Incipit vita nova
5 Giugno 2008

Stasera sono stato a Vipiteno/Sterzing a sentire la presentazione del libro di Minniti sugli anni delle bombe. Magari tra un po’ (quando avrò letto il libro) scriverò un commento approfondito. Ogni volta che vado a Vipiteno, per me, è sempre un po’ come se tornassi alle origini, e non solo per quanto riguarda la mia vita da “altoatesino”. A Vipiteno mi legano molti ricordi.
La prima volta che arrivai, assieme a R., era un natale di almeno venti anni fa. Il mio amico A., collega d’università, ci ospitò in una freddissima casa di Prati/Wiesen. I suoi avevano anche un negozio di scarpe, proprio nella Altgasse, e a me (che a quel tempo leggevo Robert Walser) mi pareva di essere diventato il protagonista di uno dei suoi racconti.
Ho continuato a frequentare quel posto regolarmente, a volte venivo da solo, a volte con amici o con la ragazza.
Un giorno ero con un compagno di università (un tipo molto brillante, ma anche molto dissacrante). A. ci condusse con la macchina in Val di Vizze, proprio fino in fondo. Lui voleva trasmetterci l’incanto di quei luoghi, la loro appartatezza. Ma noi eravamo completamente distratti, facevamo battute. Penso che ci considerò come due imbecilli. E non aveva tutti i torti.
Un altro ricordo. Percorriamo con la macchina la Hinteregasse, a Prati, e A. vede riverso sulla neve un vecchio (completamente ubriaco). Si ferma immediatamente, scende e lo va a tirare su. Parlano in dialetto per un po’, poi l’uomo si allontana, come se niente fosse stato.
Anche quando mi separai da R. ero a Vipiteno. Era d’estate, leggevo Simenon (Betty) e le telefonavo da un apparecchio pubblico, nella piazza centrale assolata e deserta.
A Vipiteno poi è nato mio figlio Paolo. Quando mia moglie fu portata in sala operatoria io l’aspettai girando per i corridoi. A un certo punto entrai anche nella cappella dell’ospedale. Lì mi venne in mente che forse sarebbe stato opportuno fare qualcosa, magari pregare. Lì ho anche scoperto che non so più pregare, che non capisco più che cosa vuol dire.
Da un po’ di giorni questo blog non mi piace e sento fortissimo il bisogno di chiuderlo. Confesso che – come oggi ha detto Loiny – a questa possibilità di un “altro” Sudtirolo non ci credo più nemmeno tanto. Come non credo più (ma c’ho mai creduto?) alla possibilità di perseguire quella strada verso l’indipendenza che stava alla base del progetto di [BBD]. Considero i sudtirolesi e gli altoatesini ancora del tutto immaturi per proporre una cosa del genere. Anche se le cose (così come sono) non mi piacciono, mi sono convinto che un cambiamento non potrebbe che essere peggio. Troppi i fraintendimenti che bisognerebbe appianare, i privilegi (anche quelli meschini) che bisognerebbe abbattere. In questo senso anche le polemiche sulla “rana” mi hanno istruito che non è possibile cavare da una rapa del sangue.
Da ora in poi continuerò a scrivere senza intromettermi troppo nei commenti che eventualmente seguiranno. Mantengo aperto questo spazio, ma faccio un passo indietro, mi dedicherò maggiormente a questo blog, e voglio smettere di amareggiarmi se la qualità delle discussioni continuerà (come presumo) ad essere per lo più deludente (come spesso, troppo spesso lo è stato). Soprattutto, smetterò di rispondere a chi utilizza questo luogo (e altri siti) solamente per replicare fino alla nausea le proprie idee disgustose. Lo faccia pure, se ne ha voglia. Io non lo seguirò più.
Chiudo con questi versi di Kaser (che dedico a tutti voi e a una persona in particolare, con la quale ho parlato stasera al telefono e che mi ha consigliato di fare quello che sto facendo – e a lei, solo a lei, dedico anche questo):
laß nicht fliege in
der milch baden
laß keinen fuchs bei
hennen übernachten
laß keinen wolf das
rotkaeppchen fressen
laß keine maus ueber
den speck spazieren
Nota: L’immagine che ho scelto per aprire questo post è una riproduzione de “La libecciata” di Giovanni Fattori. Fattori è uno dei più grandi pittori dell’ottocento, nato a Livorno e “padre” del movimento denominato “Macchiaioli”. Il paesaggio che si vede è quello della costa a sud della mia città, con le tamerici strappate dal vento e il mare in tempesta. Questa piccola tavola (dipinta a olio) è conservata a Palazzo Pitti, Firenze.
Caro Gabriele,
Sono rimasto molto colpito dall’immagine toccante del ritorno in una Sterzing/Vipiteno carica di ricordi e affetti. Un po’ ti capisco.
L’abbandono della vita da blogger senza limiti era una mossa prevedibile. Come puoi ben immaginare, mi aspettavo arrivasse da un giorno all’altro. Ora eccoci qua, a tirare le somme di due anni a “bloggare” assieme su Brennerbasisdemokratie prima, in SegnaVia poi.
Ma credo non sia il momento adatto per fare il bilancio di un’esperienza che ad ogni modo considero tra le più straordinarie della mia, nostra esistenza. Riposiamoci, meditiamo su ciò che è passato e sul dafarsi. Una pausa di riflessione (anche perenne) sul “fenomeno” Brennerbasisdemokratie.
Hai il mio più profondo rispetto per la scelta di “rallentare il ritmo” e l’ammirazione di sempre per l’impegno profuso al fine di migliorare almeno un po’ lo stato delle cose. Invano? Io spero di no.
Valentino
Von einem Baum, der noch in Blüte steht, musst du nicht schon Früchte erwarten.
Karl Ferdinand Gutzkow
caro étranger,
fai bene a prendere le distanze da certe polemiche, che restano fine a se stesse. se anche io qualche volta ne sono stato protagonista, mi scuso. e mi riprometto di intervenire solo quando credo di avere effettivamente qualcosa da dire.
ho notato che il blogger è portato a caricare i toni e ad estremizzare le posizioni: vale anche per me, ripeto. chissà perché? forse l’anonimità (anche solo apparente), forse la vanità, la voglia di piacere a tutti i costi, forse la cocciutaggine, forse l’incapacità di cambiare le proprie idee o anche solo di aggiornarle.
quanto all’”altro” sudtirolo, sai come la penso:
certamente è possibile un sudtirolo migliore; e quello nel quale noi viviamo oggi è già migliore di quello di 30 o 40 anni fa. quindi, per favore, cerchiamo di non sputtanarlo proprio del tutto, se veramente abbiamo a cuore la sua sorte.
checché ne dicano l’ecclesiaste, leopardi e tutti i catastrofisti (il catastrofismo è l’ultimo rifugio delle canagliette), il mondo migliora. anche in questi anni il mondo migliora.
solo che nel rappresentare il (nostro) mondo preferiamo mettere in luce i fallimenti, piuttosto che i successi. questo potrebbe essere un tema di discussione: perché preferiamo sottolineare (spessissimo esagerando) quello che non va? perché siamo così restii ad ammettere che si fanno anche cose buone?
un saluto a tutti. a presto
Sta tutto dentro quel Fattori. Non c’è davvero bisogno di altre parole, se mi puoi capire. La forza del libeccio e la flessibilità della nostra vegetazione. E’ tutto un gioco tra i due nel quale noi, uomini piccoli piccoli, non siamo previsti se non per un breve tempo. Poi resteranno loro a disputarsi l’infinito.
Fino a quando ci scriverai questo sarà sempre un luogo molto ricco.
Un abbraccio dalla Culla del Libeccio.
Caro Gabriele,
Capisco e rispetto questa Tua scelta, anche se mi dispiace moltissimo il fatto che Tu voglia chiudere questo blog, il quale, oltre ad essere un luogo di scambio di idee molto interessante, è anche molto istruttivo.
Tante buone cose e un caro saluto,
Matteo
@ Matteo
Non ho detto che chiudo il blog. Ho detto solo che cercherò di sottrarmi a discussioni che io giudico inutili.
@ Lucio
Grazie.
@ Leo
È vero. Sta tutto dentro il quadro di Fattori. Ma ovviamente questo lo potevi capire solo te.
@ Valentino
Dovrai un po’ contagiarmi, col tuo sacrosanto ottimismo.
@ Lorenz
Fai il bravo.
@Gabriele
Pardon, ich habe dann aufgrund der Überraschung zu schwarz gesehen.
Che Valentino possa contagiarti abbondantemente!
Always look on the bright side of life
Non capisco bene i motivi della tua decisione, non avendo seguito la storia di questo blog e tutto quello che c’è dietro e non capendo neanche tanto bene i problemi che vivete da codesta parte del mondo. Verrò a trovarti dall’altra parte. Un saluto e un grazie, alessandra.
@ Ètranger
Mi sembra una delle cose migliori che tu abbia mai scritto. Un pezzo “necessario” (almeno per me)
@ Lucio
Le seguenti parole non sono rivolte a me. Le commento comunque:
Sottoscrivo e prometto che cercherò di fare altrettanto.
Ineccepibile (lo scrivo senza ironia). È un testo che appiccicherò alla tastiera del mio computer e che rileggerò ogni volta prima di mettermi a scrivere.
Lucio, qui secondo me sbagli: chi critica il Sudtirolo, anche i critici più veementi, lo fa nella convinzione di poterlo migliorare, non di distruggerlo.
Il fatto è che l’Immaginario (che qui da noi è un immaginario etnicamente diviso) in Sudtirolo è più potente dei fatti. Anzi: più mi addentro nel discorso pubblico sudtirolese e più mi convinco che l’Immaginario (la Rappresentazione del contrasto etnico) è l’unico Fatto in grado di spostare voti e consensi (una precisazione: l’Immaginario non è un fatto, ma qui da noi funziona “come se” lo fosse). Anche l’efficienza dell’amministrazione sudtirolese, che è sotto gli occhi di tutti (a parte Paddo) viene letta da qualcuno in guisa di paesaggio fantasmatico (falso) che dissimulerebbe, a seconda del punto di vista dal quale lo si osserva, l’estinzione di un gruppo o il progressivo imbastardimento dell’altro.
Bisogna però capire che il nostro sistema autonomistico, nato per salvaguardare il gruppo etnico tedesco e quello ladino in quanto minoranze nazionali, non può produrre un immaginario condiviso. È un’ipotesi che non sta né in cielo né in terra. Se ci sta bene l’autonomia, dobbiamo imparare ad accettare la rappresentazione del contrasto etnico, sperando di poter contare su forze politiche in grado di far sì che la rappresentazione del contrasto non si trasformi in conflitto vero e proprio. L’SVP fino ad oggi è riuscita a farlo in modo egregio. Cosa succederà tra qualche anno non lo so.
Questa, ad esempio, è una frase che non mi piace. Mandi un messaggio obliquo a qualcuno, ma non scrivi di chi si tratta. Il destinatario potrei essere io (con me l’hai già fatto) o un altro utente del blog. Cerchiamo di essere schietti, Lucio. Se mi dici direttamente che il mio modo di scrivere è penoso o eccessivamente barocco, o vanesio, io non mi offendo. Al limite se ne può discutere. Se però mi mandi messaggi obliqui mi fai solo incazzare. E, anche se è qualcosa di tremendamente infantile, non appena si presenta l’occasione ti restituisco il “favore” con gli interessi (anche questo, purtroppo, è già successo e me ne scuso).
Il fatto che si preferisca mettere in luce i fallimenti piuttosto che i successi non mi pare un atteggiamento contestabile, a meno che non si voglia contestare in profondità la natura dell’uomo: se gli uomini delle caverne si fossero limitati a “mettere in luce i loro successi” (ad esempio la cattura di una preda), opacizzando i problemi (ad esempio il rischio di essere predati) saremmo ancora fermi all’età della pietra.
Una nota a margine: in qualche post fa, uno dei tanti sulla rana crocefissa, hai scritto che “l’importante, per i laici autentici, è conservare la capacità di ridere. delle religioni e dei (falsi) credenti” e ancora: “questo è il cammino della cultura occidentale. non ci faremo battere dagli oscurantisti”. Ora, una cosa così, scritta da te, mi ha creato qualche imbarazzo: tu, come me, sei un autonomista; se un tale di Avellino avesse a chiederci: “Ha senso per voi salvaguardare le peculiarità del gruppo etnico tedesco e del gruppo etnico ladino in quanto minoranze nazionali?” noi risponderemmo senz’altro di sì. Ma a questo punto sorgerebbe un problema: le identità forti che la nostra autonomia salvaguardia non sono fatte solo di lingua, ma anche d’altro, ad esempio di convinzioni religiose e politiche non scevre di atteggiamenti che tu non hai esitato a definire “oscurantisti”.
E siamo al punto: i fuochi del Sacro Cuore, che tutti noi consideriamo un bellissimo esempio di tradizioni che si perpetuano, non possono essere disgiunti a cuor leggero dalle reazioni alla rana crocefissa. Bisogna capire che i fuochi e le reazioni alla rana crocefissa sono le due facce della stessa medaglia (tradizione). L’autonomia tende a salvare ambedue, e di questo un autonomista dovrebbe essere consapevole. Michael Gamper ci piace integralmente? Vogliamo salvarlo integralmente? Allora dobbiamo imparare a considerare del tutto normali le reazioni alla rana crocefissa.
E dai Etra, che se ad ogni commiato che hai scritto ti avessero dato un bollino, a quest´ora avresti già preso come minimo il pastamatic
@ Oscar
Ma guarda che non c’è nessun commiato (ma io scrivo in italiano o in cinese???). Ho solo detto che cercherò di rispondere un po’ meno agli interventi degli utenti…
@Étranger
Ma togli sta stupida rana dal tuo avatar e rimettiti a scrivere – sta rana maledetta ti ha rincoglionito!
http://segnavia.wordpress.com/brennerbasisdemokratie/#comment-7218
@ Lorenz
Sottovaluti molto la “rana”. E soprattutto sottovaluti il suo messaggio. Che è: adesso io vi strappo la benda dagli occhi.
@ Valentino
Ti ho risposto che ti risponderò.
[...] Brennerbasisdemokratie hat einen Flügel verloren. Étranger hat das gemeinsame Ziel eines »anderen«, unabhängigen Südtirol verlassen. [...]
Ah, così, Etrangerio, CHIUDI IL BLOG, eh? Ti è venuto il cagotto, eh? O cos’è, non ti pagano più abbastanza? Oppure te l’hanno consigliato gli amici degli amici, diccelo! O, di’ la verità, ti ha assunto la famiglia Ebner?
Te non sai neanche cos’è la libertà di espressione, Etrangerio. Per fortuna che chiude sto blog, non se ne sentirà la mancanza.
PS: visto il livello di incomprensione, di questo tuo bellissimo post, ma un po’ di tutto quel che scrivi, volevo essere io a portarti un attacco simile.
“Die Philosophen haben die Welt nur verschieden interpretiert; es kommt aber darauf an, sie zu verändern.”
Mag sein, dass diese Aussage eines heute marginalen “Philosophen” unterschiedlich in der Geschichte interpretiert worden ist und die Komplexität seiner Gedankengänge überhaupt nicht wiedergibt, ich sehe Gabrieles Entscheidung auch in seinem Bemühen begründet, reale Verhältnisse zu ändern. Der Blog http://mehrsprachigkeit.wordpress.com/ stellt die Grundidee von BBD vom Kopf auf die Füße.
Wünsche Dir alles Gute.
Werner
So che non si dovrebbe fare, ma approfitto di questo spazio per inviare un fortissimo abbraccio al mio amico Werner.
LG Loiny
Lieber Gabriele, ich bin über http://www.brennerbasisdemokratie.eu/?p=1220 darauf gekommen, dass du gerade einen schwierigen Moment erlebst. Wer wie wir glaubt, dass wir die Schatten des 20. Jh. in Südtirol hinter uns lassen sollten, hat es nicht immer leicht. Ich war von Anfang an davon überzeugt, dass der Ansatz von BBD “zu innovativ, zu intellektuell” ist, um direkt und schnell einen breiten Konsens finden zu können. Genau darum habe ich auch vorgeschlagen, aus dem Projekt eine “Denkfabrik” zu machen, um langsam aber sicher in Richtung Anwendbarkeit der Theorie zu kommen.
Der Weg ist, die kulturelle Basis in der Bevölkerung zu bereiten, um eine Idee wie jene von BBD erst diskutierbar zu machen. Das ist ein wahnsinnig aufwendiges Projekt. Ich habe in den vergangenen Monaten unglaublich viel Energie dahin investiert. Überraschenderweise habe ich Erfolg geerntet, den ich mir als Berufspessimist wirklich nicht erwartet hatte. Im Schatten der Medienwelt reift ein Südtirol heran, welches offen ist, sprachgruppenübergreifend, in die Zukunft blickt. Erst, wenn wir eine solide Basis haben, kann der BBD-Vorschlag auch konkret in der Bevölkerung diskutiert werden.
Ich muß gestehen, dass für mich persönlich der Weg das Ziel ist. Ein Südtirol, welches so unbekümmert mit seiner eigenen Identität umgehen kann, dass es problemlos und ohne Sprachgruppenkonflikte über eine Unabhängigkeit diskutieren kann, ist für mich das Ziel. Ob es dann zu einer Unabhängigkeit kommt oder nicht, ist mir ehrlich gesagt zweitrangig. Wichtiger ist für mich, dass es ein Klima im Land gibt, in dem man ohne ethnische Fronten zu erhärten darüber reden kann.
Ich werde meine Arbeit fortsetzen und auch meinen – limitiereten – Beitrag auf der BBD-Internetplattform fortführen. Es wäre wirklich sehr schade, auf Deine Beiträge verzichten zu müssen. Das wäre, wie Pérvasion schreibt, wirklich ein harter Verlust. Also übelege es dir gut, denn du bist auf diesem Weg gewiss nicht allein.
Caro Étranger, vor einiger Zeit hast Du mir, nachdem ich die Umsetzbarkeit der Idee von BBD angezweifelt habe, folgendes geantwortet: “To find out what you cannot do then go and do it: There lies the golden rule (La regola d’oro è di andare alla ricerca di quel che non si è in grado di fare – e poi andare e farlo).”
http://segnavia.wordpress.com/2008/04/23/wieviel-tirol-steckt-in-dir/#comment-5364
Deinen Ausstieg aus dieser Bewegung interpretiere ich also so, dass Du zum Schluss gekommen bist, dass die Idee tatsächlich nicht umsetzbar ist. Damit sind wir beide der gleichen Meinung. Ich glaube auch, dass es sich nicht lohnt, für ein Utopia zu kämpfen. Du wolltest das unabhängige Südtirol, ich wollte den Wiederanschluss an Österreich. Beide müssen wir wohl einsehen, dass es dazu niemals kommen wird.
Ich wünsche Dir viel Glück bei der Verwirklichung anderer, privater Ideen und Ideale. Die nun gewonnene Energie wird Dir hierbei zu Gute kommen. Alles Gute!
@ enrico de zordo,
grazie delle tue considerazioni. mi fa piacere avere trovato dei punti di accordo con te.
sulla rappresentazione “negativa” del mondo cerco di spiegarmi meglio. dire che il nostro è “il migliore dei mondi possibili” è un’affermazione ridicola (come ben sa chi ha letto il candide, di voltaire), almeno quanto l’affermazione opposta, che cioé sia “il peggiore dei mondi possibili”. diciamo che c’è del buono e c’è del marcio nel nostro mondo, nel nostro sudtirolo, nella nostra sfera individuale. il problema è: quanto buono e quanto marcio?
tu dici che criticare il sistema-sudtirolo non significa essere necessariamente antiautonomisti; che indicare un fallimento non significa essere catastrofisti, che si può criticare la tradizione pur essendo d’accordo con il principio di tutelare le minoranze (spero di interpretare correttamente il tuo pensiero). vero. io so che étranger e tu e molti altri non siete “antiautonomisti” solo perché criticate certi aspetti del sistema.
voglio però sottoporti questa domanda: secondo te al pubblico “italiano” è stata data finora una rappresentazione equilibrata dei lati positivi e negativi di questo sistema? secondo te il pubblico “italiano”, in base a ciò che legge e ascolta, dà una valutazione equilibrata di questa terra? secondo me no. secondo me il pubblico italiano, per tutta una serie di ragioni storiche, ha introiettato una visione distorta di questa terra, dove prevalgono, e di gran lunga, gli aspetti negativi.
se questo è vero, bisogna porsi altre domande. anzitutto: quanto giova, al pubblico italiano, questa rappresentazione negativa della realtà locale? è possibile favorire una rappresentazione più equilibrata della realtà locale, che dia motivo anche agli italiani di immedesimarsi e partecipare?
io credo che sia possibile e doveroso. ti faccio un esempio. se si scrive (in italiano e cioé al pubblico italiano), come ha fatto recentemente un commentatore del Corriere dell’Alto Adige, che ogni serio tentativo di apprendere la seconda lingua il tedesco è stato finora bloccato dal potere politico, si dà una rappresentazione corrispondente alla realtà? il messaggio che in questo modo si comunica al pubblico (italiano), finirà per incoraggiarlo o per scoraggiarlo? altro esempio: non si può dire: vogliono costruire un inceneritore per avvelenarci (esagero, ma neanche tanto). questo giudizio, che viene espresso per catturare consensi non solo non corrisponde alla realtà dei fatti, ma produce rabbia, livore e in ultima analisi disimpegno e cinismo.
questo è ciò che io ho definito “catastrofismo”. chi lo pratica è una “canaglietta” nella misura in cui punta a enfatizzare i problemi al fine di ritagliare tutta per sé una funzione “salvifica”, secondo lo schema: sono all’opera forze diaboliche, ma per fortuna ci siamo noi che le fermeremo. questo modo di fare non aiuta la causa: non accresce la voglia di bilinguismo, non incentiva un comportamento ecologicamente consapevole; non aiuta le persone a risolvere il problema che hanno di fronte; non giova, spesso, neppure a coloro che strumentalizzano i problemi.
ho riflettuto su questi problemi non solo partendo dal nostro sudtirolo. tempo fa durante una discussione con mio figlio di 19 anni mi sono sentito dire: “perché dovrei impegnarmi a fare qualcosa di buono se tra venti anni il mondo non esisterà più perché l’avremo completamente distrutto?”
anche in questo caso: so bene che siamo davanti a problemi ecologici di portata planetaria e epocale, problemi che non vanno negati o ridicolizzati. ma mi dico che deve pur esistere un modo di rappresentarli capace di evitare le conseguenze di cui testimonia la risposta di mio figlio.
@ Lucio
Intanto grazie. La tua risposta è un invito al dialogo. E io sarò ben contento di discutere con te.
Non appena avrò un po’ di tempo cercherò di reagire in maniera adeguata alle tue considerazioni.
Enrico De Zordo
@ Lucio
Hai messo moltissima carne al fuoco. Se sei d’accordo, mi piacerebbe procedere “un brano per volta”, al preciso scopo di evitare inutili fraintendimenti.
“sulla rappresentazione “negativa” del mondo cerco di spiegarmi meglio. dire che il nostro è “il migliore dei mondi possibili” è un’affermazione ridicola (come ben sa chi ha letto il candide, di voltaire), almeno quanto l’affermazione opposta, che cioé sia “il peggiore dei mondi possibili”.
In linea di massima sono d’accordo con te: sia un certo manierismo della speranza che un certo manierismo della disperazione non solo non sono utili al dialogo, ma dissimulano qualcosa di peggio: un atteggiamento cocciuto di rinunzia al dialogo. Non mi sentirei però di bollare certi atteggiamenti come “ridicoli”, ma mi preoccuperei di capire perché siano possibili, che tipo di frustrazioni o desideri nascondano, da quali meccanismi reali o immaginari abbiano origine, ecc… E soprattutto mi chiederei: è possibile (e se sì in che modo) dialogare con chi ha ormai rinunciato a dialogare? Credo il blog di Gabriele, tra le altre cose, si proponga anche di rispondere a queste domande, di trasformare una recita tra “personaggi” che eseguono da sempre lo stesso repertorio in un dialogo autentico tra soggetti che sono disposti a spostare anche di un poco il proprio punto vista per amore del logos.
@ loiny,
sul “ridicolo” hai ragione.
“E’ possibile dialogare con chi ha ormai rinunciato a dialogare?”
Direi: dialogare con chi ha rinunciato è pressoché impossibile. dialogare con chi vuole dialogare è difficile, ma possibile.
Apprezzo molto gabriele per i suoi sforzi in questo senso. si potrebbe dotare il blog di uno spazio nel quale fissare i risultati (le conclusioni provvisorie) di questo dialogo, in modo da non ritrovarsi ogni volta daccapo…
si potrebbe dotare il blog di uno spazio nel quale fissare i risultati (le conclusioni provvisorie) di questo dialogo, in modo da non ritrovarsi ogni volta daccapo…
Facciamo un tentativo. Apro una categoria col titolo “discussioni riuscite…”
@ Lucio
”Direi: dialogare con chi ha rinunciato è pressoché impossibile. dialogare con chi vuole dialogare è difficile, ma possibile”.
Questa per me è una questione decisiva. Quasi tutte le persone che conosco (di entrambi i gruppi linguistici) sono persone che hanno rinunciato al dialogo. Ma non mi riferisco qui soltanto ai catastrofisti o ai magnificatori dello status quo (che sono in realtà quattro gatti). No, penso alla maggioranza silenziosa che ha rinunciato a dialogare per stanchezza, che non ne può più di riaffrontare per l’ennesima volta i soliti argomenti, che è stufa di sentir parlare da quando è nata di italiani e tedeschi…Mi riferisco a tutte quelle persone che hanno messo tra parentesi la “questione” senza preoccuparsi di capirla e pensano semplicemente ad altro. Queste persone, gentilissime al bar e in discoteca, sono i destinatari ideali delle grandi mitologie collettive che abbiamo in Sudtirolo, proprio perché le introiettano acriticamente, trasformandole in tic intellettuali che è quasi impossibile disinnescare: i problemi, per loro, cominciano quando (generalmente per ragioni pratiche) sono costretti a tematizzare la questione. A quel punto cominciano i dolori…
@ Lucio
Una piccola parentesi: qualche mese fa, tu mi chiedesti spiegazioni a proposito di una mia frase non proprio chiarissima: “Esistono due categorie di Autonomisti: gli autonomisti e gli antiautonomisti”. Poi intervenne GattoMur, che postò un brano illuminante di Zizek, rendendo superfluo ogni mio intervento ulteriore. Ti rispondo oggi in modo lapidario:
Gli antiautonomisti, per il solo fatto di esistere, dimostrano che l’autonomia è ancora necessaria.
A seguire ti posto un paio di appunti, che costituiscono il quadro di riferimento entro il quale questo tentativo di definizione può essere compreso:
L’autonomia ha bisogno del contrasto etnico, ma non può fare a meno della convivenza. Il contrasto etnico serve a dimostrare che il modello autonomistico è ancora necessario, mentre la convivenza ci dice che il modello funziona.
Alimentandosi di un parodosso attivo che poggia sulla dicotomia non risolvibile tra efficacia e necessità, l’autonomia perfetta si dà soltanto nella forma di un’imperfezione: dev’essere efficace ma non troppo, necessaria ma non indispensabile. Vista in quest’ottica, essa soggiace a una logica ostinata: essendo indispensabile, confesserebbe la propria scarsa efficacia; se invece funzionasse a dovere, non sarebbe più necessaria. Nel primo caso andrebbe modificata, nel secondo senz’altro eliminata. L’autonomia è allora uno strano meccanismo, che per poter funzionare non può funzionare perfettamente, e che per essere necessario non può esserlo del tutto.
Non diversamente dalla Nike di Samotracia, l’autonomia è destinata a restare incompleta, nella forma di una distemperanza equilibrata, di un’opera che non può essere conclusa, pena il suo disfacimento. Sarebbe immaginabile una Nike con la testa? Avrebbe ancora senso un’autonomia pienamente realizzata? In entrambi i casi, il compimento dell’opera coinciderabbe con la sua distruzione. Così come il significato estetico della Nike è ormai imprescindibile dalla sua mutilazione, il significato politico dell’autonomia non può fare a meno della sua incompletezza.
“L’autonomia è una necessità”: affinchè questa proposizione abbia un senso, non è importante che il contrasto etnico ci sia, ma che esso “si veda”, che venga comunque esibito anche laddove esso non c’è. La convivenza, al contrario, ci deve essere ma non si deve vedere: in questa prospettiva, essa è il volto osceno dell’autonomia e in quanto tale non può essere rappresentata.
Per mostrare l’efficacia del modello autonomistico, invece, è sufficiente invertire i due termini della questione: in tal caso il contrasto etnico va senz’altro occultato, mentre la convivenza deve essere esposta in piena luce.
“si potrebbe dotare il blog di uno spazio nel quale fissare i risultati (le conclusioni provvisorie) di questo dialogo, in modo da non ritrovarsi ogni volta daccapo…”
Caro Lucio, ho riflettuto a lungo su questa tua frase. Hai ragione al cento per cento.
Anche questa nostra discussione, se avesse a svilupparsi, diventerebbe nella migliore delle ipotesi un doppione del “carteggio Di Luca-Giudiceandrea” a commento di “Spaesati. L’ho appena riletto e devo ammettere che a quella discussione non sarei in grado di aggiungere una virgola. La tua posizione è chiarissima, quella di Gabriele anche; la mia, ma con una forza argomentativa inferiore, è sovrapponibile a quella di Gabriele. Insomma: che senso avrebbe riprendere un discorso a suo modo concluso?
Saluti
Enrico
@ enrico
credo di avere capito il paradosso che tu indichi. dici che l’autonomia è stata costruita per domare un conflitto, ma che appunto per questo essa non può rinunciare al conflitto e deve anzi fornire una rappresentazione del conflitto per continuare ad avere una sua ragione di sussistenza.
se questo è il nòcciolo del tuo ragionamento, ribatto che esso è molto, troppo astratto. la tua analisi tratta i concetti come entità pure, dotate di una vita autonoma, capaci di produrre conseguenze e relazioni con la sola loro forza ontologica.
io non la penso così. se hai seguito la nostra discussione sulle “parole e le cose” sai che io considero le parole “ancelle” delle cose (sto semplificando, ovviamente). in questo senso “autonomia”, “conflitto”, ecc. sono secondo me da intendere come espressioni di “stati di cose”, che possono mutare e che anzi mutano incessantemente. quindi bisogna guardare a queste mutazioni per capire cosa succede, non alla vita propria dei concetti.
non potrai negare che l’”autonomia” nella quale viviamo è un valore (o un disvalore, secondo le acutezze di un superciuk o di un fazzi) che raccoglie consensi o opposizioni mutevoli. Trenta anni fa l’autonomia era un valore molto meno condiviso dalla comunità italiana rispetto a quanto sia oggi; si tratta quindi di situazioni differenti, destinate per di più a mutare ancora. lo stesso vale a proposito della categoria del conflitto tra i gruppi linguistici: trenta anni fa il conflitto era maggiore di adesso (e l’aver trovato il modo di incanalarlo e di ridurne la portata è anzi, a mio avviso, uno dei maggiori meriti dell’autonomia).
dunque i concetti di cui ci serviamo (”autonomia”, “conflitto” ecc.) indicano situazioni mutevoli ed è di queste mutazioni che bisogna ragionare, a mio avviso.
ti faccio una domanda: se le cose stanno come dici tu, se l’autonomia ha bisogno del conflitto (e il conflitto dell’autonomia) a cosa sono dovuti i mutamenti che avvengono? e ne aggiungo un’altra: se le cose stanno come dici tu, è data alle persone una possibilità di intervenire sul gioco tra autonomia e conflitto? quale, in che modo?
a presto
Mi intrometto ancora brevemente per segnalare due cose:
1. L’intervento di Lucio, qui sopra, è ottimo e ci permette di aprire la discussione su un paesaggio ancora da esplorare (non è vero: l’abbiamo già esplorato molte volte, diciamo che però non l’abbiamo fatto ancora con la giusta cadenza).
2. Ecco un buon esempio di discussione riuscita. Quando gli interlocutori si prendono sul serio, prendono sul serio ciò che viene detto e mostrano che la “cosa” della quale si discute è senz’altro più importante di chi discute.
Grazie.
[...] http://segnavia.wordpress.com/2008/06/05/incipit-vita-nova/ Pubblicato da Étranger Inserito interna [...]
@ Lucio
Anch’io, per adesso, mi limito a ringraziarti. Il tuo intervento è centratissimo rispetto alle questioni che mi stanno a cuore. Non appena il lavoro in negozio mi darà un po’ di tregua ti risponderò.
Möchte mich auch kurz einmischen.
Diese Diskussion läuft doch darauf hinaus, dass die Hüter der Autonomie, wie Loiny sagt, gar nicht wollen können, dass wir hier alle zufrieden sind, da sich sonst z.B. die Aufrechterhaltung des Art.19 nicht rechtfertigen lässt. Durch diese paradoxe Situation kommt es so weit, dass die Autonomie nicht mehr mutieren kann oder darf. Laut Lucio verändert sich dauernd etwas, er schreibt: “si tratta quindi di situazioni differenti, destinate per di più a mutare ancora.”
Ok, das Verständnis zwischen den zwei grossen Sprachgruppen hat sich sicher ins Positive verändert, aber, und das ist die grosse Frage, sind wir schon so weit, auf die regulierende Wirkung der Autonmie verzichten zu können? Ich glaube nicht, denn es gibt immer noch zu grosse Ängste gegenüber der anderen Sprachgruppe, die Vorurteile, die, auch künstlich, aufgebaut wurden, werden noch mindestens eine Generation vorherrschend sein. Aber durch solche Diskussionen, wie ihr sie hier führt, kann es vielleicht schneller gehen, kann man diese Themen vielleicht schneller unters Volk bringen und Überzeugungsarbeit leisten. Ich hoffe es jedenfalls
Jonny
danke jonny!
was die italienische sprachgruppe anbelangt, finde ich, dass sie in den vergangenen jahrzehnten zu viel negatives über südtirol, sein system, seine kultur, seine leute, seine landschaft zu hören bekommen hat. und das von allen seiten: von rechts bis links.
diese mentalität hat uns in eine sackgasse geführt. wir sollten uns bemühen von dort heraus zu kommen…
bis bald
Gelesen.
Bin einverstanden.
Wir leben in einer Welt, in der reale ethnische (Tibet) und inszenierte ethnische Konflikte (Südtirol) koexistieren; in der reale soziale (Nord-Süd) und inszenierte soziale Konflikte (zwischen Arbeit und Kapital) koexistieren; in der reale “private” (Gendergerechtigkeit) langsam auftauchen und andere noch immer in die Privatheit (sexuelle Gewalt) abgedrängt werden oder einfach als “natürlich” angesehen werden (etwa jener zwischen den Religionen).
Werner, ti aggiorno che questa discussione sta proseguendo grazie al post “aggiornamento”…
Visto.
Ma non me la sento di rispondere li.