Veri Talebani

31 Agosto 2008

Prima di buttarlo via, stasera faccio ancora in tempo a salvare l’Alto Adige di ieri (sabato 30 agosto) e riporto due chicche imperdibili. La prima, del resto, offre lo spunto per godersi appieno la seconda.

La prima chiccha, dunque. Trattasi di lettera al giornale di tal Pasquale Ciaccio, e ha come bersaglio polemico il presidente del Consiglio provinciale Riccardo Dello Sbarba. La copio integralmente:

Il vero talebano è Dello Sbarba

Il presidente del Consiglio provinciale Dello Sbarba dà del talibano a Franz Pahl in merito alla querelle sul ranocchio crocefisso e, quindi, a tutti coloro che hanno espresso riserve, critiche e che si sono sentiti offesi nelle proprie convinzioni religiose. In realtà, il vero talibano è lui, che non rispetta i sentimenti altrui e pretende di stabilire quali sono i criteri di libertà dell’arte, parlando a sproposito di tempi oscuri, di fondamentalismo. Basta sentirlo parlare per rendersi conto di quanto sia imbevuto d’ideologia, potrebbe farsi un viaggetto in Afghanistan, per conoscere chi sono i veri talebani e solidarizzare con loro. Anche quando si esprime su temi politici, mostra quella supponenza di chi crede di conoscere meglio di altri la realtà locale, lui toscano.

A leggere una roba del genere, io toscano, penso immediatamente: ecco il solito bolzanino di merda. Però sarebbe ingiusto (a Bolzano sicuramente non sono tutti idioti come il signor Pasquale Ciaccio). Dunque, per una replica che faccia piazza pulita della miseria intellettuale che è contenuta in quella lettera, è meglio affidarsi proprio a un bolzanino, a Francesco Palermo, il quale (sempre sull’AA di sabato, col titolo “Cultura, l’ente pubblico sia neutrale“) ha pubblicato un editoriale risolutivo su tutta questa faccenda. Buona lettura.

Editoriale di Francesco Palermo

Sudtirolo ideale eterno

30 Agosto 2008

 

@ Étranger:

Anche se non sembra, questo post ha a che fare con la pallavolo. Finora abbiamo palleggiato tra noi. Ci siamo allenati ma siamo sempre rimasti lontani dalla rete. Questo testo, non ancora concluso, è una palla alzata per te. Il destino della tua schiacciata ci dirà se oltre la rete c’è un campo.   

Il conflitto etnico ben temperato, vent’anni dopo

Qualche anno fa avremmo scritto: “Il contrasto etnico è la parola parlata dell’autonomia”. Oppure, non senza un briciolo di vanità: “L’autonomia è la grammatica profonda del contrasto etnico”. Oggi dobbiamo dire qualcosa di diverso: la provincia autonoma di Bolzano non è fondata sul contrasto etnico, bensì sulla sua rappresentazione pubblica.

La rappresentazione del contrasto etnico non sostituisce la realtà della separazione (non la nega), ma serve a giustificarla: essa è precisamente quella regione dell’immaginario collettivo entro la quale la realtà della separazione appare pietrificata e dunque insostituibile.

Il contrasto etnico, destinato in condizioni normali ad affievolirsi ed infine ad estinguersi, viene tenuto in vita, e in alcuni casi letteralmente inventato, dalla sua continua rappresentazione. Parafrasando Slavoj Žižek, si potrebbe anche dire che “qualcosa (la rappresentazione pubblica del contrasto etnico) emerge, causando retroattivamente le proprie cause (il contrasto etnico)”. Si badi però: qui non stiamo parlando semplicemente di causa ed effetto, bensì di “una causa che in qualche modo causa retroattivamente i propri presupposti”.

Antonio e Karl, due amici d’infanzia che condividono la passione per l’alpinismo, dopo aver commentato un articolo di cronaca su un presunto omicidio a sfondo etnico, hanno concluso la serata di ieri prendendosi a calci in un angolo buio vicino alla chiesa. (Con Claudio Magris, “viene il sospetto che prima di ogni accadimento reale o inventato, ci sia il suo racconto, la fantasia che lo immagina, la parola che fonda e crea la realtà”).

Per capire questa specie di cortocircuito tra il contrasto etnico e la sua rappresentazione pubblica, bisognerebbe riuscire a figurarsi una polla acquifera che alimenta una sorgente, che a sua volta la alimenta. Dovremmo immaginare un sistema idrico fantastico, la cui efficacia visionaria avesse a coincidere con la semplicità irreale del suo funzionamento: nel punto esatto in cui la polla diviene altro da sé, facendosi sorgente, l’acqua sgorga dal terreno e percorre alcuni metri incanalata nel suo letto. Poi, poco prima di diventare rivo rigagnolo o torrente, essa s’infila in una crepa e, senza dispersioni, torna alla sua polla per ripetere daccapo il medesimo percorso.

Non basta dire che la convivenza e il contrasto etnico sono la temperatura minima e la temperatura massima del nostro stare insieme. Accorgersi che l’idea del contrasto etnico è solidale con l’idea della convivenza non è sufficiente. Bisogna aggiungere che il rapporto di solidarietà che rinsalda le due idee è precisamente lo spirito composito, a un tempo malevolo e benigno, della nostra autonomia.

L’autonomia ha bisogno del contrasto etnico, ma non può fare a meno della convivenza. Il contrasto etnico serve a dimostrare che il modello autonomistico è ancora necessario, mentre la convivenza ci dice che il modello funziona.

Nel “grande racconto della separazione etnica” la convivenza è l’idea fissa degli autonomisti mancati. Contrapporla frontalmente al contrasto etnico è il modo più sicuro per non raggiungerla mai. A modo di provocazione, si potrebbe anche dire che l’ideale della convivenza è l’arma reale che l’autonomia mette a disposizione dei suoi avversari per farne i più strenui difensori della separazione.

Esistono due categorie di Autonomisti: gli autonomisti e gli antiautonomisti. Gli antiautonomisti, per il solo fatto di esistere, dimostrano che l’autonomia è ancora necessaria.

Alimentandosi di un parodosso attivo che poggia sulla dicotomia non risolvibile tra efficacia e necessità, l’autonomia perfetta si dà soltanto nella forma di un’imperfezione: dev’essere efficace ma non troppo, necessaria ma non indispensabile. Vista in quest’ottica, essa soggiace a una logica ostinata: essendo indispensabile, confesserebbe la propria scarsa efficacia; se invece funzionasse a dovere, non sarebbe più necessaria. Nel primo caso andrebbe modificata, nel secondo senz’altro eliminata. L’autonomia è allora uno strano meccanismo, che per poter funzionare non può funzionare perfettamente, e che per essere necessario non può esserlo del tutto.

Non diversamente dalla Nike di Samotracia, l’autonomia è destinata a restare incompleta, nella forma di una distemperanza equilibrata, di un’opera che non può essere conclusa, pena il suo disfacimento. Sarebbe immaginabile una Nike con la testa? Avrebbe ancora senso un’autonomia pienamente realizzata? In entrambi i casi, il compimento dell’opera coinciderebbe con la sua distruzione. Così come il significato estetico della Nike è ormai imprescindibile dalla sua mutilazione, il significato politico dell’autonomia non può fare a meno della sua incompletezza.

“L’autonomia è una necessità”: affinchè questa proposizione abbia un senso, non è importante che il contrasto etnico ci sia, ma che esso “si veda”, che venga comunque esibito anche laddove esso non c’è. La convivenza, al contrario, ci deve essere ma non si deve vedere: in questa prospettiva, essa è il volto osceno dell’autonomia e in quanto tale non può essere rappresentata.

Per mostrare l’efficacia del modello autonomistico, invece, è sufficiente invertire i due termini della questione: in tal caso il contrasto etnico va senz’altro occultato, mentre la convivenza deve essere esposta in piena luce.

La rappresentazione del contrasto etnico e la rappresentazione della convivenza sono il recto e il verso della stessa moneta. In alcune circostanze è bene esibire l’uno, in altri casi conviene mostrare l’altro.

Provo a riassumere in forma di fiaba: “Scendendo in cantina per prendere del vino, l’autonomia è cascata in terra e si è strappata i pantaloni. Ora è tutta scoperta e le si vede il fondoschiena. Ma niente paura. Qualcuno sta già provvedendo a rimettere insieme la solita toppa: temperare il contrasto etnico, pur esasperandone la sua rappresentazione.