Sulla disseminazione del centro

(una divagazione per Hans Drumbl)

Tra le tante città invisibili di Italo Calvino ce n’è una che si mostra particolarmente icastica in relazione a quanto ho intenzione di dire circa il concetto di disseminazione del centro:

 

Per parlarti di Pentesilea dovrei cominciare a descriverti l’ingresso nella città. Tu certo immagini di vedere levarsi dalla pianura polverosa una cinta di mura, d’avvicinarti passo passo alla porta, sorvegliata dai gabellieri che già guatano storto ai tuoi fagotti […] Se credi questo, sbagli. A Pentesilea è diverso. Sono ore che avanzi e non ti è chiaro se sei già in mezzo alla città o ancora fuori […] La gente che si incontra, se gli chiedi: – Per Pentesilea? – fanno un gesto intorno che non sai se voglia dire: “Qui”, oppure “Più in là” o “Tutt’in giro”, o ancora “Dalla parte opposta”. – La città – insisti a chiedere. – Noi veniamo a lavorare qui tutte le mattine, – ti rispondono alcuni, e altri: – Noi torniamo qui a dormire – Ma la città dove si vive ?­ – chiedi. – Dev’essere –  dicono – per lì, – e alcuni levano il braccio obliquamente verso una concrezione di poliedri opachi, all’orizzonte, mentre altri indicano alle tue spalle lo spettro di altre cuspidi […].

Se nascosta in qualche sacca o ruga di questo slabbrato circondario esista una Pentesilea riconoscibile e ricordabile da chi c’è stato, oppure se Pentesilea è soltanto periferia di se stessa e ha il suo centro in ogni luogo hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è più angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all’altro e non arrivi a uscirne?

 

Emblema del policentrismo e della complessa dialettica tra apertura e chiusura, tra dentro e fuori, Pentesilea è un luogo indecidibile in linea di principio: «la gente che s’incontra» interrogata da Marco Polo sulle coordinate spaziali della città («Per Pentesilea?») fornisce risposte parziali e tra loro differenti: «Qui», «Più in là», «Tutt’in giro», «Dalla parte opposta». E di fronte all’insistenza del viaggiatore, che anela ad un’indicazione univoca, essa ribadisce, in via implicita, l’impossibilità logica di definire Pentesilea una volta per tutte: «Noi veniamo a lavorare qui tutte le mattine – ti rispondono alcuni, e altri: – Noi torniamo qui a dormire –». Questa seconda serie di risposte specifica ulteriormente il modo in cui la città si offre alla conoscenza: le identità parziali di Pentesilea coincidono con le diverse funzioni d’uso che essa attiva, di volta in volta, in base alle esigenze dei punti di vista che la praticano. Punti di vista, per restare sempre alla narrazione di Italo Calvino, non da intendersi in accezione negativamente soggettivistica (slegati cioè da una qualche pratica), ma sempre portati da un soggetto sociale; si rammenti: «Noi torniamo a lavorare qui tutte le mattine […] Noi torniamo qui a dormire», dove il «noi» sta a significare la pluralità dei soggetti in questione e dove i termini “lavorare” e “dormire” specificano le pratiche che li costituiscono (i soggetti, ovvio) in quanto soggetti sociali.

Pentesilea, dunque, lungi dall’essere monocentrica, possiede tanti centri quanti sono i soggetti che la usano: a coloro che ci tornano a dormire, essa si mostrerà come dormitorio soltanto, mentre chi ci torna a lavorare la vedrà in guisa di cantiere, o ufficio, o luogo di lavoro in generale. Di Pentesilea, per ciascuno, ha senso soltanto quella parte che esso usa a partire dai propri desideri. Tutto il resto sarà «slabbrato circondario», oscura periferia, «zuppa di città diluita nella pianura», coacervo di tratti irrilevanti.

È il rapporto punto di vista-Pentesilea a costituire, di volta in volta, la configurazione della città, non altro. Gli stessi concetti di centro e periferia, in questo senso, devono essere pensati come estremamente mobili (slegati da una qualsivoglia identità materiale della città), formali, insomma: in grado di significare le articolazioni interne (i rapporti di predominio-gerarchizzazione) non di una, ma di tutte le configurazioni possibili di Pentesilea.

Mi spiego: gli stessi tratti di città che vengono considerati centrali a partire da una certa funzione d’uso, possono poi risultare del tutto periferici da un altro punto di vista. I termini centrale e periferico, dunque, non designano una volta per tutte alcune parti della città (chessò: il duomo, o una piazza, o un certo quartiere), ma rispettivamente la pertinenza o la non pertinenza di alcune zone di Pentesilea rispetto alla funzione che la pratica. Così, disseminata nella pluralità dei punti di vista, la città si mostra, allo stesso tempo, ma a livelli diversi, del tutto decidibile e totalmente oscura: al livello di coscienza dei singoli soggetti (ormai sappiamo: dei singoli punti di vista) essa è senz’altro decidibile, perfettamente delimitata e definita dalla funzione per la quale i soggetti le prestano attenzione; ma sul piano della coscienza collettiva ( del meta-livello che coincide con la somma qualitativa dei singoli punti di vista) essa risulta cognitivamente indecidibile. E al riguardo, a sostegno di quanto scritto, si ripensi alla prima serie di risposte fornite dai “frequentatori” di Pentesilea a Marco Polo, che chiedeva informazioni sulla collocazione spaziale della città: «Qui», «Più in là», «Tutt’in giro», «Dalla parte opposta». E se ne traggono i più ovvi corollari.

Di Pentesilea, in conclusione, svelato l’immanente meccanismo epistemologico che regola le sue interpretazioni, possiamo conoscere, dal punto di vista scientifico, non già il suo “in sé”, ma semplicemente la denaturalizzante identità che essa assume in rapporto ai soggetti culturali che primariamente la conoscono.

Ostinarsi a cercare, in un oggetto di tal fatta, il centro unico o la vera identità (che è poi la stessa cosa), significa andare incontro a cocenti delusioni. E l’angoscia di Marco Polo, invischiato in un circolo vizioso di cui non riesce neppure a vedere i limiti, è in questo senso davvero emblematica

8 Risposte a “Sulla disseminazione del centro”

  1. Loiny detto

    Quella che precede è una digressione su “Il museo che non è un museo” (editoriale di Hans Drumbl apparso nei giorni scorsi sul Corriere dell’Alto Adige) che è a sua volta una divagazione sulla rana crocefissa di Kippenberger, che può anche essere letta come la digressione impertinente su qualcosa che non so.
    In realtà, almeno credo, “Il museo che non è un museo” è una raffinatissima messa in croce di quella “poetica sudtirolesealtoatesina” (trasversale ai tre gruppi linguistici e forse molto più ampia di quanto crediamo) che la rana crocefissa di Kippenberger ha avuto il merito di svelare. Insomma: Drumbl come al solito divaga, ma divagando arriva al punto.

  2. Loiny detto

    Per capire alcuni tratti della scrittura di Drumbl è utilissima la lettura di questo suo testo:

    Scrivere “contro”

    Tutti conoscono la storia di Pilato. Gli ebrei erano andati da lui pretendendo che cambiasse l’iscrizione affissa sulla croce dove era stato ucciso Gesù. “Hai scritto: Re dei Giudei!”, gli avevano rimproverato. Avrebbe dovuto scrivere che era Gesù ad aver affermato di essere il re dei Giudei. Pilato ha semplicemente replicato: “Ciò che ho scritto, ho scritto.”
    Siamo veramente in grado di interpretare le sue parole?
    Chi considerasse questa domanda fuori dalla propria portata oppure irrisolvibile, non deve arrendersi di fronte al problema posto. Ci si potrà pur sempre affidare ad altri lettori, magari più esperti di noi. Ed è proprio quello che mi è successo, incontrando, nel lontano 1969, le parole di Pilato, citate in greco, come epigrafe al libro “Die Verbesserung von Mitteleuropa”, “Il miglioramento della Mitteleuropa”, il libro dirompente del grande contestatore di quegli anni – il più grande di tutti! –, Oswald Wiener. E leggendo le parole greche come premessa ideale a “quel” suo libro – una vera e propria demolizione teorica della cultura occidentale – capii la forza e il fascino, la saggezza letteraria di Pilato e al contempo la rozzezza ermeneutica dei suoi avversari.
    La forma verbale del perfetto, gégrapha, esprime la validità dell’azione fino al presente. Il testo sta nel mondo come uno “scritto” inalienabile, e non potrà essere reso obsoleto, “ritirato”, per un atto di volontà personale. Il testo scritto da Pilato resse e regge indenne l’attacco dei contestatori perché l’accusa di non dire il vero era ed è fuori luogo. Il testo, ogni testo, non potrà mai essere valutato con il parametro della sua rispondenza alla realtà.
    Chi vuole contestare a un testo di non dire la verità è costretto/invitato a scrivere un altro testo, un testo nuovo nel quale afferma, appunto, la propria verità, confutando la verità o le verità altrui, rese pubbliche in altrettanti testi che hanno preceduto il suo.
    E Wiener che, sul frontespizio del libro, si è fatto ritrarre nella posa di “demolitore” su un mucchio di detriti, con in mano un enorme martello, ha scritto un testo che rasenta il trattato scientifico, tecnico, un testo dalla scrittura pacata, che mette a fuoco problemi di semantica e di informatica, scritto con sole minuscole e con le pagine numerate con numeri romani. Un testo, insomma, difficile da leggere, con scelte stilistiche che sembrano dover/voler servire da scudo per proteggere il pensiero da lettori superficiali, avidi dell’ultimo scoop sulla cultura della “negatività”.
    Wiener scrive “contro”, ma il lettore, per capirlo, non trova scorciatoia alcuna, è proprio costretto a leggere il libro. Non ci sono segni o segnali in superficie. La rabbia, la volontà di far sentire una voce “contro” non si manifestano in atteggiamenti, ma nello stile – il terreno più congeniale per lo scrittore, se è vero quanto afferma Valéry: “Lo stile nasce dalla lucidità del pensiero che si oppone all’insufficienza, all’inerzia, alla vaghezza media del linguaggio e che felicemente gli fa violenza. Esso nasce da una lotta.”
    Per questo motivo l’opposizione al potere, a qualunque potere solleciti la nostra opposizione, deve essere espressa con stile. La propria insoddisfazione, la protesta, le accuse non bisogna urlarle. La protesta deve seguire il canone stilistico più alto della scrittura.

    “Il museo che non è un museo” è in questo senso una lezione magistrale.

  3. Loiny detto

    @ Loiny

    Anche oggi, in trenta righe, sei riuscito a non scrivere nulla.

  4. Loiny detto

    @ Loiny

    E allora? La cosa ti crea problemi forse?

  5. Loiny detto

    @ Loiny

    A me no. Dico solo che tu sei la testimonianza evidente di un fallimento intellettuale di dimensioni minuscole.

  6. Loiny detto

    Bah, tu pensala come vuoi. Intanto il mio pezzo ha avuto la bellezza di sei commenti. Sputaci sopra…

  7. Loiny detto

    @ Loiny

    Vai a dormire, va…

  8. Étranger detto

    Aggiungo un commento anch’io. Leggere questi pezzi di Drumbl mi rimanda a un’esperienza di lettura che assomiglia a quella compiuta col “torso arcaico d’Apollo” di Rilke. Anche lì siamo messi difronte ad un processo di maturazione stilistica che si completa con un’ingiunzione: “devi cambiare la tua vita”. Oppure, anche, a quella celebre sentenza “cacanica”: Estetica ed Etica sono la stessa cosa.

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