La rana e gli immigrati
30 Giugno 2008
Che cos’hanno in comune la famosa rana crocefissa di Kippenberger e gli immigrati? Apparentemente nulla, giacché sarebbe certamente possibile trovare più punti di discontinuità che similitudini. Eppure sono presenti alcuni elementi di affinità che ci fanno comprendere in che clima culturale ci stiamo purtroppo muovendo, almeno sotto l’aspetto del nostro rapporto con ciò che è “diverso”, con ciò che ci è “estraneo”.
Sulla rana è stato detto quasi tutto e non vale la pena ripetere qui argomenti a sua difesa (una difesa che dovrebbe essere peraltro scontata, in quanto coincide con la tutela della libertà d’espressione artistica nei limiti di uno spazio espositivo – quello museale – per definizione “altro” e più “denso” rispetto alla presunta univocità delle pratiche di senso delle quali è possibile fare esperienza al di fuori di esso). Quello che però si tratta di sottolineare è il diritto ad esistere di una attitudine che non sia la scontata riproposizione di stereotipi condivisi (con le loro distinzioni e le loro inconciliabilità: da una parte il mondo delle rane e dall’altra i crocefissi, poniamo), bensì miri consapevolmente alla commistione dei generi, mescoli il sacro e il profano e comunque non abbia paura di far scattare imprevisti effetti metaforici portandoci a riflettere su possibilità alternative e a suscitare domande che solo una critica radicale del nostro linguaggio (critica che in definitiva corrisponde all’essenza dell’arte) riesce a porre.
In questo contesto la funzione “scandalosa” dell’opera enumera un’ulteriore voce da aggiungere a quella “certa enciclopedia cinese” raccontata da Borges, nella quale il filosofo francese Michel Foucault vedeva un’occasione per sconvolgere “tutte le superfici ordinate e tutti i piani che placano ai nostri occhi il rigoglio degli esseri, facendo vacillare e rendendo a lungo inquieta la nostra pratica millenaria del Medesimo e dell’Altro” (Le parole e le cose, pag. 5).
Ma anche gli immigrati – a ben vedere – sconvolgono tutte le superfici ordinate e tutti i piani che placano ai nostri occhi il rigoglio degli esseri. Anche loro, parlando altre lingue e importando da luoghi remoti mentalità e usi non sovrapponibili immediatamente ai nostri, ci obbligano a confrontarci con possibilità alternative da integrare o comunque da far dialogare con le abitudini che noi siamo soliti riferire al nostro modo di vivere. Potranno suscitare anche diffidenza e perplessità. Ma sarebbe sbagliato pensare di ridurli a mera forza lavoro da liquidare il più in fretta possibile, così com’è sbagliato pretendere di togliere di mezzo la “rana” che è appesa nell’atrio del Museion.
http://riccardodellosbarba.wordpress.com/2008/06/29/censura/
http://riccardodellosbarba.wordpress.com/2008/06/28/giro-di-vite-anti-stranieri/#more-136
http://markus-lobis.blog.de/2008/06/30/title-4384224
P.S. Per la cronaca: questo è il post n° 300 pubblicato su SegnaVia. E questi sono i dati del blog (ad oggi):
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Esempio di editoriale mish mash…
http://www.ledonline.it/leitmotiv/allegati/leitmotiv040404.pdf
La rana crocifissa è la metafora della sofferenza e dell’abbrutimento di chi non crede più a nulla, ma a mio avviso riferibile esclusivamente a Martin Kippenberger, forse un alcolista e probabilemnte depresso. L’artista e l’immigrato non hanno proprio niente in comune fra loro, perchè l’immigrato crede in qualche cosa. Senz’altro ha fede, sia dal punto di vista religioso che da quello di un futuro che certamente reputa migliore nel paese straniero dove emigra rispetto a quello da dove proviene.
Ho notato piuttosto un cambiamento di colore della rana nella tua metafora. E’ sparito il verde, sostituito da un grigio metallizzato ed è scomparso l’uovo. Che cosa ha voluto esprimerci con ciò il vero straniero di questa storia, l’Etranger?
La rana e l’immigrato sono entrambe figure del “diverso”, la cartina di tornasole che ci fa comprendere come la nostra società sia governata da fortissime pulsioni identitarie che tendono a reprimere ed escludere tutto ciò che non si lascia assimilare al mainstream.
“La rana in croce rappresenta l’uomo ridotto ad animale, che beve fino all’abbrutimento, che non riesce a liberarsi dalla croce dell’alcool vissuto come piaga. Rappresenta una società che a fine giornata si abbrutisce di birra nei bar, si lascia andare alle battutacce sul sesso ed a frasi sconce”.
L’immigrato molto spesso è di religione mussulmana e non può nemmeno bere gli alcolici e quindi non rappresenta assolutamente questo tipo di società. A mio avviso piuttosto è una certa fetta di sudtirolesi che si comporta così durante i fine settimana o alle feste campestri, infatti l’Alto Adige è primo in classifica in Italia per quello che riguarda l’alcolismo.
I rappresentanti SVP cercano di cancellare la testimonianza vivente rappresentata dalla rana di Kippenberger dell’abbrutimento della popolazione sudtirolese, altro che immigrati!
In secondo luogo la presenza della croce che è il simbolo della sofferenza di Gesù che si è sacrificato per tutti i cristiani, può rappresentare un’offesa blasfema per coloro che hanno fede e credono e che sono la maggioranza della popolazione vivente in Alto Adige, proprio in presenza di un simbolo, la rana abbrutita in croce, che non rappresenta assolutamente la figura di Cristo che si è sacrificato, ma piuttosto quella di una presenza quasi diabolica.
Concetta… quella degli alcolici è una favola… perchè da quanto vedo di immigrati ubriachi ce n’è sempre di più
Nel mio articolo non ho minimamente voluto riflettere su che cosa simboleggi quella rana crocifissa (il che è indifferente: può voler dire tutto e il contrario di tutto). Volevo solo mettere in luce il meccanismo della sua ricezione nell’ottica proprio/estraneo che governa anche la percezione di altri fenomeni (come per esempio l’immigrazione).
Etranger ha scritto: Che cos’hanno in comune la famosa rana crocefissa di Kippenberger e gli immigrati? Apparentemente nulla, giacché sarebbe certamente possibile trovare più punti di discontinuità che similitudini. Eppure sono presenti alcuni elementi di affinità che ci fanno comprendere in che clima culturale ci stiamo purtroppo muovendo, almeno sotto l’aspetto del nostro rapporto con ciò che è “diverso”, con ciò che ci è “estraneo”.
La domanda l’hai posta tu nel tuo articolo, sei tu che vuoi riflettere sulle cose in comune tra la rana e gli immigrati. E per sapere se c’è qualche cosa in comune oppure no, non puoi prescindere dal significato simbolico, anche perché tu stesso hai postato il link della metafora ad esempio quella dell’”uomo e del lupo”.
Qui noi ci troviamo nella metafora dell’”uomo e della rana”.
Io ti ho risposto che non c’è alcuna affinità fra “uomo-immigrato e rana”, bensì a mio avviso c’è più affinità tra “uomo-sudtirolese e rana”.
Per me ad esempio è diverso ed estraneo da me il comportamento di abbrutimento dell’uomo dudtirlese che avviene a fine giornata o nei fine settimana e nelle feste campestri.
Non hai ancora risposto comunque alla mia domanda sul significato metaforico che ha per te la rana che non è più verde, bensi argento-metallizzata e senza uovo.
Concetta, non pensavo tu fossi così “duretta di comprendonio”.
Della rana a me non importa niente (né con l’uovo, né senza uovo, né colorata di verde, di grigio, di rosso, di blu o a pois).
A me interessa l’USO PUBBLICO della rana. Che io vedo coincidere con l’USO PUBBLICO di tutto ciò che è estraneo, non assimilabile alle coordinate della nostra (supposta) cultura.
signora failla, lei è nata con 80 anni di ritardo, i suoi concetti potevano andar bene nel ventennio, ma oggi sono una vergogna.
stai dicendo cazzate, sembri una fondamentalista islamica. “blasefemo”, “offesa”, “popolazione vivente” … äh, scusa, c’é anche una popolazione morta?
sono credente, ma la rana non mi offende perché Dio non é un piccolo borghese puzzolente come sti scemi destrissimi.
E’ grazie a persone come Lei, coraggiose che si nascondono dietro a una maschera (chi l’ha autorizata a darmi de tu?) che l’Italia va in rovina.
Non ti vorrei deludere, Concetta, ma l’Italia se la passa male anche e soprattutto grazie (!) a personaggi che invece non si vergognano affatto di apparire con nome e cognome.
Gabriele se della rana non te ne importa niente, allora lascia perdere fai a meno di scriverne, ci fai più bella figura. Più di una volta, nelle discussioni che abbiamo avuto anche nel mio blog e in rete in generale, quando non sai più che pesce pigliare, allora dici che della cosa non te ne frega niente. Vai a rileggerti e poi dimmi se non è vero. Alla fine parlare con te è inutile, perchè la conclusione è sempre quella. Non ti importa nulla. E inutile parlare con te.
Anzi dico di più. Dico che è inutile persino leggerti. E’ solo una gran perdita di energie.
Ho detto che della rana “in sé” non me ne importa nulla. Ma ho detto anche che mi interessano MOLTISSIMO gli effetti della rana sul discorso pubblico. La differenza tra le due cose è più o meno quella che Kant ha stabilito (una volta per sempre) tra NOUMENO e FENOMENO. A me (kantianamente) stanno a cuore i FENOMENI, mentre lascio volentieri agli altri la discussione sui NOUMENI.
Vedi Concetta, io capisco benissimo che leggermi, per te, sia una cosa inutile. Così come sarebbe inutile che tu leggessi Kant. Ma non ti preoccupare. Quest’estate sarai occupata con la decifrazione di testi ben più significativi, tipo i comunicati stampa di Denis Verdini. Vuoi mettere?
Tutto quello che dici, è inutile. Tanto non ti frega niente. Non ti frega niente di niente. Stai solo riempiendo col nulla uno spazio vuoto.
Beh, certo. In confronto ai comunicati stampa di Denis Verdini TUTTO è uno spazio vuoto. E a me non resta che recitare, sommessamente, questi amari versi di Mario Luzi:
Vaghe, più vaghe errano dietro un velo
di polvere le vespe, i cani ansanti
e le viottole: l’aria intorno al melo
s’annebbia, un breve spirito trascorre…
Tutto inutile…
Oscillano le fronde, il cielo invoca
la luna. Un desiderio vivo spira
dall’ombra costellata, l’aria giuoca
sul prato. Quale presenza s’aggira?…
Una rana dalla bocca larga che ti ingoia vivo.
Ecco l’effetto della rana su un discorso pubblico. “GNAM!Pappa buona!”. E dopo vissero tutti felici e contenti…
Dici, che m’ha portato questo giorno?
o nulla o poco più di quel che lascia
apparire e sparire
nei giorni bassi e ostinati
la cortina di pioggia aperta e chiusa,
alberi, brani di città, carriagi,
persone, pioggia nella pioggia, fumo.
E lo sapevo, non t’ha importato nulla, nemmeno questo giorno e nemmeno quell’altro giorno, nulla o poco più di quello che lascia apparire e sparire. Ma allora, peccato, la rana dalla bocca larga che t’ha inghiottito vivo stanotte, era solo un sogno…
Concetta, se rileggi i tuoi interventi in questo thread e poi rileggi il post d’apertura non potrai fare a meno di chiederti: ma perché sono intervenuta se non avevo niente di specifico da dire sul tema proposto?
Ma guarda, non si fa in tempo ad allontanarsi dalla rete per un po’ di tempo, e quando ricompari cosa trovi? Cettina che, con quello che scrive, avalla la ormai celebre definizione data di lei da Enrico Lillo…
E’la metafora del nulla.
@ failla
Sta parlando di se stessa? Perché in questo caso la parola giusta non è “metafora”, bensì “personificazione”, oppure “antonomasia”, scelga lei.
Chiarisco una cosa: io scrivo quel che mi pare, GDL non c’entra nulla con me. Se lei non riesce a tenere dietro a lui, non si nasconda dietro scuse del tipo: Tu fai scrivere a GattoMur certe cose etc. Per fortuna nel mondo virtuale non sono tutti degli amanti della libertà come lei (è un’ironia, ovviamente, chiarisco perché forse lei non ci arriva).
Lei poi sul suo cosiddetto blog scrive:
“Se il tuo blog è libero sono affari tuoi. Te ne assumi la responsabilità. Io non posso obbligarti a cancellare un commento nel tuo blog, ma allo stesso modo, se non cambi attegiamento, io non desidero parlare con te. Scegli.”
Ecco, per fare la bella fica (scusi il francesismo) bisogna poterselo permettere.
Per concludere, perché non si dica “si nasconde dietro l’anonimato” etc. Il mio nome è Gianluca Trotta. Se ha voglia, vada un po’ a cercare l’indirizzo del mio datore di lavoro, così magari può scrivere una bella letterina.
Saluti.
A me la cosa più incredibile sembra questa. La Concetta viene qui, legge un post, non ci capisce una minchia, lascia un commento che non ci combina nulla e pretenderebbe di essere trattata come Jürgen Habermas. Poi, appena uno la punzecchia un po’, se la prende con me (!) perché non adotto (come fa lei) metodi di censura armata a difesa dei poverelli. Ma dico: siamo impazziti??? Come se non bastasse, sul suo blog (che in teoria dovrebbe occuparsi di politica) la Concetta neppure risponde a semplici domande che riguardano il partito nel quale lei stessa dice di appartenere (anche se non se la fila nessuno e neppure la invitano alle loro manifestazioni). E ancora una volta se la prende con me (!!!) e pratica con solerzia l’unica cosa della quale è veramente capace: censurare. Un caso umano, speriamo che Mario Crosta torni presto dalle ferie.
Benissimo. La Concetta è stata toccata nel vivo e ha prodotto un notevole sforzo di riflessione sul proprio partito e l’attuale situazione politica. Ecco il risultato:
“Al momento la situazione non mi è del tutto chiara”.
Applausi.
Dimentichi questo:
“Da parte della Biancofiore non ho sentito più nulla. Ha cessato di inviarmi anche i comunicati stampa ufficiali.”
Ecco. Praticamente conta come il due di picche, ma è convinta, addirittura, di potere influire positivamente sulle elezioni con il suo misero blog.
Non le inviano comunicati.
Non le inviano SMS.
Non sa cosa avviene nel proprio partito.
Il coordinatore di tale partito non ha proprio un’opinione eccelsa di lei.
Insomma: l’inutilità fatta carne.
E in più pretende che le si stenda il tappeto rosso.
Mi sembra una esemplificazione del concetto di ‘umorismo’ di Pirandello.
Ciao caro, torno in somnium.
Ah, l’ultima cosa, poi chiudo veramente: il signore da te citato, che nemmeno nomino per l’orrore che mi provoca, si è sempre eretto a paladino e difensore della suddetta. E infatti era pieno di frasi del tipo: ora vado via, ma se vedo che quel cattivone di GDL la offende, torno e la salvo dal drago.
Peccato però che nel momento in cui un esponente del partito le ha dato della mentecatta, il signore non abbia sentito l’istinto protettivo. Gli è mancato il coraggio?
Già. Sopra aveva scritto: “È la metafora del nulla”. Forse alludeva al suo blog.
Si ma lei è eletta dal popolo sovrano
Certo che siete un po’ cattivelli…
Di solito, chi non invia SMS e comunicati stampa, lo fa perchè teme censure…