione (denominata per l’appunto “Heimat”) che si è posta come compito anche la riflessione sulle contraddizioni e le difficoltà legate a questo concetto. Si vorrebbe cioè trasmettere l’idea che “avere una Heimat” è possibile soltanto riuscendo ad “offrire una Heimat” a chi ancora non ce l’ha e tuttavia sente il bisogno di averla. Il “sentirsi a casa” – in questa prospettiva – non deve essere scambiato per un mero e quasi biologico adattamento all’ambiente. Ogni nuovo venuto, quando raggiunge la relazione di familiarità con l’ambiente circostante, è al contrario in grado di apprezzare un cenno di accoglienza e di comprensione suscitato da una realtà che, proprio al contatto con la novità da lui introdotta, prende a modificarsi e dinamizzarsi. Sulla spinta di questa indicazione (che implica la revisione e la declinazione del concetto di Heimat da proprietà inalienabile di un individuo o di una comunità a domanda che nasce dall’esigenza di trovare un punto di riferimento in una situazione di difficoltà esistenziale), la questione della Heimat si allarga e coincide con quella della ricerca di un modello di convivenza più comprensivo (senza che essa debba contenere necessariamente l’idea di una “common culture”, di una comune identità). Se nel concetto di Heimat prevalesse un modello identitario rigido, impositivo, assimilante, si correrebbe infatti seriamente il rischio di trasformare la Heimat – come dice Joseph Zoderer – in qualcosa di simile ad uno Stammtisch: “man hockt zusammen und lacht über alles, was anders ist”.
Vedo che il richiamo a Tönnies non è stato (come prevedevo) raccolto: pazienza.
Il richiamo a Tönnies è implicito. Se leggi bene te ne accorgi.
@ etranger
la responsabilità è asimmetrica e ognuno ha le sue.
e poi, etranger,
non so quanto si possa dire che la parola heimat “causa imbarazzo al gruppo linguistico tedesco”. forse lo causa a qualche esponente (minoritario) del gruppo tedesco. ma la stragrande maggioranza del gruppo sudtirolese ha un rapporto del tutto tranquillo con la parola heimat e con ciò a cui quella parola rimanda.
No, altrimenti il pezzo avrebbe preso tutt’altra piega. Approfitto per proporre (come avevo già promesso a É) dei testi che dovrebbero essere obbligatoriamente letti da chi si occupa di quello di cui ci si occupa qui sopra:
“The social identity theory of intergroup behavior” di Henri Tajfel e John Turner (dell’ottimo Tajfel segnalo anche “Gruppenkonflikt und Vorurteil” e “Experiments in intergroup discrimination”).
Per quanto riguarda invece studiosi di psicologia sociale, aggiungo anche Muzafer Sherif: tra tutti, “Experimentelle Untersuchungen zum Verhalten in Gruppen” in “Sozialer Einfluss und Konformität” e – quale ricerca empirica per eccellenza – “Intergroup conflict and cooperation: the Robbers Cave experiment”.
Ich komme heute Abend mit meiner Tochter. Vielleicht komme ich endlich zum Kaffee, zu welchem mich Herr Heiss im fernen Jahre 2006 (na ja, Ende 2006) eingeladen hatte
So long.
@ Lucio
“la responsabilità è asimmetrica e ognuno ha le sue”.
E basta con questo giochetto della simmetria e dell’asimmetria! Perché fai finta di non capire? Quando Étranger parla di “responsabilità collettiva” intende dire che è SISTEMICA. E poi che senso ha scandalizzarsi se gli italiani del Sudtirolo non sono interessati a far parte della Heimat tedesca? Così facendo, non agiscono affatto da “spaesati”, ma da persone che elaborano AFFETTIVAMENTE la logica istituzionale in cui sono gettati. La nostra autonomia esiste per mantenere separati i gruppi linguistici, non per unirli (questo dobbiamo ricordarcelo sempre, non solo quando ci fa comodo!). Se le cose filano per il verso giusto, dunque, è normale che i “tedeschi” si sentano a casa in Südtirol e gli “italiani” in Italia. È la dialettica maggioranza/minoranza che produce e salvaguardia l’esistenza di due case separate, non i “tedeschi lurchi” o gli “italiani puzzolenti”. Insomma: se gli “italiani” si sentono estranei alla Heimat tedesca e i “tedeschi” si sentono estranei allo Stato italiano, e ciononostante non si fanno a pezzi tra di loro per le strade dei centri cittadini ma si limitano a scrivere libretti (il tuo) e raccontini (i miei), significa che l’autonomia funziona.
Insomma, come ha scritto Zizek da qualche parte, bisogna smetterla di vedere dappertutto il proverbiale fantasma nella macchina, ma iniziare a fare i conti sul serio con la macchina fantasma che, una volta avviata, va semplicemente avanti per conto suo come una specie di infallibile congegno contingente.
Uffa, troppo complicato!
Troppe citazioni e argomenti complessi, esattamente quelli che, peraltro, mi attiravano in gioventu’, vale a dire il secolo scorso. .
Affermazioni del tipo:
Vedo che il richiamo a Tönnies non è stato (come prevedevo) raccolto: pazienza.
o del tipo:
Quando Étranger parla di “responsabilità collettiva” intende dire che è SISTEMICA
per me presentano aspetti problematici nel senso che:
1)Tönnies non ho nessuna voglia di leggerlo neanche se me lo si sbatte sotto il naso come condizione preliminare per essere autorizzato a parlare (non so se nel senso che “di cio’ di cui non possiamo parlare bisogna tacere”, anche se tutto è possibile sui blog);
2)il passaggio dal termine “responsabilità collettiva” al termine “responsabilità sistemica” puo’ essere di certo effettuato sotto qualche rispetto o capacità, ma a questo punto è altrettanto complesso.
Il punto è che se non ci sbarazziamo del tradizionale rinvio ai testi, non ne veniamo fuori. Provo dunque con un rinvio a un blog:
Il post che propongo è del mio amico Giorgio Jannis, che scrive (in estrema sintesi):
Sappiamo leggere e interpretare? Ovvero abbiamo con noi delle grammatiche aggiornate per decodificare senza troppe scommesse epistemologiche il funzionamento dei nostri ambienti di vita(…)? Stiamo indossando il giusto paio di occhiali?
Il post completo, pubblicato su Apogeo è visibile qui:
http://www.apogeonline.com/webzine/2008/04/07/19/200804071901
La domanda è: potrà signficare ancora qualcosa il termine “Heimat” se assumiamo una prospettiva tecnoteritoriale, del tipo di quella descritta(o prefigurata) da Giorgio Jannis? ?
@loiny
io non credo alla responsabilità “sistemica”; non credo che il sistema nel quale noi viviamo determini fino in fondo le persone e i gruppi; credo anzi che abbiamo buoni spazi di libertà e di autodeterminazione. e perciò abbiamo anche le nostre responsabilità. ogni persona e ogni gruppo (nella misura in cui le persone si riconoscono in un gruppo, sposandone l’ideologia, le credenze, gli atteggiamenti, ecc. ) hanno responsabilità SPECIFICHE. rintracciarle, nominarle e indicarle può essere un ottima cosa, per consentire a tutti di riconoscerle, quelle responsabilità, e di mutare atteggiamento.
se posso: diffidiamo oltre che delle (false) simmetrie, anche dei chiasmi (fantasma nella macchina, macchina fantasma, ecc…).
Lucio, riferirsi ad una certa cogenza “sistemica” non significa necessariamente obliare le responsabilità personali o dei gruppi (e dunque rinunciare a cogliere determinate asimmetrie). Al contrario. È proprio grazie ad un’analisi “sistemica” della realtà sudtirolese che le responsabilità individuali e dei gruppi vengono messe in luce in modo perspicuo. E la prima considerazione da fare, a questo proposito, riguarda proprio la logica immanente al “sistema” che risolve qui ogni individuo (perlopiù e innanzitutto) a farsi rappresentante del proprio gruppo. Ovviamente esistono spazi di libertà inalienabili (io posso ad esempio dichiararmi ladino o tedesco, se lo voglio), ma in questo modo perderei delle prerogative che ho se mi dichiarassi conformemente al ruolo che in un certo senso mi è assegnato “naturalmente” (se mi dichiarassi di madrelingua tedesca non potrei più fare quello che faccio: insegnare italiano nelle scuole di lingua tedesca). Esistono poi numerosi vincoli ai quali chi vive in provincia di Bolzano è sottoposto. Sono vincoli creati dall’ambiente nel quale una persona si forma (a cominciare ancora una volta dalla scuola) e che poi si irrigidiscono allorché una persona entra in contatto con un’amministrazione esplicitamente tarata sui bisogni dei “gruppi” più che sulle inclinazioni o sugli umori degli individui. Possiamo dire che si tratta forse di un “male necessario” (necessario alla prevenzione di mali ancora più gravi: la lotta senza quartiere per il predominio delle risorse in una società etnicamente frammentata), ma si tratta pur sempre di un “male” (e con male io intendo la tendenza a rendere statica la società, modellandola quindi su protocolli comportamentali predefiniti).
@ Guest
Grazie per la segnalazione. Il testo di Giorgio Jannis mi pare buono: affronta un argomento complesso e non rinuncia al tradizionale rinvio ai testi (Longo, Righetto e Sterling).
Prima di rispondere alla tua domanda, mi riservo di indossare gli occhiali del semiotico narratologo che, come è noto, è l’unico paio di occhiali che ci permetta di capire se “stiamo indossando il giusto paio di occhiali”. Poi incontro il contadino di Spelonca e il disoccupato di Oltrisarco e provo a spiegargli che cosa sia una “prospettiva tecnoterritoriale, del tipo di quella descritta (o prefigurata) da Giorgio Jannis”, ma lo faccio senza citare Jannis, perché so che “se non ci sbarazziamo del tradizionale rinvio ai testi, non ne veniamo fuori”. Inoltre, sia il contadino di Spelonca che il disoccupato di Oltrisarco non hanno probabilmente nessuna voglia di leggere il testo di Jannis, neppure se “glielo sbattessimo sotto il naso come condizione preliminare per essere autorizzati a parlare”. Allora rinuncio e mi vedo con Franz Pahl, per chiedergli se anche in lui è irresistibile “l’urgenza di cartografare i territori digitali” dando naturalmente per scontato che quest’urgenza “dovrà intrecciarsi con la consapevolezza di avere a che fare con reti di persone e pratiche sociali che si creano e si disfano continuamente, con flussi di simboli e immagini mediatiche dal valore emergente e folksonomico grazie a cui avviene”.
A parte gli scherzi, la domanda che poni e il testo di Jannis sono molto interessanti. Provo a risponderti brevemente: se assumessimo una prospettiva tecnoterritoriale come quella prefigurata da Jannis, il termine “Heimat” si svuoterebbe dei suoi contenuti attuali, e andrebbe ridefinito o gettato via. Il problema grosso, però, che è poi sempre il solito, va individuato nel soggetto che dovrebbe farsi carico di delineare questa nuova prospettiva; soggetto che nella tua domanda è un “noi” molto vago (“se assumiamo una prospettiva tecnoterritoriale…”). Insomma: a che soggetto pensi quando dici “noi”? A un soggetto politico preciso? Alla comunità dei blogger sudtirolesi/altoatesini? A un soggetto civile che sta per nascere o è già qui?
Mi auguro che tu non pensi a Franz Pahl, al contadino di Spelonca o al disoccupato di Oltrisarco. Perché altrimenti mi vedrei costretto a risponderti: “Uffa Guest, troppo complicato!”
@ Loiny
in realta’ quando ho scritto “troppo complicato” mi riferivo abbastanza poco al tuo commento, molto invece ai commenti precedenti di Provinciali2008.
Rispetto alla questione, generale, di individuare il soggetto che dovrebbe farsi carico di delineare una nuova prospettiva, posso dire che mi sembra questione posta con gli occhiali vecchi. Non fraintendermi, la questione è serissima, semplicemente io credo che il cambiamento non possa piu’ essere pensato come provocato o influenzato da un gruppo o da un soggetto privilegiato, ma avviene per intervento di tutti e anche senza un progetto predeterminato. Questo è dovuto al fatto che siamo entrati in un mondo digitale.
Per fare un esempio, prendiamo il caso di BBD, visto che siamo qua. BBD ha lavorato in questo modo: è stato individuato un soggetto in un gruppo ben definito e questo soggetto ha elaborato una proposta ben definita che ripensa il territorio.
Quello che non funziona, secondo me, sta nel fatto che, cosi’ facendo, il gruppo ha ricategorizzato, proposto cioè qualche cosa che ritaglia differentemente l’esistente ma che è pur sempre una categoria.
Ma questo succede sempre e immancabilmente se ci poniamo nell’ottica di individuare un soggetto come motore del cambiamento.
Non ricordo se ho gia’ citato su Segnavia un post di altro blog che descrive piu’ in dettaglio un modello di come le cose si ridisegnano per “connessioni” senza creare nuove categorie (ma semplicemente rendendo supeflue le preesistenti).
In ogni caso te lo ripropongo: Ecco il link
http://www.scuola3d.eu/weblog/?p=548
Semmai fammi sapere che ne pensi.
Non vorrei riaprire la discussione sul “parlar difficile” degli umanisti e dei filosofi, ma il testo di Jannis mi sembra inutilmente difficile (lo dico senza intenti offensivi) cioè mi sembra che il suo contenuto avrebbe potuto essere espresso con parole molto più semplici, e che probabilmente con tale contenuto sarei d’accordo, anche se poi non sono sicuro che sia così rilevante qui, nel senso che eventuali Heimat(losigkeiten) digitali mi sembra non facciano per nulla liquefarsi le resistenti Heimat o spaesamenti attuali, ben solide anche qui.
Anche sulle folksonomies e sul tagging, e qui so di andare contro-corrente, ho l’impressione che si facciano troppe parole.
Le tags una volta si chiamavano keywords,
l’idea geniale ma semplice è stata di farne un uso onnipervasivo e di aver inventato le tag clouds …
Un’organizzazione (del sapere, dell’essere, di quel che volete) a grafo invece che ad albero, di per sè, da un punto di vista matematico è appunto solo l’uso della struttura “grafo” invece che “albero”.
Not a big deal ! viene da dire.
Il fatto è che, a partire (anche) da ciò, con la matematica e con l’informatica, cioè per mezzo di tecnica e scienza e non solo con parole, si possono effettivamente costruire cose (teorie, algoritmi, ecc.) che cambiano il mondo e noi in esso ecc. (un esempio semplice sono stati gli algoritmi di google).
Ma non esageriamo.
@Olasz
Il fatto è che, a partire (anche) da ciò, con la matematica e con l’informatica, cioè per mezzo di tecnica e scienza e non solo con parole, si possono effettivamente costruire cose (teorie, algoritmi, ecc.) che cambiano il mondo e noi in esso.
Ben ritrovato Olasz!
Converrai con me che il rapporto matematica(informatica)/mondo non è oggetto ne’ della matematica ne’dell’informatica.
Caro Guest: il problema generale dell’Alto Adige/Südtirol – e non solo del concetto di Heimat qui tracciato – si desume agevolmente proprio da quello che lei, in modo così “cristallino” (quasi una sorta di autodafé, anche se evidentemente del tutto inconscio) ha tracciato parlando del suo personalissimo “particulare”.
“Tönnies non ho nessuna voglia di leggerlo neanche se me lo si sbatte sotto il naso come condizione preliminare per essere autorizzato a parlare”
il rapporto matematica/mondo …
non so bene cosa rispondere.
Qui stiamo parlando di informatica e matematica applicate; chi costruisce un modello matematico di un fenomeno naturale o artificiale cerca di costruirlo in modo che appunto modelli la realtà il meglio possibile; l’informatico che inventa nuove applicazioni, servizi, infrastrutture ecc. si propone di cambiare la realtà in un certo modo, rispondendo a stimoli esterni oppure no;
naturalmente nessuno può fare queste cose da solo, e l’interdisciplinarietà è obbligatoria.
Poi ci sono certo i casi eclatanti di invenzioni tecniche abbastanza banali che hanno cambiato il mondo in modo assolutamente imprevisto, e diverso, da quanto i loro autori prevedevano.
In primis il web naturalmente, un semplice protocollo per scambiarsi informazioni scientifiche all’interno del CERN, e prima internet, un mezzo per mettere in comunicazione alcuni computer del Ministero della Difesa,
ma prima ancora il telefono, la radio ecc.
In questo senso, le conseguenze storico-sociali e gli sviluppi tecnici di invenzioni o scoperte ovviamente dipendono pesantemente da condizioni esterne. Argomenti su cui sono stati scritti miliardi di pagine.
[...] si è tenuto il primo incontro, organizzato dall’associazione Heimat, sul tema “Vivere qui“. Tornerò successivamente sul senso di questo progetto (anche in vista dei prossimi [...]
Caro Guest, sono troppo poco informato per poterti rispondere come vorrei. Mi limito a porti un paio di domande da profano:
forse è vero che il cambiamento di cui parli avviene per intervento di tutti (attraverso una modificazione in profondità dei nostri modi percettivi determinata dalle nuove tecnologie). Ma, almeno stando agli studi culturologici condotti da Mc Luhan, non credi che le cose siano sempre state così? Il problema è che il cambiamento di cui parli (che “avviene per intervento di tutti e anche senza un progetto determinato”) verrà debitamente incanalato e risignificato da potentati economici vecchi o nuovi. Insomma: anche se noi non avremo un progetto, ci sarà sempre qualcuno che trasformerà la nostra assenza di progetto in un progetto precisissimo. O credi che anche la categoria “Potere” verrà resa superflua dal cambiamento in atto?
@ Guest
All’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, Marshall Mc Luhan scrisse una cosa così: “La scoperta dell’elettromagnetismo ha ricreato in tutte le occupazioni umane il “campo” simultaneo, cosicché oggi la famiglia umana si trova nelle condizioni di un villaggio planetario. Viviamo in un unico spazio delimitato che risuona dei tamburi tribali”. È un pensiero talmente sottile, che ogni tanto me ne dimentico. Alcuni frequentatori di queto blog, con le loro bacchette e le loro percussioni, hanno il merito di ricordarmelo.
“Gli oggetti si mondializzano, i soggetti si tribalizzano”: caro Guest, in queste otto parole di Regis Debray sta forse la mia riserva maggiore ai tuoi argomenti. Naturalmente spero che tu abbia ragione e lui sia nel torto.
@Loiny
O credi che anche la categoria “Potere” verrà resa superflua dal cambiamento in atto?
Si’, esattamente questo.