La storia di Piero
24 Aprile 2008

In ogni buon libro di microstoria gli elementi della narrazione appaiono rovesciati. Il racconto si scuote, gira su se stesso e continua a ruotare finché il dettaglio diventa centrale e la trama marginale. Particolari che prima sembravano irrilevanti occupano adesso l’intera scena, come ingigantiti da una lente d’ingrandimento. Mentre il primo piano arretra e lo sfondo avanza e si fa nitido, i protagonisti si tolgono di mezzo facendo spazio alle comparse. Un movimento doppio e senza strappi? Forse no: la grande storia, anziché sfumare a poco a poco, potrebbe raggrumarsi in un dettaglio, o animare un gesto minimo colmandolo di sé.
Se si assume quest’ottica capovolta, con la testa poggiata per terra e le gambe all’insù, la storia del Sudtirolo comincia senz’altro da Piero, il macaco di Bolzano “che andava pazzo per le brioche alla marmellata”.
Da un articolo pubblicato sull’ “Alto Adige”, sappiamo che la scimmia, soppressa il 26 aprile 2004 dal veterinario di turno, trascorse i suoi ultimi anni di vita in “una gabbia di piccole dimensioni, ricavata all’interno di una serra della Giardineria comunale di via Rio Molino”.
Ma da dove veniva il macaco? Che cosa cercava? E quando arrivò in Sudtirolo? Per rispondere, bisognerebbe inventare un racconto scorretto, infiocchettato di luoghi comuni, che aderisse perfettamente agli errori dell’immaginario locale. Ci vorrebbe una storia sbagliata, ma sbagliata nel modo giusto: una bugia nuova che trovasse accoglienza tra le menzogne di sempre. Insomma: non sappiamo quando Piero arrivò in Sudtirolo e perché, ma all’incirca potrebbe essere andata così:
una sera d’agosto, quando un animale balzano piombò in un maso all’imbocco della Val Sarentina e fece: “Uh!”, le campane del vespro avevano ormai smesso di suonare. Il contadino, appena rientrato dai campi, vide la bestia ma fece finta di nulla. Dopo aver appoggiato il badile alla cisterna per il liquame, entrò nella stube e, una volta accomodatosi a tavola, impugnò la forchetta come se fosse una zappa. “Chi è? Cosa vuole? Da dove viene?” Quella creatura bislacca non gli usciva di mente. Era stanco, non aveva appetito. Eppure, quando si accorse che il piatto era vuoto, menò un gran pugno sul tavolo, lanciò un’occhiata alla moglie e le disse: “Und?”.
Era l’estate del 1957. La comunità economica europea esisteva soltanto da pochi mesi, Silvius Magnago era il nuovo Obmann della SVP e in tutto il mondo non si parlava d’altro che di guerra fredda.
Coda pendente ma non prensile, pelo arruffato, arti anteriori non più lunghi dei posteriori, occhi vispi, callosità delle natiche: non c’è che dire, la creatura era stramba. Il contadino non aveva mai visto niente di simile, ma decise di tenerla con sé. In paese – si sa come vanno le cose – si sparse la voce che da Toni, nella baracca attigua al fienile, viveva un marziano. Il giorno dopo, accompagnato dal sindaco e dalla perpetua, venne il parroco con un gran libro. Guardò la bestia di sottecchi, le girò intorno più volte, poi sbirciò il libro e di nuovo la bestia: “È un macaco” disse “Appartiene alla grande famiglia dei cercopitecidi e la sua patria fu l’Asia”. Seguirono momenti di sollievo sincero: un brindisi, canti patriottici, tre avemarie e zuppa d’orzo per tutti. A sera, dopo il rosario, il contadino e la creatura rimasero soli. Poco prima di addormentarsi, l’uomo si accorse che la scimmia lo guardava di sghimbescio. Sentì allora che il suo sguardo, permeato da un’arcana gratitudine, proveniva da distanze siderali. “D’accordo, è un macaco” si disse “Ma l’Asia dov’è? Più a nord di Kufstein? A sud di Borghetto?” Capì che non era importante. Era tardi e bisognava dormire. La bestia, comunque, aveva qualcosa di esotico, pertanto il suo nome fu Piero.
Il seguito della storia, grazie all’articolo pubblicato sull’ “Alto Adige”, lo conosciamo bene ed è ormai un pilastro della nostra memoria locale.
Non possiamo pensare senza commuoverci a questo Straniero, che atterra in Sudtirolo come un aerolito e per quasi cinquant’anni fa gruppo etnico a sé. Con l’Asia nel cuore, si ambienta in Val Sarentina tra mucche, conigli e galline, e crede di avervi trovato la patria adottiva. Tutto sembra volgere al meglio. Piero, però, non sa comportarsi. Un giorno, senza averne il permesso, divora una torta appena sfornata. La colpa è gravissima e il macaco finisce a Bolzano. Per lui è l’inizio della fine. Non sapendo né il tedesco, né l’italiano, sfugge alle gabbie linguistiche, ma non a quelle dello zoo comunale. In pochi anni compie una straordinaria carriera a ritroso: dal grande al piccolo, dall’ampio all’angusto, dall’Asia smisurata alla Val Sarentina, da Parco Petrarca alla minuscola gabbia della giardineria comunale. Nonostante tutto, questo avventuriero, questo pericoloso ladro di torte, raggiunge l’età veneranda di quarantotto anni.
Il segreto di tale longevità è forse custodito nelle due righe con cui il giornalista dell’ “Alto Adige” tratteggia la decadenza di Piero: “Ormai vecchio e malato, si muoveva sempre più lentamente. Però, quando vedeva la brioche, riusciva ancora a saltare”. Un passaggio vibrante, che sembra il primo precetto per una gaia prigionia. Sta forse in questo l’involontaria lezione di Piero: se si sta in gabbia, occorre sforzarsi di non vedere la gabbia; concentrarsi sulla brioche, desiderarla ed amarla, convogliarvi tutta la propria attenzione. Bisogna pensare alla brioche, continuamente, fino al punto di non vedere le sbarre. Fino a dimenticare la cattività, la malattia, la vecchiaia.
Sì Piero, forse abbiamo capito: lamentarsi non serve. Le gabbie non vanno abolite, bensì opacizzate. Per farlo, è sufficiente spostare di un poco il punto di vista, fare un passetto in avanti o un saltino all’indietro. E soprattutto, si deve orientare lo sguardo su ciò che funziona. Ecco Piero, ora ci proviamo: il Sudtirolo, visto da qui, è una provincia autonoma fondata sull’abbondanza delle brioche.
Sinceramente non capisco perché i racconti di Loiny ricevono sempre così pochi (o addiritturata talvolta non ricevono) comnmenti.
Si tratta di cose:
1. Scritte benissimo.
2. Generalmente dense di riflessioni che potrebbero aprire discussioni a cascata.
E allora? Siete tutti lì a bocca aperta?
Trovo che i suoi racconti siano un’istigazione al suicidio.
Ho letto solo questo per la verità e anche un altro che ora non ricordo più, che aveva un disegno con una valle profonda. Ricordo che anche allora avevo pensato la stessa cosa.
Esagerata. Pensa comunque che anche a me viene voglia di suicidarmi quando leggo le cose che scrive l’enologo polacco. Oddio. Suicidarmi. Diciamo mi viene voglia di sbattere la testa nel muro molto forte.
Non era un disegno e non era una vallata. Era un quadro di Caspar David Friedrich intitolato Kreidefelsen auf Rügen.
http://www.onlinekunst.de/september/05_friedrich_ruegen.jpg
Io invece credo che sia molto difficile aggiungere qualcosa a quello che scrive Loiny (senza poi sembrare immensamente banali). Anche tu solitamente non lo fai, mi sembra.
Beh, no. Io mi assumo spesso e volentieri il rischio di essere immensamente banale…
Sono perfettamente d’accordo con incredula. Davvero. Anzi, aggiungerei: forse l’elemento più singolare è proprio questo incomprensibile sbigottimento provocato dalla lettura di ‘Loiny’, che in realtà si traduce poi in un duplice effetto, a seconda del genere di lettore che si trova dinanzi cotanta perfezione stilistica e di contenuto. Essa può lasciare a bocca aperta – è il nostro caso di bbd’s, ovvero di chi si riconosce nel testo a tal punto da immedesimarsi e smarrirsi al suo interno – oppure a lato del parapetto di un ponte – è il caso della Failla nazionalbolzanina, che lo rigetta, percependolo come estreneo e malinconico.
Nella fattispecie, non mi dispiacerebbe se qualcuno, il parapetto, lo scavalcasse per davvero.Nota: mi sono censurato da solo… VaL
Insomma: un silenzio spaccato in due.
@Valentino
Du schreibst mir aus der Seele.
Bella sopratutto questa frase:
un silenzio spaccato in due.
Adesso vi dico una cosa. Questo genere di ammirazione non serve a nulla e non rende un buon servizio a Loiny. Si tratta cioè di quel genere di effusioni che poi finiscono con lo strangolamento della persona amata. Solo che – direbbe Loiny – io in un certo senso sono già morto, per cui potremmo parlare tranquillamente di accanimento su un cadavere. Anche perché (e qui so di svelarvi qualcosa che forse non si vede ancora nitidamente, sebbene Concetta Failla ne abbia pur percepito qualcosa… ) la maggior parte delle cose scritte da Loiny sono effettivamente rappresentazioni di una paralisi e potrebbero davvero spingere persino al suicidio (intellettuale: s’intende). Insomma: l’unica forma di ammirazione che, penso, Loiny apprezzerebbe consisterebbe in una radicale confutazione del suo punto di vista.
Bene. Ho capito cosa intendi. Perché non inizi tu e noi cerchiamo di seguirti?
@Valentino, mail
È una vita che lo faccio. Il modello è questo:
http://www.brennerbasisdemokratie.eu/?p=998
Prova a leggere il mio testo come una confutazione del suo.
Ma tu vuoi parlare di due montagne o questo testo qui (La storia di Piero)?
Due Montagne è il paradigma. Se vuoi che parliamo di “La storia di Piero” è più facile. Qui la paralisi non è rappresentata all’interno della storia (dal gioco paralizzante delle pedine che si muovono sulla scacchiera), ma dalla funzione derealizzante inserita (come una gigantesca parentesi che regge tutto) esattamente in questo punto:
Ecco. Il senso di “La storia di Piero” è la correttezza di un’immagine sbagliata (il che già allude a tutti gli errori che noi – parlando di Sudtirolo – continuamente facciamo quando affermiamo cose che in fin dei conti sono anche esatte). Come vedi… effetti paralizzanti… che implorano di essere smontati.
Auch ich schließe mich Incredula an. Kann Loiny nur bewundern.
comnmenti???
Also Loiny ist schon ein ganz ein toller Hecht!
Aber hier schreibt ja prinzipiell die Crème de la crème !!
bel post, anche se visto da lombardo è poco capibile.
Luke, grazie: cerchiamo di fare del nostro meglio (e ti assicuro che non è semplice).
Graziano, è vero. Putroppo. Ma ti puoi consolare: anche gli altoatesini/sudtirolesi molto spesso non brillano certo per capacità di comprendere la realtà nella quale sono immersi.
Etranger,
seit Monaten (genauer: seit dem 24. Dezember 2007) liegt der erste Band MoE auf meinem Nachtkästchen.
Ich bin über die Seite 20 noch nicht hinausgekommen – dabei habe ich den MoE zum ersten Mal bereits in der Oberschule gelesen.
Wenn ich Loiny lesen darf, dann geht es mir so, wie wenn ich versuchte, die Relativitätstheorie oder Quantenphysik zu begreifen: Im Moment verstehe ich es, kann es annehmen. Aber “confutare radicalmente”? Tut mir Leid, ich bin dazu nicht in der Lage.
Allora. Prima di tutto sono contento che si rifletta (en plain air) sui testi di Loiny. Penso se lo meriti. Un’ammirazione muta, per chi scrive, non è esattamente il massimo. Arrivo a dire che è preferibile una contestazione sbagliata (dà perlomeno modo di spiegarsi) che per l’appunto un silenzio-assenso che comunque è intanto percepito come silenzio tout court.
Ancora in via preliminare dico che io sono fortunato, in quanto conosco Loiny molto bene e (lo dico immodestamente, ma lo dico) molti dei suoi pensieri si sono evoluti parlando insieme a me. Quindi ne conosco per così dire la genesi interna.
Venendo al punto. Ho segnalato che i testi di Loiny generalmente prospettano una situazione di paralisi. Per questo era intuitavamente persino giusto il commento di C. Failla (dico intuitivamente: in quanto C. Failla è strutturalmente incapace di seguire i ragionamenti di Loiny). Provo a spiegare meglio in che cosa consiste la situazione di paralisi.
Loiny analizza soprattutto il meccanismo di reciproca inibizione del discorso pubblico sudtirolese all’interno del gioco di specchi di quello che lui chiama “rappresentazione del conflitto etnico”. In questo senso registra la gran parte dei discorsi che si fanno (e che lui “assorbe” all’interno della sua prosa come farebbe un abile drammaturgo con i personaggi di una commedia) riportandoli alla loro matrice di “luogo comune”. Io penso che Loiny ritenga che questo “luogo comune” (da lui definito anche “mitologia negativa”: in quanto costituita da due grandi narrazioni che si fronteggiano) non sia trascendibile mai compiutamente, perché ogni meccanismo di trascendimento (negando in sostanza il “luogo comune” o volendo sostituire alla “mitologia negativa” del conflitto etnico una “mitologia positiva” della convivenza post-etnica) rischia comunque di trascinarsi dietro il negativo dal quale esso vorrebbe emanciparsi.
Insomma: ogni testo di Loiny sembra sempre mettere un po’ capo ad una domanda, collocata al bordo di quanto scrive: come ne usciamo? Però la risposta che lui sembra suggerire (e alla quale io “devo” oppormi, anche per rispettare il role-game che ci siamo dati) è quella del disincanto (atteggiamento anti-mitologico per eccellenza) ironico. “Non se ne esce”, sembra dirci Loiny. Possiamo soltanto prendere coscienza delle contraddizioni che ci governano, metterle “in scena”, prenderle in giro, ma rimarremo comunque sempre consegnati alla loro forza d’attrazione.
@ Concetta
“Trovo che i suoi racconti siano un’istigazione al suicidio”.
Cara Concetta, hai infilato un dito nella piaga. Tutto quello che scrivo si riferisce al cosiddeto discorso pubblico sudtirolese. Io seguo tutto, leggo tutto. Se Oscar Ferrari molla una scorreggia, io sono lì a interpretarla. Se Werner va dal dentista e dice “Ahhhh! cerco una spiegazione al suo dolore nel “Los von Rom” di Claus Gatterer. Se Hans Heiss ha bevuto troppo e comincia a vomitare, stai certa che io sono lì con un secchio, perché ci tengo che il pavimento non si sporchi. Se Donato Seppi spruzza una cazzata, io me la bevo come se fosse un Barolo. Il discorso pubblico sudtirolese/altoatesino nella sua interezza è il mio unico alimento. Secondo me anche tu sei così, anche se digerisci in modo diverso. Ma quanti siamo, Concetta? Trentacinque? Centocinquanta? Cinquemilaottocentoventidue? Il fatto è, cara Cocetta, che oltre a scrivere puttanate sul Sudtirolo e a leggerne a iosa, io vivo il Sudtirolo tutti i giorni: evidentemente, sono l’unico stronzo che vive in Alto Adige/Südtirol che non ha ancora ha avuto la fortuna di incontrare un sudtirolese stronzo o un altoatesino stronzo. Forse per questo scrivo cose così: i miei pezzi sono pensati per i miei dieci amici e per miei quattrocentocinquantamila nemici: il discorso pubblico sudtirolese/altoatesino si suicida e noi ci godiamo lo spettacolo mangiando popcorn.
Loiny Lei non è quello che dice di essere, Lei non è nessuno, è solo un nick.
Mi immagino sia un tabagista o lo sia stato in passato.
Bene. Vedo che Loiny ha cominciato a rispondere…
Un breve appunto su quanto detto da me in precedenza. Ho sempre concepito BBD, prima, e SegnaVia poi, come il tentativo di rovesciare come un guanto quello spazio pubblico infettato da mitologie (negative) contrapposte, anche e soprattutto per cercare di mostrare come l’intero teatro fosse fatto di cartapesta (può essere smontato: volendo). Ma adesso, alzando lo sguardo, procedendo con gli occhi dal palco su su fino a toccare il soffitto, ecco che scorgo un foro. E oltre il foro un cerchio di cielo. Non ho ancora capito se si tratta però di cielo vero, oppure se abbiamo ancora a che fare con un pezzo della scenografia, volato e impigliatosi (chissà quando) lassù.
@ Tutti
Naturalmente, ringrazio tutti per i complimenti, ma ci tengo a a precisare una cosa: i “foglietti sudtirolesi” sono quello che Étranger non ha tempo di scrivere.
P.S.: grazie alla mia condizione di negoziante sull’orlo del fallimento, ho molto tempo per leggere: i vostri complimenti ingigantiscono il mio ego, ma la lettura di un emistichio di Montale o di una lista della spesa di Musil sono sufficienti a farmi risprofondare nella mia depressione.
@ Concetta
Io non ho mai detto di essere qualcuno oltre al mio nick, ma in parte hai ragione: dietro al mio nick si nasconde un tabagista.
@ Étranger
“Ma adesso, alzando lo sguardo, procedendo con gli occhi dal palco su su fino a toccare il soffitto, ecco che scorgo un foro. E oltre il foro un cerchio di cielo. Non ho ancora capito se si tratta però di cielo vero, oppure se abbiamo ancora a che fare con un pezzo della scenografia, volato e impigliatosi (chissà quando) lassù”.
È un’immagine che mi toglie il sonno da anni (e che probabilmente toglie il sonno a pérvasion, a valentino, a werner, a susanne, a könig laurin, a wieser, a alexander, allo squalo e a tutti gli amici del forum dell’ff): ma è un immagine che condivido con voi e non intendo rinunciarvi.
“… ci tengo a a precisare una cosa: i “foglietti sudtirolesi” sono quello che Étranger non ha tempo di scrivere”.
No. Questo non è vero. I “foglietti sudtirolesi” non riuscirei a scriverli, neppure se avessi tempo.
en plAine air??? ComNmenti???
En plein air… (è bello avere un correttore di bozze, qui sul blog. Merci).
@ Concetta
ma cosa c’entra il tabagismo in tutto questo discorso?
C’entra con il carattere di chi sta dietro il nick Loiny, colui che ha scritto la storia di Piero e quindi questo discorso. Noi viviamo la storia di Piero attraverso le proiezioni di loiny, non è la realtà bensì la sua realtà.
Concetta, stai prendendo la laurea in psicologia con CEPU?
http://www.cepu.it/
A mi la me piaseva de pù quela del baccan pustero che l´era stà quarant´anni en coma, e che quando che el se gà demsissia el vede i boci che i se diverte come i Caini, el ciapa el cuscin e el se stofega
manca l´accento sul desmissià, enciuldigung
@ Oscar,
si quella era veramente geniale. Mi ricordo benissimo quando gli mettemmo in bocca una citazione di Kafka, simile a un rantolo, presa dal “Cruccio del Capofamiglia”. Bei tempi.
Oggi è stato un giorno strano. Cominciato un po’ male con quel messaggio di Lucio che faceva di me un “magnatedeschi” (neppure fossi superciuk), continuata – meglio – al sole, con i bambini, al Flötscher Weiher (alle cinque sono venuti anche Valentino e Simon), infine finita – ancora male – apprendendo la morte di Silvano Bassetti (ne parla con grande delicatezza Valentino sul suo blog).
Le porte del mondo non sanno
che fuori la pioggia le cerca.
Le cerca. Le cerca. Paziente
si perde, ritorna. La luce
non sa della pioggia. La pioggia
non sa della luce. Le porte,
le porte del mondo son chiuse:
serrate alla pioggia,
serrate alla luce.
“Sinceramente non capisco perché i racconti di Loiny ricevono sempre così pochi (o addiritturata talvolta non ricevono) comnmenti”.
Perchè sei un gran maleducato Gabriele, ecco perchè.
E per la tua maleducazione non c’è scuola al mondo. E’ che proprio non ci arrivi.
Guest, Loiny, mi dispiace ma io in questo blog non ci posso restare. Chi vuole mi scriva pure al mio indirizzo: concetta@failla.it
Addio.
Non capisco cosa abbia a che fare la mia presunta maleducazione con i post di Loiny. Boh.
Concetta, ti sei offesa perché ho detto che non sei strutturalmente capace di capire i racconti di Loiny? Ma è la verità. Non sei capace. Non c’è mica nulla di male.
Se riesco a capirli io, i racconti di Loiny, li riesce a capire anche la signora Failla. A me, comunque, mi aprono sempre uno spiraglio, uno squarcio di cielo. E mi viene in mente il terrazzo della casa nuova che andrò ad abitare in estate; avrò un terrazzo di circa dodici metri quadri con un muro alto oltre due metri; una cella, un cortile da carcere. Ma avrò dodici metri di cielo da guardare ed anche di più, se mi sposto un po’ di qua e un po’ di là.
@ Concetta
Mamma mia! Ho riletto le mie risposte di sabato. Sembrano scritte da una persona che va molto di fretta! La prossima volta cercherò di essere più chiaro, altrimenti eviterò di intervenire. Per quanto riguarda il tabagismo: ammetto di non aver capito che cosa volessi dirmi.
@ Tutti
Sopravvivere alle vostre esagerazioni si è rivelata una prova durissima. Credo di averla superata grazie a un paio di piccioni, che per tutta la giornata di ieri non hanno mai smesso di svolazzare sopra la mia testa.