Con questo titolo, stamani, è apparso sul Corriere dell’Alto Adige, l’articolo che ho scritto a quattro mani con il grandissimo Loiny. In verità l’articolo è più suo che mio (al livello di percentuale di testo scritto, ma non solo), però a me piace pensare (e sono convinto d’interpretare anche il pensiero di Loiny) che esso sia stato anche il frutto di una discussione stimolata da (e poi proficuamente articolata su) questo blog e che il risultato ne sia per così dire un distillato.

Qui è possibile leggere il pezzo in PDF: rana1

35 Risposte a “Rana e futuro “neotribale””

  1. SteZangrando detto

    Bravi.
    Poco solido, se posso permettermi, solo il paragrafo finale, che mi pare tiri un po’ per i capelli la citazione (peraltro essa stessa troppo vaga) di Zizek – questo sopravvalutato.

  2. Mazinga Z detto

    Mondbasis Alpha (Spazio 1999 – Base Lunare Alpha)
    mitico….. grande E´

  3. Étranger detto

    Zan, la citazione di Z. che apre l’ultimo paragrafo è farina del sacco di Loiny (che da tempo legge Z. con entusiasmo). Un buon motivo per lasciare a lui la difesa d’ufficio sia del paragrafo che del filosofo sloveno. A me pareva comunque buona l’intuizione. Se con “modernità” intendiamo quel processo di affrancamento da un dogmatismo di stampo teocratico, appare plausibile leggere anche il post-moderno come una “porta” dalla quale far passare anche il tentativo di rendere nuovamente “incantato” un mondo ormai secolarizzato. Ma qui, notavamo noi modestamente, la “porta” è molto facile da aprire giacché in questa nostra società sudtirolese (da questo punto di vista inaspettatamente all’avanguardia) pre-modernità, modernità e post-modernità convivono e si danno spesso la mano. Pensa per esempio al classico Schütze col telefonino in tasca che gli suona mentre sta per sparare in aria…

  4. SteZangrando detto

    Capisco, Gabriele, l’esempio finale è calzante. Poi vediamo se Enrico ha qualcosa da aggiungere.

    Quello che a me lascia perplesso è l’uso che Zizek fa della parola «modernizzazione», che designa un processo e che io almeno tendo a non confondere con «modernità», che designa un periodo e che però, come sai, ha significati diversi nel campo culturale tedesco e in quello italiano, soprattutto in ambito storico-letterario. Ma può darsi che reintegrando la citazione nel suo contesto originario tutto risulti più chiaro.

    L’«incanto» o «incantamento» vostro, poi, odora decisamente di Max Weber, mentre io, considerando il problema da un punto di vista meramente estetico – secondo le parole dello stesso Zizek –, interpretavo la sua affermazione pensando al connubio di strategie narrative estremamente disincantate, da fine delle narrazioni e della narrazione appunto, e regressione ludica dell’estetico, dunque incantamento come restaurazione di un piacere pre-moderno per le “storie”, nel senso puerile del termine, e dunque per l’”evasione”.
    I romanzi di Umberto Eco, per dire, o gli adulti che leggono Il signore degli anelli anziché lasciarlo in mano ai preadolescenti. Il lato degradato del postmoderno, insomma, non Pynchon o che so io.
    (Ma basterebbe leggersi i primi capitoli di Berardinelli, Casi critici, per capire come la mia posizione sia inficiata di un provincialismo tutto italiano, acquisito all’università. E comunque ho divagato.)

  5. SteZangrando detto

    Volevo dire «storico-artistico», kunstgeschichtlich.
    Deformazione pseudoprofessionale.

  6. SteZangrando detto

    Che deficiente, ho eluso lo Schwerpunkt: che cosa significherebbe dunque «infondere l’incantamento pre-moderno nel processo di modernizzazione»? Cosa si modernizza nel mentre si infonde l’incantamento? Di quale processo stiamo parlando? Cos’è che viene corrotto dall’incantamento, qui? Perché io in un’affermazione così leggo solo un’allusione alla modernizzazione operata della tecnica, che si è mostrata ben capace di flirtare con i peggiori rigurgiti teocratici dell’epoca (es. i talebani in tenda che navigano via UMTS) – o di quali altre forme di modernizzazione parla qui Zizek?

  7. SteZangrando detto

    (E quindi, se si allude alla modernizzazione operata dalla tecnica, come probabilmente non è, che c’entra il fenomeno estetico? O Zizek parla invece di modernizzazione del linguaggio artistico? Vado in piscina, che è meglio. A stasera.)

  8. superciuk detto

    Zizek ,quello del 12 volte Lenin… incommensurabili…

  9. PPrìnzenvinzen detto

    Die dekadente Moderne und ihre verschiedenen Spielarten des Nihilismus wurden von Nietzsche treffend prophezeit, doch sind seine Lösungsansätze, schon aus historischer Sicht nicht praktikabel. Um einen auf die Moderne gemünzten und sich bis heute hinziehenden katholischen Ansatz zu finden, der seine Akzente auf Gesellschaftspädagogik legt, sei die literarische Bewegung “renouveau catholique” erwähnt (besonders bekannte Vertreter: Huysmans, Bloy…deren Biographien durchaus interessant sind). Anfang 20.Jahrhundert. So gesehen, haben die jetzigen Reaktionen überhaupt nichts Avangardistisches und sind in dieser Form auch weltweit zu finden. Da die Zeitgeistmedien, solche Strömungen als marginal darstellen oder eben in das Lächerliche ziehen, ist klar, dass der Durchschnittsmensch erstaunt ist wenn er auf einmal merkt, dass es doch weit verbreitete Phänomene gibt, die dem medialen Mainstream bisher höchstens als Kuriosum bekannt waren. Aber abgesehen von den theoretischen Fundamenten ist doch klar, dass der Katholizismus einfach ein besonders markantes Standbein des Tiroler Geistes und seiner gelebten Traditionen ist und einfach tief empfunden wird. Dieses tiefe Empfinden sollte man weder verhöhnen, noch in den Dreck ziehen.

  10. Étranger detto

    @ Prinzenvinzen

    Secondo me l’uso dei termini “decadenza” e “nichilismo” (cioè l’attivazione di un contesto nietzscheano) avrebbe bisogno di una discussione un po’ più raffinata.

    Che il cattolicesimo sia in Sudtirolo apparentemente forte (ipocritamente lo è tantissimo: basti pensare all’impostazione tutt’altro che solidaristica – e quindi cristiana – dell’autonomia) va da sé e rientra (a mio avviso) nel tentativo di rendere nuovamente “incantato” e “pre-moderno” il nostro mondo “post-moderno”.

  11. GattoMur detto

    @ Superciuco

    Nomen omen: pecato che sia TREDICI volte Lenin…

  12. Loiny detto

    @ Gabriele

    Il tuo cappello introduttivo mi convince fino in fondo. Soprattutto, trovo straordinaria l’espressione “grandissimo Loiny”, un ossimoro perfetto. Roba da manuale di retorica.

    @ Stefano

    Molto stimolante. Stasera e domani sarò impegnato in negozio, domenica voglio concludere un “foglietto”. Spero di poterti rispondere lunedì, altissima stagione permettendo. Intanto ti ringrazio per le cose intelligenti che hai scritto.

  13. Leda detto

    Perfetto…..e per fortuna non è apparso col titolo “Cara Leda” altrimenti non l’avrebbe letto nessuno (e io sarei sprofondata)!

    Harry ti scriverò appena riesco, sempre che riesca a trovare la tua mail (anzi mandami un messaggio al mio indirizzo mail nomecognome@hotmail.com.

    Bacio leda

  14. Valentin[o] detto

    Carissimi, dall’esilio “vacanziero” nel quale sono costretto — oserei dire rifugiato, assillato come sono da un Wahlkampf che già si preannuncia soffocante persino ‘internamente’ — i miei complimenti per l’ottimo articolo, che qui ho fatto leggere ad alcuni amici con riscontri positivi. Vedere le vostre straordinarie menti intervenire assieme riaccende in me la speranza che quell’agognato “altro Sudtirolo” (capace di analizzare le questioni del nostro tempo oltre l’onnipresente paradigma etnico, quasi fosse sempre e comunque la chiave di volta d’ogni vicenda) non si sia estinto per davvero.

    a presto e un abbraccio

  15. Bell´articolo, anche se un po’ difficile da leggere, la Monica Bellucci di sotto distrae parecchio

  16. incredula detto

    Tornata alla base vorrei anch’io aggiungere un commento al vostro articolo. Innanzitutto complimenti, è un bell’articolo. La frase sulla gravidanza autonomista mi ha fatto ridere (per non piangere?), ma sopratutto mi è piaciuta la conclusione, o forse sarebbe meglio dire, la proposta di chiave di lettura (quella sul popolo anti-rana d’avanguardia). Molto fine secondo me.

    La frase di Zizek invece non l’ho compresa.

    Leggo molto volentieri Zizek, direi che per un periodo avevo addirittura un piccolo fetisch: mi portavo sempre dietro “Liebe dein Symptom wie dich selbst” e ci godevo a leggerlo e a cercare di seguire i suoi pensieri. Ma dire che l’avessi veramente capito, sarebbe una menzogna.
    Era più un vortice in cui mi risucchiava, che mi faceva un po’ girare la testa e poi mi lasciava intontita e poco più intelligente di prima.

  17. enio detto

    Da osservatore esterno non conoscitore di cose del Sudtirolo, mi chiedo e vi chiedo:
    se fosse stata esposta un’opera di Jeff Koons con tema Cicciolina, la reazione sarebbe stata analoga? Cioè: l’incantamento pre-post moderno riguarda alcuni contenuti specifici (la religione), oppure in generale tutta una sensibilità (per esempio, nel caso ipotizzato, quella sessuale)?

  18. Étranger detto

    Copio e incollo qui un commento di “incredula” postato originariamente nel thread sul PD:

    Domanda interessante. Personalmente credo che nel nostro “Heiligem Land Tirol” sia proprio il tema sulla religione che fa sobbalzare le anime. Anche se la sessualità viene forse in secondo piano, penso che anche questa da noi suscita facile indignazione.
    Infatti si legge nella FF di questa settimana che a St.Ulrich, Gröden, la rana ha colpito ancora: il decano della città è tutto sdegnato perché St. Ulrich adesso ha una “via sexy” in quanto sono state esposte sculture di Lois Anvidalfarei e Aron Demetz.

    Che tristezza.

  19. Loiny detto

    @ Stefano

    “Poco solido, se posso permettermi, solo il paragrafo finale, che mi pare tiri un po’ per i capelli la citazione (peraltro essa stessa troppo vaga) di Zizek – questo sopravvalutato”.
    Devo fare una distinzione. Nella prima versione del pezzo (“Cara Leda”) l’ultimo paragrafo non era pensato come la conclusione del ragionamento precedente, ma come il punto di partenza di un pensiero ulteriore che in quel contesto non poteva essere sviluppato. Era una domanda implicita rivolta al mio ipotetico lettore, ma formulata come se fosse una risposta. Era come se dicessi: “Leda, Gabriele, Gattaccio, sentite un po’ qua: questa frase di Zizek, con la quale concludo il mio pezzo, è un balconcino che si sporge su orizzonti problematici immensi. Io sono sicuro che essa è legata al testo che la precede, ma provate voi a dirmi il perché!” Insomma: l’ultimo paragrafo, in un certo senso autonomo rispetto al post in cui è inserito, era un invito al dialogo. (Fin qui non posso che incassare la tua obiezione e riconoscere le tue doti di acuto lettore).

    Ma poi è successo qualcosa. Étranger, con il suo esercizio di riscrittura, ha accolto implicitamente il mio invito, trasformando quello che era un testo + una citazione alla cazzo (“Cara Leda”) in un testo tout court (“Rane e futuro neotribale”). Infatti, oltre a ingentilire alcune espressioni non proprio conformi allo stile del “Corriere dell’Alto Adige”, Gabriele ha modificato STRUTTURALMENTE il mio post, inserendo un riferimento a Habermas che “dialoga” in maniera esplicita con la citazione di Zizek. Ecco: quel brevissimo inserto, almeno mi pare, funziona a modo di cerniera tra la prima parte del testo e la sua conclusione, rendendo omogeneo quel che in “Cara Leda” appariva diviso. Non solo: il rinvio alla svolta di Habermas è precisamente il luogo testuale che ci permette di contestualizzare, e dunque di sottrarre alla sua originaria vaghezza, la citazione di Zizek.

  20. Loiny detto

    @ Stefano

    Per quanto riguarda il tuo giudizio sul filosofo sloveno, non sono in grado di reagire in maniera soddisfacente: per capire se l’opera di Zizek sia sopravvalutata, valutata correttamente o sottovalutata dovrei possedere una visione d’insieme della filosofia contemporanea che purtroppo non ho. Sono un lettore dilettante e disordinato e i miei ultimi contatti con l’ambiente accademico risalgono a più di dieci anni fa. Inoltre non ho letto i “Seminari” di Lacan e ho un’infarinatura approssimativa di psicanalisi e marxismo: insomma, un po’ pochino non solo per poter collocare correttamente Zizek nel quadro mobilissimo della nostra cultura, ma persino per capire con sicurezza di che cosa il nostro filosofo veramente parli. “Ma allora” potresti chiedermi “perché continui a leggerlo?” Provo a risponderti in tredici punti (tredici volte Zizek):

    1.perché prende terribilmente sul serio la cosiddetta cultura popolare, e anche chi la produce e chi la consuma;

    2.perché prende terribilmente sul serio la cosiddetta cultura alta;

    3.perché la sua scrittura è un cortocircuito continuo tra cultura popolare e cultura alta;

    4.perché la sua scrittura si colloca in uno “spazio intermedio” che qui da noi è poco frequentato (concedimi, se puoi, una spaventosa generalizzazione: in Italia abbiamo o degli aspiranti Giorgio Agamben o degli Emilio Fede pienamente affermati);

    5.perché ogni sua pagina, non importa se del tutto condivisibile o senz’altro da rifiutare, è una miniera di spunti;

    6.perché scivola agevolmente tra generi, saperi e registri diversi, dando sempre l’impressione di individuare quei punti di intersezione che possono generare nuove idee;

    7.perché somiglia moltissimo, almeno nella mia immaginazione di parte, all’ “uomo matematico” di Musil (ti ricordi? “Ma a un tratto, quando ogni cosa era stata realizzata per il meglio, saltan su i matematici – quelli che si lambiccano il cervello più vicino alle fondamenta – e si accorgono che nelle basi di tutta la faccenda c’è qualcosa che non torna. Proprio così, i matematici guardarono giù al fondo e videro che tutto l’edificio è sospeso in aria. Eppure le macchine funzionano! Insomma, siamo costretti ad ammettere che la nostra esistenza è un pallido fantasma. Noi la viviamo, ma soltanto sulla base di un errore; senza di esso non esisterebbe. Solo il matematico, oggigiorno, può provare sensazioni così fantastiche”.);

    8.perché le sue analisi sul multiculturalismo e sull’ideologia della vittimizzazione, pur essendo potenzialmente utilissime sia all’una che all’altra, danno noia sia alla Destra che alla Sinistra;

    9.perché è sempre in grado di spostare il punto di vista, rianimando discorsi che sembravano conclusi;

    10.perché padroneggia l’arte della provocazione (anche volgare), ma non difetta di inclinazioni “trattatistiche”;

    11.perché bada esclusivamente agli argomenti e non si fa intimidire dal prestigio del suo bersaglio di turno (nemmeno se si chiama Eco, Arendt o Badiou);

    12.perché se vivesse in Sudtirolo, prenderebbe altrettanto sul serio S. Baur e il blog di Orfino (o la visione del mondo degli Schützen e quella di Hans Heiss);

    13.perché una buona parte dei dodici punti che precedono potrebbe essere convenientemente applicata ai due intellettuali che hanno influito maggiormente sulla mia formazione: Piero Camporesi e Étranger (due punti di riferimento imprescindibili per tutti quei giovani di ogni parte del mondo, non importa se sudtirolesi o altoatesini, travolti dal desiderio di diventare commercianti di vino).

  21. Loiny detto

    @ Valentino, Leda, incredula

    Siete sempre molto nett.

  22. Loiny detto

    @ Oscar

    Il tuo spunto è (come al solito) notevole, perché evoca in maniera quasi sfacciata quello che Marco Lodoli chiama “il demone della facilità”. A questo proposito, anche se (anzi: proprio perché) probabilmente non te ne frega nulla, ti voglio raccontare uno degli episodi più alti della mia vita spirituale: qualche anno fa vivevo con un certo J. e la nostra Wohngemeinschaft era perfetta. Lui si faceva i cazzi suoi e io i miei; io leggevo Musil, lui guardava Gina Wild. Ci incontravamo solo il mercoledì sera per le pulizie generali. Una sera J. mi invitò in camera sua per guardare un film. Io accettai e con grande piacere condivisi con lui la visione di un vero e proprio capolavoro della pornografia mondiale, di cui al momento non ricordo il titolo. Poi bevemmo una cioccolata calda e commentammo le scene più riuscite del film. Il giorno dopo, per restituirgli il favore e per testimoniargli la mia amicizia, lo invitai in camera mia per leggere il novantottesimo capitolo di “Der Mann ohne Eigenschaften”, quello famosissimo che comincia con le parole “Der Zug der Zeit ist ein Zug, der seine Schienen vor sich her rollt”. Lui dapprima mi sorrise, credendo che scherzassi, ma quando capì che facevo sul serio respinse il mio invito guardandomi dall’alto in basso e la nostra Wohngemeinschaft tornò immediatamente quella di prima.

  23. SteZangrando detto

    @ Loiny
    Capisco.

  24. Étranger detto

    Piero Camporesi e Étranger (due punti di riferimento imprescindibili per tutti quei giovani di ogni parte del mondo, non importa se sudtirolesi o altoatesini, travolti dal desiderio di diventare commercianti di vino).

    Ecco quel che si chiama un limpido saggio di Übertreibungskunst.

  25. GattoMur detto

    “Ecco quel che si chiama un limpido saggio di Übertreibungskunst.”

    Già: Piero Camporesi è decisamente sopravvalutato…

  26. elio detto

    Attratto dalla qualità sia dell’articolo che dei commenti, non resisto ad aggiungere un mio elemento al quadro che ho (forse distortamente) percepito. Eccolo: se non vi è dubbio che lo stile, la raffinatezza intellettuale, la “modernità” (eventualmente “post-“) stia dalla parte della “rana crocifissa” (per me simpaticamente comica, nessuno scandalo) penso però che qualche elemento di “ragione” si annidi anche dall’altra parte. Perché questa grande arte internazionale non mi sembra poi così “aperta”, mi pare anzi che si configuri nei confronti dei “provinciali” (ma si tratterà davvero di un crisma ontologico?) in forme autoritarie, di vero e proprio colonialismo culturale. Abilissimi nell’utilizzare i fondi pubblici per le loro feste private (vedi l’operato recente del nostro Centro di Villa Manin) questi scaltri poteri non mi sembrano proprio possedere una levatura, intellettuale e morale, capace di delineare per il locale un ruolo che vada oltre quello dello spettatore passivo oppure, al più, dello scimmiottatore ingenuo ed entusiasta (e premiato in funzione della dedizione e docilità dimostrata) di mode e stilemi dettati altrove. E dunque, che si configuri una qualche “reazione”, per quanto difficilmente in grado di elevarsi a dignità culturale, mi sembra piuttosto naturale e non del tutto ingenuo (insomma l’accusa di ingenuità è sempre reversibile): ma davvero vi sentireste in grado di suggerire una “postura” corretta a quei segmenti sociali che, in una certa misura, stigmatizzate? Penso che bisognerebbe tracciare delle mappe più complete e neutrali dei rispettivi spazi del possibile: a quel punto, suppongo che la maggior parte degli stupori evaporerebbe. Sperando si capisca qualcosa di quel che ho scritto vi saluto cordialmente (mi scuso soprattutto per quei “vi” che fondono posizioni chiaramente articolate, ma è solo per cercare di delimitare il discorso ad una singola dimensione). Ciao

  27. Étranger detto

    @ Elio

    Riflessioni degne d’attenzione, le tue. In particolare trovo interessante la domanda “ma davvero vi sentireste in grado di suggerire una “postura” corretta a quei segmenti sociali che, in una certa misura, stigmatizzate?” Non so se io (qui dimezzo l’autore collettivo dell’articolo) mi sentirei di suggerire una “postura” corretta, però nello specifico rilevo il funzionamento di una “postura” che suscita qualche interrogativo (l’articolo, in sostanza, si limitava a cercare di spiegare il perché di quella reazione). Paradossalmente, forse quel tipo di reazione è anche quella che un oggetto estetico del genere in qualche modo PREVEDE. Ma qui sta il punto: non è forse vero che (nel corso del novecento, lungo la storia delle cosiddette “avanguardie” ) quello che via via si è indebolito è stato proprio l’effetto di scandalo previsto dalle avanguardie? E allora, ci siamo chiesti, perché adesso, perché QUI, lo scandalo torna ad essere avvistato proprio nel momento nel quale nessuno più l’avrebbe previsto (o almeno non nella dimensione che è stata effettivamente riscontrata)? A partire da questa domanda (così formulata) abbiamo avuto l’idea che, forse, le reazioni alla “rana crocifissa” segnalassero un mutamento di paradigma all’interno della storia della ricezione dell’opera d’arte (soprattutto nel caso di opere d’arte “scandalose” ).

  28. enio detto

    Secondo me, però, il caso della rana, del quale sono venuto a conoscenza proprio grazie a questo blog, è esemplare di una certa difficoltà di categorizzare l’arte in “avanguardia”, “moderna”, ecc. Quello che vorrei suggerire, rispetto all’interessante tesi dell’articolo del Corriere, è che, forse, quel che è avvenuto non è tanto che l’avanguardia riattivi una dimensione neotribale, quanto che non è più chiaro che cosa è avanguardia e cosa no.
    Insomma, mettere una rana crocifissa con il boccale di birra in mano – cosa c’è di più espressivo, semplice, popolare, tanto nella sua codificazione quanto nella fruizione?
    E quindi, le reazioni sono altrettanto semplici: dall’accettazione e approvazione convinta, alla repulsione, all’indifferenza. Io tendo a credere dunque che ci siano fraintendimenti sull’idea stessa di “arte concettuale” che, talvolta, come in questo caso, mi pare tutto tranne che concettuale. E più vicina, per esempio, al linguaggio dell’immagine massmediatica.
    Questo non significa, ci tengo a precisarlo, giustificare una reazione piuttosto che un’altra. Né dare un giudizio di merito sull’opera. Penso però che stupirsi di fronte alla reazione in questione sia esagerato; è, formalmente, come stupirsi del fatto che ogni anno qualche gruppo di attivisti protesta contro la prima alla Scala.

  29. enio detto

    Dopodiché, se in Sudtirolo le reazioni sono più bigotte di quanto non sarebbero, che so, a Saint Tropez o a Empoli, questo certo che è un aspetto specifico (sul quale non entro, non conoscendo la situazione). Non sono sicuro che si possa riportare a un cambiamento di paradigma nelle ricezione dell’opera d’arte.
    ciao

  30. Étranger detto

    Allora, penso che nel nostro articolo non abbiano sostenuto affatto che l’avanguardia abbia “riattivato” una dimensione neotribale. Diciamo che questa dimensione si è riattivata da sola, ma è in particolare mediante il contatto tra percezione “neotribale” della cultura e opere d’arte (d’accordo: non tanto concettuali, quanto evidentemente massmediatiche) che essa si auto-percepisce o si evidenzia. Mentre prima, quando questo “neotribalismo” era per così dire ancora dormiente e comunque non sarebbe riuscito ad alzare la testa per contraddire l’artista avanguardista di turno, vigeva sicuramente un rapporto diverso tra il pubblico e l’arte (forse anche più passivo, d’accettazione di ogni “stramberia”).

  31. Étranger detto

    “Non sono sicuro che si possa riportare a un cambiamento di paradigma nelle ricezione dell’opera d’arte”.

    A dir la verità non ne sono sicuro neppure io. O meglio: non ne sarei stato sicuro se avessi visto dieci persone scagliarsi contro la rana, quindici, al massimo cento, centocinquanta. Ma non diecimila (quante sono le firme raccolta da un partito politico locale che si è attivato per allontanare la scultura di Kippenberger dal Museion). È questo fatto della “sollevazione” popolare che ci ha fatto riflettere in termini di “paradigmi”.

  32. enio detto

    Ma non pensi che l’opera d’arte, in questo caso, sia un semplice pretesto? Secondo me, se in effetti oggi ci fosse più attenzione, meno passività, nei confronti dell’opera d’arte come tale, allora in fondo sarebbe anche una cosa bella (come intende forse Elio, se interpreto correttamente). Io, del tutto pessimista, ravviso invece nella raccolta di firme del partito politico locale non una reazione all’opera d’arte scandalosa, ma solo il tentativo di farsi spazio e guadagnare posizioni in qualche meccanismo di potere. Che sia un quadro, o leopoldo mastelloni che bestemmia in tv, o vladimir luxuria, non cambia nulla…
    Ma forse è quello che dici anche te, e io non ho capito bene.

  33. Étranger detto

    “Ma non pensi che l’opera d’arte, in questo caso, sia un semplice pretesto?”

    Si e no. Che il neotribalismo si attacchi a tutto mi pare evidente (è una bestia onnivora, per così dire). Però (per rimanere nella metafora penso a te gradita) è indubbio che alcune pietanze la ingolosiscano più di altre. E qui abbiamo un’opera che per le sue caratteristiche (prima fra tutte: lo stare lì appesa e ghignante, in un luogo nel quale si entra appositamente per guardarla, dunque un luogo che offre la massima visibilità) sembra fatta apposta per scatenare la reazione neotribale che abbiamo osservato.

  34. Loiny detto

    @ Elio

    Innanzitutto complimenti per il tuo blog, che ho visitato su suggerimento di Étranger.

    Per quanto riguarda il tuo commento, invece, avrei un paio di cosette da puntualizzare (cerca di mettere tra parentesi la brutta scrittura, se puoi, e bada al sodo, perché ci ho un sacco di clienti che ronzano davanti alla mia vetrina di merda):

    1. Anche un’ “opera d’arte aperta” è il frutto di una poetica (di una specifica idea dell’arte), ovvero di qualcosa che è necessariamente chiuso e delimitato (come ogni progetto, anche quello che soggiace al “Laborintus” di Sanguineti o all’ ”Ulysses“ di Joyce). Anche quella che noi chiamiamo globalizzazione, checché ne dicano superciuk o Brunetta, è un’IDEOLOGIA chiusa (come ogni ideologia, del resto, porca puttana!). Su questo siamo d’accordo. Ma quando tu dici che anche il popolo anti-rana ha “qualche elemento di ragione”, secondo me prendi un abbaglio: perché il popolo anti-rana, in realtà, flirta e pomicia con il popolo pro-rana: perché l’ideologia della globalizzazione è in realtà l’ideologia della GLOCALIZZAZIONE: insomma, il peggio del globale evoca e materializza il peggio del locale, che a sua volta incattivisce la miseria del globale e così via.

    2. Un museo di arte contemporanea è aperto non perché ospita soltanto opere aperte, ma perché, almeno potenzialmente, ospita opere d’arte aperte accanto a opere d’arte chiuse. La VERA apertura di un museo d’arte contemporanea, oggi, dovrebbe permettere la CONVIVENZA di opere d’arte aperte (nel senso di Eco) e di opere d’arte chiuse. Quando tu, splendidamente, affermi: “Penso che bisognerebbe tracciare delle mappe più complete e neutrali dei rispettivi spazi del possibile”, a me vengono in mente i musei d’arte contemporanea che abbiamo già. Quello di Bolzano, appena nato, non è della partita e con il mio post (“Cara Leda”) intendevo segnalarlo.

  35. [...] Senza oltre dilungarmi, rimando chi volesse approfondire ad un interessante editoriale dei valenti Étranger e Loiny: «Rana e futuro “neotribale”». [...]

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