Teatri d’ombre

8 Maggio 2008

Se anche questo non fosse uno stereotipo dal quale prendere le distanze, si potrebbe dire che gli italiani e i tedeschi del Sudtirolo si conoscono per stereotipi. Rappresentare una cosa così è difficilissimo. Prima di tutto bisognerebbe escludere dalla scena una massa fluida di incontri guerre mondiali strette di mano fraintendimenti episodi di solitudine e consorterie, dalla quale affiorano per un attimo rapporti di buon vicinato malversazioni amicizie bombe, il tutto incanalato in un alveo insufficiente a contenere una fiumana di contraddizioni che scivolano chissà dove in un unico moto torrentizio, quasi una colata incandescente costituita di paesaggi alpini, dati del censimento, rancori, migliaia di ladini, storie private, nuovi arrivati e nuove povertà, profumi di pino mugo, ingiustizie, tavoli delle trattative. Tutto questo dovrebbe restare fuori dal teatro, come anche i milioni di punti interrogativi, comodamente seduti in prima classe, che viaggiano sopra di noi su treni ad altissima velocità.

Poi bisognerebbe congedare gli arredatori di scena e invitare i sarti a togliersi di mezzo. Lo stesso discorso vale per macchinisti e truccatori. Anche dei tecnici del suono si può fare a meno. Quel che serve sono due personaggi minimi ridotti al loro solo tratto linguistico: due striscioline di oscurità proiettate su una parete bianca.

La prima ombra, con il braccio destro, inchioda la seconda ai propri pregiudizi e contemporaneamente, con il braccio sinistro, inchioda se stessa ai pregiudizi dell’altra. La seconda ombra fa lo stesso e i movimenti di entrambe sono coordinati da una regia discreta, il cui unico scopo è far credere a tutti che sia possibile inchiodarsi o inchiodare qualcuno avendo le braccia e le mani inchiodate. Se poi si aggiunge che la differenza tra le due ombre è un ingegno architettonico che duplica gli spazi e li separa, la rappresentazione se ne va per conto proprio, conducendoci per mano tra le mura disadorne di una casa: ci sono due stanze, due porte, due tavoli, una parete divisoria, due lampadari, due crocefissi identici. I due inquilini, Antonio e Karl, dispongono di due mazzi di chiavi e di due serrature. Ognuno ha un proprio ingresso e una propria finestra, dalla quale si scorge un paesaggio che l’altro non vede. Pur condividendo lo stesso numero civico, i due non debbono incontrarsi: stringendo la mano a Karl, Antonio potrebbe inavvertitamente fratturargli le falangette, mentre Karl, abbracciando Antonio, correrebbe il rischio non marginale di fracassargli la gabbia toracica. Solo un vetro opaco, posizionato al centro della parete divisoria, permette a Karl di vedere l’ombra di Antonio e ad Antonio la sagoma di Karl. Questo effetto, che potremmo definire di “lontananza nella prossimità”, aiuta i due inquilini a intravedere la nettezza dei contorni dell’altro, impedendo però la messa a fuoco dei dettagli. Il vetro opaco, oltre a far sì che ciascuno percepisca i movimenti in penombra dell’altro e lentamente se ne abitui, di notevole ha questo: guardato dalla parte di Karl, esso trasforma Antonio in un oggetto esotico; osservato dalla parte di Antonio, tramuta Karl in un oggetto arcaico. Antonio è lontano nello spazio, Karl è lontano nel tempo. Questo rilievo, apparentemente privo di conseguenze, dà il là a un’elencazione innumerabile di frasi incrociate: gli italiani vivono nell’oggi ma sono appena arrivati o se ne stanno andando, i tedeschi sono qui ma provengono dal passato. Gli italiani sono inadeguati a questo spazio, i tedeschi sono estranei a questo tempo. I primi vivacchiano in uno zoo in attesa di scomparire, i secondi giacciono imbalsamati nei reliquiari di un museo etnografico. Gli italiani, soprattutto quelli che ci nascono, muoiono in Sudtirolo senza aver avuto il tempo di disfare la valigia. I tedeschi si vedono soltanto dalla cintola in su: le loro gambe crescono in profondità, affondano nel camposanto delle generazioni passate, si moltiplicano in migliaia di ramificazioni sotterranee traendo alimento dalla memoria del suolo. Gli italiani hanno a che fare con lo spazio, i tedeschi appartengono alla categoria del tempo: Karl e Antonio sono un tempo e uno spazio che non si incontrano mai.

A sera, quando si spengono i riflettori e la rappresentazione si interrompe per riprendere immutata il giorno dopo, le due ombre ritornano alla notte. È quasi buio. Solo un fascio di luce irragionevole penetra da un’apertura circolare e attraversa obliquamente l’interno del sommergibile: Antonio e Karl, più leggeri dell’aria, sono due minutissimi frammenti di polvere in un pulviscolo di individui. Non si sa bene da dove, piovono gocce d’acqua salata che si allargano in  chiazze sul pavimento. Non sarà che il sommergibile, apparentemente fedele alla sua rotta, sia in balia di correnti abissali? Attraverso l’oblò si vede la sagoma di un pesce sconosciuto. Fuori c’è l’oceano, o un altro teatro d’ombre che non conosciamo.

3 Risposte a “Teatri d’ombre”

  1. cloudberry detto

    ma è bellissimo questo racconto.

    Sono consapevole che ogni commento (e quindi anche il mio che cerco di mettere) interagisce (fa mashup) in qualche modo con il testo. Infatti l’autore scrive avendo in mente un lettore, solo che qui il lettore è su un blog e la sua interazione non è soltanto reazione individuale ma incide su (o è esibita a) tutti gli altri (in ogni caso per lasciare il testo alla sua purezza, forse non dovrebbero esistere i blog).

    Dunque in Sudtirolo la dimensione dell’italiano è lo spazio e la dimensone del tedesco è il tempo.

    Proviamo a considerare la velocità che è (grossolanemete) spazio/tempo (spazio fratto tempo). Se io mi muovo velocissimamente nello spazio il mio tempo è piu’ breve di chi sta fermo. Torno da un viaggio alla velocità prossima a quella della luce e trovo tutti gli altri invecchiati molto piu’ di me.
    Che sia la velocità la vera categoria di riferimento? E in Sudtirolo anche?

  2. Loiny detto

    “ma è bellissimo questo racconto”.

    Cronometro alla mano, posso dirti che il tuo complimento è riuscito a lusingarmi per quattro secondi esatti. Poi ha prodotto in me una slavina di interrogativi: ma quello che scrivo sarà anche utile o è soltanto un esercizio di stile abbastanza riuscito? Produce un surplus di consapevolezza? È in grado di spostare anche di un solo capello il punto di vista di chi legge? Che tipo di rapporto intrattiene con l’Immaginario collettivo sudtirolese/altoatesino? Ha davvero senso indagare la grammatica profonda della mitologia negativa che soggiace all’Immaginario della nostra autonomia? Serve a qualcosa inflilare le mani nel pozzo nero di quel che ci unisce (e insieme ci divide) per cavarne fuori un raccontino ben fatto? È possibile tratteggiare il punto di intersezione dei nostri paesaggi fantasmatici, senza correre il rischio di produrre un paesaggio ancora peggiore? Esiste davvero il paesaggio neutro che vado cercando da anni?

    “Dunque in Sudtirolo la dimensione dell’italiano è lo spazio e la dimensione del tedesco è il tempo”.

    Questo per me è vero solo nello spazio della rappresentazione, nella trama di stereotipi incrociati che costituiscono la nostra mitologia negativa. Mi spiego: soltanto nel grande racconto della separazione etnica gli italiani e i tedeschi sono “un tempo” e “uno spazio” che non si incontrano mai. Ma “quel tempo” e “quello spazio”, non sono il tempo e lo spazio, ma bensì il simulacro di un tempo e lo spettro di uno spazio che formano quello che io chiamo il Sudtirolo Ideale Eterno.
    Insomma: solo al livello del racconto “gli italiani” e “i tedeschi” ci mostrano il loro risvolto cadaverico. Fuori ci sono degli individui con le loro piccole storie, c’è un pulviscolo di soggetti in balia di logiche più grandi di loro. Fuori dalla rappresentazione – roba da non crederci! – ci sono addirittura i gli amici ladini.
    Il problema, però, è che la rappresentazione, lungi dall’essere innocua, è precisamente un lenzuolo mortuario steso su di noi come una seconda natura.

    A proposito della velocità: bellissima immagine. Potresti provare a imbastirci il primo racconto della nostra “mitologia positiva”.

  3. rosanna detto

    I tuoi testi sono bellissimi, ma servono soprattutto a far riflettere. Alle volte mi capita di sorprendermi a pensare ancora alle tue parole dopo averli letti da diversi giorni. È difficile commentare i tuoi figlietti perchè molto spesso non c’è niente da aggiungere e il silenzio accompagna bene la riflessione in cui ci fai sprofondare con i tuoi testi che noe azzardato definire letteratura.

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