Aquile

21 Maggio 2008

La storia del Sudtirolo, sotto qualsiasi aspetto la si consideri, è pur sempre una storia di aquile.

Alcuni orticoltori, nei giorni di maltempo, raccontano che “l’aquila fascista e l’aquila nazionalsocialista, dopo aver occupato il nido dell’aquila tirolese, l’assassinarono e se ne spartirono la carcassa. In seguito, grazie a una muta repentina con tutti i crismi del miracolo, il loro piumaggio divenne democratico e le due aquile poterono accoppiarsi. Nacque così, irriducibile al sapere ornitologico, l’aquila della Provincia autonoma di Bolzano”.

Alcuni agitatori, credendo di ripercorrere le orme di Norbert C. Kaser, si propongono invece di arrostire l’aquila tirolese, non accorgendosi che proprio là dove dovrebbe esserci, l’animale non è più. Al suo posto, a parte uno spazio vuoto a cui viene attribuita forma di volatile, non c’è nulla. L’aquila è morta. La sua assenza, però, è così precisamente evocata, che il suo non esserci si manifesta in ogni dettaglio. Talvolta succede che qualcuno, appollaiandosi sulle ali dell’idolatria, accarezzi il fantasma del suo piumaggio. “Per molti di noi”, si usa ripetere in certi salotti, “l’aquila tirolese non è soltanto assente: essa ci manca piuma per piuma”.

Anche l’aquila romana è morta, tumulata sotto strati di racconti successivi e di memorie, sempre in viaggio verso il centro della terra, dove l’attendono, aperti sull’ignoto, i più bei romanzi di fantascienza. Ogni volta che proviamo a tradurla nel presente, afferrandola per il becco o per le ali, la trasliamo dalla sua tomba a un’altra più remota. Ma poi: siamo sicuri che se avesse a manifestarsi all’improvviso nella scia di un deltaplano, saremmo in grado di riconoscerla? Un mio amico cineasta era talmente legato all’immagine dell’aquila romana, che decise di rianimarla, affidandone la resurrezione a un laboratorio di ingegneria genetica. L’esperimento riuscì solo a metà, risolvendosi nell’apparizione intermittente di alcune cosce di tacchino in un vassoio di polistirolo. Oggi il mio amico è morto e sulla sua lapide campeggia una scritta incomprensibile: “Leoluca T., regista inaudito, morì novantenne. Trascorse i suoi primi trent’anni di vita a filmare ogni giorno i suoi primi trent’anni di vita, e gli altri sessanta, in moviola, a guardare ogni giorno i suoi primi trent’anni di vita a velocità dimezzata”.

A questo punto, ingarbugliando ad arte i fili del discorso, alcuni intellettuali inclinati alle simboliche zoologiche potrebbero citare Alfredo Cattabiani e il suo utile Volario, dove a pagina 416 si legge che “dall’Ottocento a oggi l’aquila monocefala o bicefala è emblema nazionale di circa diciassette Stati”.

Insomma, non interessa l’aquila, ma le aquile. L’aquila è un simbolo plurale: non esclusivo, bensì inclusivo. Un pensiero del genere, svolto fino in fondo come un filo dal rocchetto, ci porterebbe a concludere che niente meglio dell’aquila è in grado di rappresentare il carattere territoriale e multietnico dell’autonomia sudtirolese. Ma sarà vero che il nostro cielo simbolico pullula di aquile? In effetti, è sufficiente alzare lo sguardo perché il nostro campo visivo si affolli. Ecco allora l’aquila dell’Antico Testamento, l’aquila induista, l’aquila del Terzo Reich, l’aquila napoleonica, l’aquila-demonio, l’aquila della tradizione pellerossa, l’aquila fascista, l’aquila dei popoli del Messico, l’aquila bicipite austriaca, l’aquila simbolo di Cristo, l’aquila albanese, l’aquila polacca, l’aquila spagnola, l’aquila-giustizia di Dante.

“Ci sono proprio tutte” verrebbe da dire. Manca solo l’aquila reale, che negli ultimi tempi si vede un po’ meno. “È l’unica che volteggia con le ali all’insù” diceva sempre mio padre, distendendo le braccia ad imitazione di un improbabile atteggiamento di volo. “Riconoscerla non è difficile. Capita che scivoli via con le ali piegate, ma in pieno volteggio le tiene in avanti come una poiana”.

A volte, ma sempre più di rado, guardo in alto sperando di vederla. Più spesso mi verrebbe voglia di cambiare cielo, o che entro la linea del nostro orizzonte irrompesse finalmente un tucano.

Una Risposta a “Aquile”

  1. rosanna detto

    Che bel testo! Molto ben scritto e pieno di significati simbolici, tanto che viene voglia di leggerlo più volte per addentrarsi meglio nelle pieghe del ragionamento.

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