Potere e contropotere

16 Aprile 2008

Da qualche parte, non lontano da qui, si favoleggia di due banditi romantici, in disaccordo con le leggi municipali, che vivono ai margini della Città.

I due, sistemati in una specie di stazzo appena fuori le mura e del tutto ignari l’uno dell’altro, ogni secondo sabato del mese si appostano dietro la porta maestra che introduce al potere cittadino per tendere un agguato al Padrone, ritenuto responsabile della corruttela della Città. Il primo bandito, accovacciato alla destra del portone, non vede il secondo, che si nasconde alla sinistra dello stesso ed ignora l’esistenza del primo.

All’ora prevista, i due banditi escono allo scoperto, gettandosi proprio là dove il Padrone, abbigliato in veste da camera e pantofole di raso, dovrebbe vuotare la Pattumiera. Ma anziché impattare il corpo della vittima designata, per statuto “momentaneamente assente”, i due si scontrano in maniera scomposta, cagionando un gran frastuono di ossa. Testa contro testa, petto contro petto, gambe contro gambe: il cozzo è tremendo. I due banditi, privati dell’oggetto della loro aggressione, si ritrovano ora faccia a faccia, con il naso rotto e la bocca sanguinante. E proprio lì, mentre il Padrone continua a fornicare indisturbato tra le mura della Città, si massacrano di botte fino ad annientarsi.

Questa fiaba, raccontata ogni terzo sabato del mese dal cantastorie di turno, mi convince sempre meno. Le parole che la formano, appena uscite di bocca, cascano per terra e si mischiano alla polvere. In realtà, Potere e Contropotere ingranano tra loro come i pezzi numerati di un meccano. Lo stazzo non sta fuori, ma dentro le mura. “La cittadella del potere è spaccata longitudinalmente dal di dentro al fine di riprodurre se stessa e di contenere il suo contrario”. Ma è ancora tempo per certe riflessioni? Dal ventre della città, attraverso le feritoie delle mura, un rullo di tamburi arriva fino a noi e ci proietta nel cuore del Palazzo, spalancandoci la scena come lo squarcio subitaneo di un sipario: la sala da pranzo è decorata a festa, dal soffitto pende una soppressa. I commensali, storditi da un frastuono di tamtam, formano un quadrato perfetto attorno alla merenda: tartufi di mare con pomodoro e basilico, zuppa di farina tostata, costolette di capriolo in crosta di mandorle, ostriche, canederli di grano saraceno, pizza, torta salata con crauti, controfiletto di manzo in mantello di carciofi, diverse pietanze che non conosco. E per finire, un po’ di caponata.

Non si può dire che le cose vadano male, solo che conversare è diventato più difficile. In questo momento, ad esempio, un tale sta gridando a squarciagola che il cibo sta finendo, ma come sentirlo se centinaia di persone tamburellano sui bongos? È spiacevole che il professore non possa parlare dei famosissimi venti globali che minaccerebbero la tenuta del Palazzo. Non è bene che la voce di chi vorrebbe metterci in guardia contro i pericoli del neotribalismo sia sovrastata da modernissime percussioni ancestrali. In realtà, si sono messi tamburi dappertutto e ora ci si rammarica perché qualcuno li percuote.

Tutto questo, però, non deve distrarci dalla scena principale: i due banditi, seduti a cavalcioni sulle ginocchia del Padrone, giocherellano con la sua catenina. Lui, definitivamente incastrato tra il tavolo e la panca, siede a capotavola e sorride per inerzia. È un signore corpulento, cresciuto nei propri vestiti fino a lacerarli. È talmente ingrassato, anche in faccia, che non riesce più a sfilarsi la corona di spine. Il Palazzo, sempre più grande, è ora un’estensione del suo corpo: gli cresce attorno di mattone in mattone, stanza dopo stanza, un piano sopra l’altro, e giù giù fino alle cantine.

All’improvviso, un cameriere porta in tavola la zuccheriera. Se non fosse per il suono assordante dei tamburi, si sentirebbero rumori di tazze e cucchiaini. Tra pochi minuti, a quanto pare, verrà servito il caffè.

 

4 Risposte a “Potere e contropotere”

  1. Guest detto

    Complimenti per questo foglietto sudtirolese Loiny, complimenti, in generale, per tutti i tuoi foglietti.

    Il mio commento è su questo:

    In questo momento, ad esempio, un tale sta gridando a squarciagola che il cibo sta finendo, ma come sentirlo se centinaia di persone tamburellano sui bongos? È spiacevole che il professore non possa parlare dei famosissimi venti globali che minaccerebbero la tenuta del Palazzo. Non è bene che la voce di chi vorrebbe metterci in guardia contro i pericoli del neotribalismo sia sovrastata da modernissime percussioni ancestrali. In realtà, si sono messi tamburi dappertutto e ora ci si rammarica perché qualcuno li percuote.

    Io sono convinto che oggi il significato debba essere ricercato nel disordine, perchè non possiamo piu’ trovarlo ricorrendo al sistema di categorie che la tradizione ci ha consegnato e nemmeno tentando di costruire un nuovo sistema di categorie.
    Il problema è come farlo.
    Probabilmente i tamburi non sono tutti uguali e comunque, questo è certo, non emettono tutti suono identico. Penso che la composizione prima o poi prenderà forma.

  2. Étranger detto

    Caro Guest: “cercare il significato nel disordine…”. Hmmm. Mi tornano in mente le parole di Ian Curtis, all’inizio del primo disco dei Joy Division: I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand… Could these sensations make me feel the pleasures of a normal man? These sensations barely interest me for another day, I’ve got the spirit, lose the feeling, take the shock away… (il brano, significativamente, s’intitolava “Disorder”).

    Sui tamburi. Mi sento di disambiguare il testo di Loiny del quale ho seguito per così dire la genesi. I tamburi (che sono stati messi dappertutto) sono i resti di un mondo di appartenenze tribali e ancestrali. Sono dappertutto e nessuno si è preso la briga di rimuoverli (suppongo perché troppo pesanti o incardinati al terreno: radicati). I tamburi suonano e i Freiheitlichen schizzano al 13%.

  3. Loiny detto

    @ Guest

    Grazie per i complimenti.

    “Probabilmente i tamburi non sono tutti uguali e comunque, questo è certo, non emettono tutti suono identico. Penso che la composizione prima o poi prenderà forma”.

    Se ho capito bene quel che vuoi dire, ci troveremmo di fronte a un cambiamento talmente nuovo, che non siamo ancora in grado di nominarlo. La musica che ha da venire, dici, si comporrà da sè, indipendentemente da partiture o spartiti.
    Io credo invece che il cambiamento di cui parli abbia già un nome (ideologia della globalizzazione), una forma particolare (l’assenza di forma e di progetti di un’élite economica mondiale sempre più extraterritoriale, globale e verticalmente separata da chi non ne fa parte), e le sue vittime reali o potenziali (tutti coloro che si trovano sul versante passivo della globalizzazione: i cosiddetti “locali”, che reagiscono all’ibridazione e all’apertura dell’economia, arroccandosi su posizioni sempre più simili a fortezze). Un buon modo per smascherare l’ideologia della globalizzazione è mostrare, come ha fatto Roland Robertson, che i fenomeni globali e quelli locali sono strettamente intrecciati, glocali per l’appunto. Per questo quando tu scrivi “io sono convinto che oggi il significato debba essere ricercato nel disordine” e poco dopo: “penso che la composizione prima o poi prenderà forma”, ho il timore che tu ti stia sbagliando. Il disordine è senz’altro il dato di partenza dal quale partire, ma se non viene affrontato con urgenza, probabilmente non “prenderà forma”, ma si trasformerà in una disordinazione radicale. Il problema è che bisognerebbe reagire “globalmente”, non “localmente”. E questo è molto difficile, proprio perché la globalizzazione trasforma le questioni locali in questioni esplosive e dunque “urgentissime”.

    Naturalmente il discorso è complesso e andrebbe affrontato con una sistematicità che io non posso garantire. Spero almeno di aver capito quel che volevi dire.

  4. Loiny detto

    @ Étranger
    “Sui tamburi. Mi sento di disambiguare il testo di Loiny del quale ho seguito per così dire la genesi. I tamburi (che sono stati messi dappertutto) sono i resti di un mondo di appartenenze tribali e ancestrali. Sono dappertutto e nessuno si è preso la briga di rimuoverli (suppongo perché troppo pesanti o incardinati al terreno: radicati). I tamburi suonano e i Freiheitlichen schizzano al 13%”.
    Il problema è ancora più complesso: ci si trova tutti d’accordo sul fatto che si debbano salvare i tamburi (della sana identità nazionale) e contentemporaneamente si spera che qualcuno non si metta a suonarli (alimentando forme neotribali di nazionalismo “malato”). Questa, però, non è una peculiarità sudtirolese/altoatesina, ma è un problema che interessa lo sguardo multiculturale latamente inteso.
    Su questa faccenda, Zizek ha le idee molto chiare : “Il punto debole dell’universale sguardo multiculturale non risiede nella sua incapacità di “gettar via l’acqua sporca senza perdere anche il bambino”: ciò che è profondamente sbagliato è che quando si butta via l’acqua sporca del nazionalismo (del fanatismo eccessivo), bisogna stare attenti a non perdere il bimbo della sana identità nazionale – vale a dire che bisogna tracciare la linea di separazione tra il giusto grado di “sano” nazionalismo che garantisce il minimo necessario di identità nazionale e il nazionalismo eccessivo (xenofobo e aggressivo)”. Proprio tale distinzione di buon senso riproduce il ragionamento nazionalista che mira a liberarsi dell’eccesso “impuro”.
    Il punto è: che alternative ci sono alla “distinzione di buon senso” di cui parla Zizek?

I commenti sono chiusi.