Un problema che viene da lontano
13 Maggio 2008
Nel bellissimo saggio di Claus Gatterer intitolato “Scuole come trincee nazionali” (contenuto nel libro “Italiani maledetti, maledetti austriaci”) si riporta un brano di una lettera scritta da Guglielmo Ranzi, fiduciario trentino della società Dante Alighieri, e spedita all’inizio del novecento al presidente di quell’associazione, il professore fiorentino Pasquale Villari: “È un fatto che nel Trentino (…) esistono ovunque scuole elementari e medie italiane. E va bene. Ma come ci si può allora spiegare che nella sola Trento più di cinquecento bambini, e sono bambini italiani, frequentino la scuola tedesca? Alle ripetute rimostranze dei nostri deputati, il governo (di Vienna) risponde sempre alla stessa maniera: e perché non mandate i vostri figli nelle scuole italiane?”. A questa domanda è lo stesso Ranzi a replicare, in un modo che riesce ad illuminare anche la situazione attualmente presente a Bolzano: “Il motivo vero (…) è che i genitori sono convinti che i loro figli possano far più strada in vita loro col tedesco che coll’italiano”.
Come noto, prima della Grande guerra il territorio corrispondente all’attuale Trentino faceva parte del Land austriaco del Tirolo. E in quella cornice il peso del tedesco, la sua rilevanza politica, era maggiore di quella dell’italiano, ancorché l’italiano fosse riconosciuto come lingua ufficiale. Mutatis mutandi, anche nel Sudtirolo odierno (regolato da un’autonomia che lo ha reso quasi uno “Stato nello Stato”) il tedesco è percepito generalmente come una lingua più importante dell’italiano. E in mancanza di un sistema scolastico orientato all’equilibrio delle competenze plurilinguistiche della popolazione è chiaro che la questione della lingua s’intrecci ancora inestricabilmente con quella dell’identità e del potere ad essa connesso. “Invasioni di campo”, tensioni rinascenti, soluzioni “fai da te” sono il sintomo di una deriva che potrebbe far saltare la tenuta delle istituzioni locali. Se più di cento anni fa le scuole poterono sciaguratamente trasformarsi in “trincee nazionali” e i bambini che le frequentavano essere visti alla stregua di piccoli inconsapevoli soldati arruolati per estendere o ridurre le rispettive sfere d’influenza, oggi vorremmo davvero sperare che la lezione del passato ci renda immuni dal commettere simili errori. Riportare i problemi alla loro giusta dimensione (essenzialmente pedagogica) e offrire soluzioni diversificate sarebbe una buona ricetta. Cerchiamo di applicarla.
Cossiga ci riprova!
13 Maggio 2008

A quanto pare [leggi] Francesco Cossiga non s’è dato per vinto e dopo due anni dal suo primo tentativo ha deciso di riproporre (tecnicamente si tratta della terza volta) il disegno di legge costituzionale che consentirebbe di svolgere un referendum sul riconoscimento del diritto di autodeterminazione per la Provincia di Bolzano (da lui definita con grafia inedita Land Südtyrol).
Ecco il testo del DDL presentato l’otto giugno del 2006.
Aspettiamoci adesso il consueto ventaglio di commenti, tra i quali - ne siamo certi - nessuno spiccherà per particolare originalità.
Censura bipartisan
12 Maggio 2008

Mi sono perso l’intervento di Marco Travaglio andato in onda nella trasmissione di Fabio Fazio (Che tempo fa?). Poco male. Grazie alla rete non va in realtà perso niente. L’intervista a Travaglio la si può comodamente guardare su YouTube, oppure (dal produttore al consumatore) anche attingendola dal sito dello stesso Travaglio (assieme alla scheda “incriminata” - tratta dal nuovo libro di Travaglio e Gomez - sul nuovo Presidente del Senato): QUI.
Fanno comunque specie le accuse “bipartisan” mosse a Travaglio e (non proprio indirettamente) a Fazio: quella roba non doveva andare in onda perché mancava il contraddittorio. Applicando questa regola in modo ferreo (cioè: per dire qualcosa su qualcuno occorre che questo qualcuno sia fisicamente presente o sia comunque rappresentato da qualcuno in prossimità dell’estensore delle accuse) nessuno potrebbe praticamente più dire niente. Ipocrisia al massimo grado.
Sento il fortissimo rischio che la televisione pubblica (pagata dai cittadini!) venga messa a tacere con la scusa di una correttezza pelosa. Noi, blogger d’assalto, possiamo replicare all’infinito i messaggi che provengono da un’informazione non di regime. Non ci resta altro.
Non so come dirlo
10 Maggio 2008
Lo dirò allora nel modo più diretto: non mi candido più. Motivo: conflitto d’interessi.
In pratica, stamattina (risvegliandomi da un mio ingenuo sonno dogmatico) ho telefonato al mio direttore (Enrico Franco) raccontandogli la serata di ieri. Mentre parlavo ho realizzato cosa mi aspettava. E infatti: “ma se ti candidi non puoi più scrivere sul giornale!”.
In realtà è ovvio. Sarebbe dovuto essere ovvio. Un conflitto d’interessi non nasce soltanto allorché una persona viene eletta (o magari quando diventa per la quarta volta Presidente del Consiglio). C’è conflitto d’interessi da subito. E da subito bisogna estirparlo. Benissimo dunque ha fatto il mio amico/direttore Franco a riportarmi alla realtà.
Ho dovuto così scegliere velocemente cosa fare (anche per fermare il meccanismo della diffusione delle notizie, domani sui giornali). Sui piatti della bilancia queste due cose: la candidatura appena acquisita e il mio lavoro di scribacchino. Ho scelto questo.
Mi rimane l’amaro in bocca soprattutto per una cosa. Per le persone che ieri sera mi hanno votato e che da subito mi hanno dimostrato di gradire la mia candidatura. Mi dispiace soprattutto per Elda Letrari, che è una donna straordinaria e con la quale collaborare è veramente un piacere.
Grandi opere
10 Maggio 2008
Trovo inquietante e geniale questo filmato. Se ci pensiamo bene, alla fine di una “grande opera” la terra assomiglia sempre meno alla “terra” e si avvicina invece all’immagine desertica che noi abbiamo di Marte. Insomma, se non riusciremo ad andare su Marte, riusciremo forse a trasformare il nostro pianeta in qualcosa di molto simile. Abbiamo il dovere di preoccuparci.
http://markus-lobis.blog.de/2008/05/05/wird-unser-wasser-abgegraben-nachlassige-4134177
BürgerListeCiviche
9 Maggio 2008

Oggi, alle ore 20.00, presso l’Accademia Cusanus di Bressanone, ci sarà un importante incontro con i rappresentanti locali delle BürgerListeCiviche. La serata sarà introdotta da un film/documentario sul BrennerBasisTunnel, quindi proseguirà con la presentazione dei candidati per le prossime provinciali.
Ci vediamo lì.
Grazie Valentino!
9 Maggio 2008

Non c’è cosa più bella che parlare bene di qualcuno. Purtroppo capita di rado, sia perché le occasioni non sono molte, sia perché purtroppo siamo abituati sempre a vedere il peggio, ad aspettarci il peggio.
Oggi pomeriggio avevo riletto la lettera di Dina Tiralongo [leggi] indirizzata l’anno scorso al sindaco di Bolzano per chiedere un luogo dove erigere un monumento alla memoria delle vittime del terrorismo sudtirolese. Un caso difficile, facilmente strumentalizzabile e puntualmente strumentalizzato dai partiti della destra italiana. Come fare in casi come questi? Che parole di commento trovare, senza rischiare di impigliarsi in quei classici meccanismi che mortificano il discorso pubblico locale, riducendolo ad un’occasione di continuo e perenne scontro? Ne avevo parlato anche nel pomeriggio al telefono con Loiny, riflettendo sulla difficoltà di un lavoro (il nostro) teso a congedare finalmente quel meccanismo, a sospenderne gli effetti.
Tornando a casa, stasera, ho poi letto questo commento di Valentin[o]:
Nulla da eccepire per quanto riguarda il contenuto formale della lettera (condivisibile), anzi. I dubbi sono di tutt’altra natura.
Considerando che quasi la totalità delle vittime erano impegnate nelle forze dell’ordine, come mai la richiesta dei familiari non viene rivolta anche al questore o ad altre istituzioni di nomina statale in Provincia di Bolzano, le quali potrebbero benissimo apporre una targa o impegnarsi affinché il Comune lo faccia? Perché la Polizia o l’Arma dei Carabineri non prendono posizione (a quanto mi risulta non l’hanno mai fatto)? O per caso le disposizioni da Roma sono orientate alla distensione, ovvero alla volontà di non creare lacerazioni sul tema del “terrorismo” locale con atti ufficiali ad alto rischio di strumentalizzazione politica?
Il problema sta nella realtà dei fatti. Al contrario di altre vicende storiche (la Shoah, il Durchgangslager Bozen, la resistenza di Longon e Giuliani, il terrorismo delle BR), rispetto all’attivismo sudtirolese manca una larga condivisione tra la popolazione. La recente discussione sul blog SegnaVia ne è una dimostrazione: ci si confronta (e divide) anche solo su come definire i Bombenleger: Freiheitskämpfer, terroristi o attivisti? Qualsiasi decisione in merito rischia dunque di contrapporre, dividere, allontanare. Non ha senso apporre targhe nelle quali al momento si identifica solo una parte, occorre prima lavorare sulla memoria, decostruire miti, creare consenso. Bisogna guardare a quel periodo con occhi diversi, sapendo riconoscere gli errori di entrambe le parti - dallo Stato incapace di gestire la situazione sudtirolese agli “irredentisti”. Senza un impegno in tal senso (soprattutto da parte di chi ci governa, per carità!) i punti di vista rimarranno diametralmente opposti.
Si cerca sempre di far emergere contraddizioni negli “altri”, di acuire lo scontro e addirittura realizzare piccole forme di vendetta. Questa è una memoria rancorosa. Correggetemi se sbaglio.
Ecco. È confortante che ci sia qualcuno così. Ti ripaga dalla fatica di combattere contro la stupidità imperante. Grazie Valentino. Grazie a te inauguro questa nuova categoria, intitolata “cose belle”. So che da te ne arriveranno altre.
Teatri d’ombre
8 Maggio 2008

Se anche questo non fosse uno stereotipo dal quale prendere le distanze, si potrebbe dire che gli italiani e i tedeschi del Sudtirolo si conoscono per stereotipi. Rappresentare una cosa così è difficilissimo. Prima di tutto bisognerebbe escludere dalla scena una massa fluida di incontri guerre mondiali strette di mano fraintendimenti episodi di solitudine e consorterie, dalla quale affiorano per un attimo rapporti di buon vicinato malversazioni amicizie bombe, il tutto incanalato in un alveo insufficiente a contenere una fiumana di contraddizioni che scivolano chissà dove in un unico moto torrentizio, quasi una colata incandescente costituita di paesaggi alpini, dati del censimento, rancori, migliaia di ladini, storie private, nuovi arrivati e nuove povertà, profumi di pino mugo, ingiustizie, tavoli delle trattative. Tutto questo dovrebbe restare fuori dal teatro, come anche i milioni di punti interrogativi, comodamente seduti in prima classe, che viaggiano sopra di noi su treni ad altissima velocità.
Poi bisognerebbe congedare gli arredatori di scena e invitare i sarti a togliersi di mezzo. Lo stesso discorso vale per macchinisti e truccatori. Anche dei tecnici del suono si può fare a meno. Quel che serve sono due personaggi minimi ridotti al loro solo tratto linguistico: due striscioline di oscurità proiettate su una parete bianca.
La prima ombra, con il braccio destro, inchioda la seconda ai propri pregiudizi e contemporaneamente, con il braccio sinistro, inchioda se stessa ai pregiudizi dell’altra. La seconda ombra fa lo stesso e i movimenti di entrambe sono coordinati da una regia discreta, il cui unico scopo è far credere a tutti che sia possibile inchiodarsi o inchiodare qualcuno avendo le braccia e le mani inchiodate. Se poi si aggiunge che la differenza tra le due ombre è un ingegno architettonico che duplica gli spazi e li separa, la rappresentazione se ne va per conto proprio, conducendoci per mano tra le mura disadorne di una casa: ci sono due stanze, due porte, due tavoli, una parete divisoria, due lampadari, due crocefissi identici. I due inquilini, Antonio e Karl, dispongono di due mazzi di chiavi e di due serrature. Ognuno ha un proprio ingresso e una propria finestra, dalla quale si scorge un paesaggio che l’altro non vede. Pur condividendo lo stesso numero civico, i due non debbono incontrarsi: stringendo la mano a Karl, Antonio potrebbe inavvertitamente fratturargli le falangette, mentre Karl, abbracciando Antonio, correrebbe il rischio non marginale di fracassargli la gabbia toracica. Solo un vetro opaco, posizionato al centro della parete divisoria, permette a Karl di vedere l’ombra di Antonio e ad Antonio la sagoma di Karl. Questo effetto, che potremmo definire di “lontananza nella prossimità”, aiuta i due inquilini a intravedere la nettezza dei contorni dell’altro, impedendo però la messa a fuoco dei dettagli. Il vetro opaco, oltre a far sì che ciascuno percepisca i movimenti in penombra dell’altro e lentamente se ne abitui, di notevole ha questo: guardato dalla parte di Karl, esso trasforma Antonio in un oggetto esotico; osservato dalla parte di Antonio, tramuta Karl in un oggetto arcaico. Antonio è lontano nello spazio, Karl è lontano nel tempo. Questo rilievo, apparentemente privo di conseguenze, dà il là a un’elencazione innumerabile di frasi incrociate: gli italiani vivono nell’oggi ma sono appena arrivati o se ne stanno andando, i tedeschi sono qui ma provengono dal passato. Gli italiani sono inadeguati a questo spazio, i tedeschi sono estranei a questo tempo. I primi vivacchiano in uno zoo in attesa di scomparire, i secondi giacciono imbalsamati nei reliquiari di un museo etnografico. Gli italiani, soprattutto quelli che ci nascono, muoiono in Sudtirolo senza aver avuto il tempo di disfare la valigia. I tedeschi si vedono soltanto dalla cintola in su: le loro gambe crescono in profondità, affondano nel camposanto delle generazioni passate, si moltiplicano in migliaia di ramificazioni sotterranee traendo alimento dalla memoria del suolo. Gli italiani hanno a che fare con lo spazio, i tedeschi appartengono alla categoria del tempo: Karl e Antonio sono un tempo e uno spazio che non si incontrano mai.
A sera, quando si spengono i riflettori e la rappresentazione si interrompe per riprendere immutata il giorno dopo, le due ombre ritornano alla notte. È quasi buio. Solo un fascio di luce irragionevole penetra da un’apertura circolare e attraversa obliquamente l’interno del sommergibile: Antonio e Karl, più leggeri dell’aria, sono due minutissimi frammenti di polvere in un pulviscolo di individui. Non si sa bene da dove, piovono gocce d’acqua salata che si allargano in chiazze sul pavimento. Non sarà che il sommergibile, apparentemente fedele alla sua rotta, sia in balia di correnti abissali? Attraverso l’oblò si vede la sagoma di un pesce sconosciuto. Fuori c’è l’oceano, o un altro teatro d’ombre che non conosciamo.
Grandi e piccoli racconti
8 Maggio 2008
Come già scritto, ieri pomeriggio, all’Università di Bressanone, grazie all’associazione Heimat, abbiamo potuto organizzare un incontro con Hans Karl Peterlini (e col sottoscritto) dedicato al tema delle mitologie sudtirolesi e altoatesine. Peterlini mi ha spedito il testo del suo Impulsreferat e volentieri lo metto a disposizione di quanti ieri non hanno potuto partecipare o di chi, pur essendo stato presente, ha voglia di leggere quello che è stato detto.
In questo contesto rimando anche all’intervista che feci con H. K. Peterlini e che pubblicai sul Corriere dell’Alto Adige [leggi].
Fremdkörper
8 Maggio 2008
Sulla recente proposta avanzata dalla SVP di Bolzano, cioè quella di istituire esami linguistici d’accesso negli asili tedeschi, si legge oggi una dura (e condivisibile) presa di posizione di Riccardo Dello Sbarba (Alto Adige e blog) e una letterina furente del nostro GattoMur (sempre sul quotidiano Alto Adige). Non mi pare ci sia bisogno di aggiungere altro (se non, forse, che comunque non è certo il caso di parlare di “apartheid”, come ovviamente fanno le persone che non capiscono niente).
Solo una piccola nota al margine (una spigolatura, per così dire). Sul Corriere dell’Alto Adige è apparsa anche questa presa di posizione del consigliere provinciale di Forza Italia, Alberto Pasquali. La riporto perché è di una comicità rara:
Ci sono troppi bimbi italiani negli asili tedeschi? Si facciano più asili.
A chi sfuggisse la comicità di questa affermazione (ormai sono abituato a non farmi illusioni: non sono sicuramente in pochi), propongo questo apologo.
Luigi e Roberta hanno un figlio, Matteo. Matteo è stato iscritto all’asilo tedesco x. Come ogni mattina, Roberta, recandosi al lavoro, accompagna Matteo all’asilo. È un po’ in ritardo, Roberta, e arriva quando il portone d’ingresso sta per chiudersi. Però ce la fa, apre e sale le scale che portano alla classe del figlio. Stranamente, in giro tutto è silenzioso, molto tranquillo. Aperta la porta dell’aula, Roberta si accorge che i bambini sono pochissimi. Ci sono Tommaso, Francesca, Pasqualino… ma mancano gli altri. Dove sono Thomas, Günther e Sabine? Dov’è Timon, dov’è Sebastian? “Si sono tutti trasferiti nella scuola qui accanto, quella che hanno costruito stanotte”, dice la maestra.
Altra spigolatura. Il Coordinatore comunale di Forza Italia, Enrico Lillo, afferma:
Ellecosta deve sapere che in Svizzera vengono insegnate simultaneamente ben 4 lingue: tedesco, francese, italiano e inglese. I bimbi trascorrono un’ora in un’aula in cui predomina un colore cui viene associata una delle 4 lingue, passando da una classe all’altra in modo naturale.
Insomma, la Svizzera è un vero Paradiso, per Lillo.
Ma è davvero così? Ovviamente no.
E già che ci sei leggi anche qui
Senza bisogno di riferirsi alla Svizzera (che presenta una situazione particolare, problematica e senz’altro non da cartolina illustrata come vorrebbe farci credere Lillo), una versione pluricromatica del plurilinguismo si trova nelle nostre valli ladine:
Di Ellecosta mi ero già occupato comunque QUI