Una passeggiata (per – e con – Susanne K.)
20 Settembre 2008

Tu mi indichi un viale alberato che conduce ad una piazza. Io lo imbocco, ma anziché percorrerlo fino in fondo svicolo quasi subito, perché mi attrae l’insegna luminosa di un bazar che intravedo in una strada laterale. Abbandono così la via maestra per buttarmi in una calle disagevole. A questo punto tu mi segui, sostenendo di essere interessata all’acquisto di un lucido da scarpe. A pochi metri dall’emporio, notiamo un signore col pastrano il cui profumo di mughetto ti ricorda un amico di papà. Decidi allora di seguirlo, trascinandomi con te. “Al diavolo il bazar!” penso e già mi trovo in uno slargo a contemplare la facciata di un palazzo che ignoravo. Ci entriamo di soppiatto, infilando una porta secondaria, e capitiamo nel bel mezzo di un convegno. La sala è enorme, l’uditorio sterminato. Così a occhio, potrebbe esserci quasi mezzo milione di persone. In attesa che il rappresentante del gruppo linguistico ladino prenda la parola, ci soffermiamo ad osservare un manifesto alto nove metri e largo due appeso alla parete dietro il tavolo dei relatori. È l’ingrandimento di una fotografia accompagnato da poche parole esplicative: “Magnago e Berloffa, i due padri del Pacchetto”. In realtà, il manifesto raffigura il solo Magnago intento a varcare una soglia molto stretta, così stretta da consentire il passaggio a una persona per volta. L’immagine è la solita: un corpo ossuto e nervoso, diritto come l’asta di una bandiera, termina in un volto austero solcato da rughe, ciascuna delle quali, incrociando stradine di montagna, congressi di partito e vecchi masi, forma la mappa lacera del Sudtirolo, un intrico di ex-percorsi futuribili calpestati nel frattempo da milioni di piedi. Solo un paio di dettagli non convincono: il Magnago del manifesto, pur essendo appoggiato alla sua inseparabile stampella, ha due gambe e un abbigliamento non proprio congruo alle norme elementari del bon ton: il pantalone destro, attraversato da una piega inappuntabile, è di colore grigio antracite, come la giacca, mentre il calzone sinistro è blu scuro e senza piega. Anche le scarpe sono diverse: la scarpa destra è bassa e a punta, probabilmente di camoscio, quella sinistra è uno stivaletto con le stringhe troppo lunghe. “Ma come?” ci chiediamo “E la sua eleganza? Che senso ha mostrare un Magnago così, senza gusto nel vestire? E soprattutto: perché decidere di non rappresentare la dignità della sua mutilazione?” L’assessore alla cultura che siede in prima fila, girandosi verso di noi con l’aria distratta di chi sa, ci risponde in maniera convincente: “Quella che a voi pare la gamba sinistra di Magnago” dice “è in verità la mancina di Berloffa, il quale, nel momento in cui fu scattata la fotografia, si trovava esattamente alle spalle di Magnago”.
Il rappresentante del gruppo linguistico ladino, intanto, si alza in piedi per tenere il suo discorso. Fa in tempo a sorridere, inspirando profondamente; poi il microfono cessa di funzionare. Il pubblico in sala rumoreggia: qualcuno, ravvisando nell’accaduto una violazione inaccettabile della libertà di parola, sospetta una macchinazione ai danni dei Ladini. “Eh no! Così si rischia di affossare un popolo!” si sente dire “Questa qui si chiama discriminazione”. La voce si diffonde rapidamente e i soliti facinorosi dell’ultima fila minacciano di sfasciare delle sedie. Quasi al culmine, la tensione si scioglie all’improvviso quando un tecnico accomoda il microfono e il relatore può dare inizio al suo discorso. Il pubblico, allora, lascia la sala congressi per riversarsi nelle strade. Le stesse persone che fino a qualche secondo prima gridavano allo scandalo sentono ora l’esigenza di fare uno spuntino o desiderano prendere una boccata d’aria. Soprattutto chi non aveva mai fumato ne approfitta per andare a fumarsi una sigaretta. Adesso, ad ascoltare il relatore ladino non c’è più nessuno e la sala vuota diventa la cassa di risonanza della sua solitudine.
Naturalmente, abbandonandoci all’onda lenta della folla, usciamo anche noi. Una volta fuori, la nostra passeggiata riprende come prima: senza staccare lo sguardo da una nube che si disfa, procediamo zigzagando a naso in su. La fantasia dei nostri passi disegna traiettorie imprevedibili mettendo in comunicazione diverse parti della città: il campanile del duomo dialoga improvvisamente con lo svincolo a trombetta per poi attaccar bottone con la strada consorziale, mentre nastri stradali nuovi di zecca fanno la conoscenza di tratturi impraticabili. Chi avrebbe mai detto che la vetrina variopinta del fiorista avesse così tante affinità con il rondò? Un attimo fa stavamo scambiando due parole con l’intrallazzatore e la ruffiana, adesso camminiamo in processione recitando avemarie. A passi svelti o in punta di piedi vagoliamo senza pause, finché uno sfrigolio di patatine ci induce a fermarci in un bistrot.
Dopo aver gironzolato tutto il giorno, ci troviamo al principio di un viale alberato che conduce ad una piazza. “Siamo tornati al punto di partenza” dici, e hai l’impressione di non esserti mai mossa di lì. La nostra passeggiata, comunque, è servita a qualcosa: pur non essendo avanzati di un passo, abbiamo esplorato buona parte della città.
Prima di congedarci, ti chiedo di indicarmi la via del ritorno. Tu mi mostri la sagoma di un cavalcavia alto come un poggio che somiglia alla gobba di un dromedario. Io mi addormento, poi cavalco il dromedario e mi infilo in un passaggio sotterraneo allontanandomi da te. “È un finale molto bello” pensi, ma non t’accorgi che l’autentico finale lo fai tu: non vista, ti dilegui in una nebbia, lasciandoti portare dalla magia del macadam.
Ho avuto il piacere di leggere in anteprima questo foglietto. Trovo molto interessante il riferimento a Berloffa e alla comunità ladina, eterni dimenticati dell’Autonomia sudtirolese.
Sarebbe una conclusione sontuosa per “Talpe”.
Caro Vale, sui Ladini sai come la penso: ogni mattina, prima che lo spettacolo ricominci, dallo scaffale più alto della biblioteca di scena cade un libro e si conficca nel pavimento. È un libro gigantesco; potrebbe pesare novecento chili, ma non è escluso che superi la tonnellata. Il suo titolo è: “I Ladini del Sudtirolo”. Poco prima che le macchiette italiane e tedesche ritornino in scena, quel libro viene rimosso dalla ribalta con una gru. Resta un buco di dimensioni imbarazzanti che viene richiuso ogni sera alla fine dello spettacolo. Quel buco, però, durante la rappresentazione quotidiana non viene evitato, ma diventa lo scemenzaio degli attori di turno, i quali, non si sa bene perché, ogni tanto si sentono in dovere di articolare delle frasi in cui sia presente la parola “ladini”. Questi attori, particolarmente occhiuti quando si tratta di osservare le proprie ferite o i coltelli altrui, diventano miopi quando contemplano quel buco.
@ Valentinuccio bello
Chiunque intenda mettere in scena la messinscena sudtirolesealtoatesina non può non vedere una cosa: i Ladini non trovano spazio nella rappresentazione del contrasto etnico.
Veri e propri dirimpettai degli extracomunitari, essi sono la componente intracomunitaria dell’autonomia, un buco di senso che si spalanca proprio al centro della ribalta.
@ ValentininoPiccininoACuiVoglioMolto bene
Qualche giorno fa, calandosi in quella voragine, Gabriele ha recuperato una sciocchezza della Kasslatter Mur, mentre il nostro Ladinia, in questi anni, ha raccolto così tanto materiale sull’argomento da far impallidire in un sol colpo l’Athesia ed Athesis. Anch’io, oggi, voglio regalarti una perla: è tratta dal libro “Meine Heimat Südtirol – Mein Vaterland Italien”, la lunga intervista rilasciata da Romano Viola a Hartmann Gallmetzer, che sta a “Spaesati” di Lucio come un papà al suo figliolo. Nella prefazione, all’altezza del secondo capoverso, si legge:
“(Romano Viola) hat die deutsche Sprache bewußt erlernt und sich auch damit in der deutschen Volksgruppe viele Sympathien erworben. Durch die Sprache hat er sich den unmittelbaren Zugang zur Kultur und zur Denkweise des deutschen Sprachraumes verschafft und ein besseres Verständnis der Wesenart der deutschen und ladinischen Volksgruppe in Südtirol erworben“.
Perfekt. Aber jetzt frage ich mich: Wieso sollte man ein besseres Verständnis haben für die ladinische Wesenart, wenn man die deutsche Sprache sich zu eigen macht? Sind vielleicht die deutsche und die ladinische Volksgruppe identisch? Südtiroler Geheimnisse…
“Forse si tratta di una svista”, mi dico, “nella versione italiana sicuramente questa roba non c’è”. Poi prendo in mano una copia di “Il disagio di un autonomista” e leggo a voce alta:
“(Romano Viola) ha studiato la lingua tedesca con grande impegno e anche per questo si è conquistato molte simpatie nel gruppo tedesco. Con la lingua si è aperto un accesso diretto alla cultura e alla mentalità del mondo tedesco, e quindi ad una migliore comprensione delle caratteristiche dei gruppi etnici tedesco e ladino del Sudtirolo”.
Perfetto. Ma adesso mi chiedo: perché imparando il tedesco dovrei riuscire a comprendere meglio il gruppo etnico ladino? Il gruppo etnico tedesco e quello ladino sono forse la stessa cosa? Misteri sudtirolesi…
“Forse si tratta di una svista”, mi dico, “nella versione tedesca sicuramente questa roba non c’è”. Allora riprendo in mano una copia di “Meine Heimat Südtirol – Mein Vaterland Italien” e, alla ricerca dei Ladini, entro in circolo vizioso dal quale non si esce. Non sarà mica il buco di senso di cui parlavo più sopra?
caro loiny,
si potrebbe raccordare tutto tirando in ballo la contrapposizione città – periferia. (stadt – land).
gli italiani che conoscono poco o per nulla il tedesco, sono prevalentemente cittadini; non è irragionevole presumere che una migliore conoscenza della lingua e del dialetto tedeschi possa agevolare anche i contatti con la periferia e con ciò con la “ladinia”.
ti invito a non contribuire al massacro di romano viola. pensa che anni fa un noto esponente della destra nazionalista italiana gli diede del “traditore”. nessuno disse una parola in difesa di viola; tantomeno i sudtirolesi che si definiscono “alternativi”.
@ Lucio
Non solo non ho la minima intenzione di “massacrare” Romano Viola, ma non ho nemmeno intenzione di sottovalutarlo: Viola ha esercitato, e continua a esercitare, una funzione utilissima nell’ambito del discorso pubblico sudtirolesealtoatesino. Se però mi pare che commetta un errore, non ho alcun problema a farglielo notare. Sbaglio forse?
“non è irragionevole presumere che una migliore conoscenza della lingua e del dialetto tedeschi possa agevolare anche i contatti con la periferia e con ciò con la “ladinia””.
Ecco Lucio, questo passaggio mi sfugge: non credi che un italiano che volesse comprendere la cultura ladina farebbe meglio a imparare il ladino? La tua osservazione avrebbe senso se tu fossi disposto ad ammettere che un sudtirolese di lingua tedesca, per comprendere la cultura ladina, dovrebbe imparare l’italiano…
vedo più passaggi e cercherò di spiegarmi meglio:
la lingua non è la sola manifestazione della cultura. se consideriamo quella che gli antropologi definiscono “cultura materiale”, allora le distanze tra la cultura sudtirolese, quella ladina e anche quella trentina diventano molto minori delle distanze che si impongono se consuideriamo solo la lingua.
perciò dico: conoscere meglio il dialetto sudtirolese-tedesco può avvicinare alla periferia, alla “cultura materiale” della provincia; avvicinarsi alla cultura materiale della periferia può anche comportare una migliore conoscenza della “ladinia”.
i passaggi non sono automatici, è vero. ma qualsiasi tentativo di “entrare” in un’altra cultura deve/può andare bene. o no?
@ Lucio
Capisco esattamente su che sentiero concettuale ti stai muovendo, ma mi permetto di farti notare che è una via molto pericolosa: se percorsa fino in fondo, ci porterebbe a credere che i tedeschi e ladini del Sudtirolo, nonostante parlino lingue diverse, siano lo stesso gruppo etnico. Invece sappiamo benissimo che non è così, nemmeno “tecnicamente”: i tedeschi sono una “minoranza maggiore”, i ladini sono una “minoranza minore” (o una “minoranza nella minoranza”). Un discorso come il tuo, se estremizzato, farebbe sì che alla lunga la maggioranza maggiore si spolpasse la minoranza minore. E non so se uno come “Ladinia”, ad esempio, sarebbe disposto ad accettare una conclusione del genere…
“ma qualsiasi tentativo di “entrare” in un’altra cultura deve/può andare bene. o no?”
Sottoscrivo e ti do un bacio in fronte. Ma c’è un “ma”: se ci accontentiamo di una conoscenza del tutto superficiale della cultura dell’altro, per “tentare di entrare nella cultura ladina” è più che sufficiente l’italiano: frequento la Val Badia e la Val Gardena da almeno vent’anni (mia moglie è di lì) e non ho ancora conosciuto un ladino che non sappia bene o benissimo l’italiano. Ripeto: se dovessi decidere di fare i conti (sul serio!) con la cultura ladina, farei di tutto per imparare il ladino. Il dialetto tedesco preferisco parlarlo con i miei amici della Valle Aurina o di Velturno, che mi scambiano sistematicamente per un ladino con la faccia da italiano.
Lucio, cerca di capirmi: non ho citato Viola e Gallmetzer per screditarli, ma per mostrare che ADDIRITTURA due intellettuali del loro spessore rischiano la figuraccia non appena si occupano di Ladini.
In fondo, sulla base di osservazioni quotidiane piuttosto rudimentali(lettura di giornali, libri, riviste, ecc…)io affermo una cosa semplice semplice: molti attori del discorso pubblico sudtirolesealtoatesino, che sono in grado di spaccare il capello quando si tratta di comprendere le ragioni del gruppo linguistico tedesco o del gruppo linguistico italiano, diventano improvvisamente un po’ meno precisi quando si tratta di parlare dei Ladini. È solo questo il messaggio che intendevo far passare: non ti pare che le cose stiano così, Lucio?
sacusate se mi intrometto nella vostra conversazione, però vorrei che mi chiariste una cosa: da entrambe le vostre posizioni mi sembra emergere implicitamente la constatazione che il gruppo ladino sia considerato in qualche modo non solo “minore” (minoranza minore) ma anche in qualche modo quello più a rischio o peggio tutelato dall’autonomia, sicuramente il più “isolato”.
E’ così ho ho capito io male ?
sono d’accordo, loiny. e la cosa vale anche per me. li conosco poco, sebbene io abbia una “base” in val badia, e quando parlo di loro rischio di dire sciocchezze.
@ mrcoke
intromettiti quando vuoi, per me.
nel merito: io non credo che il gruppo ladino sia “quello più a rischio o peggio tutelato dall’autonomia”.
@mrcoke
Due appunti velocissimi, poi devo scappare.
1. Io mi limito a notare che, in un contesto di rappresentazione del contrasto etnico, il gruppo linguistico ladino non appare mai. A questo livello (a livello di Immaginario), l’unico modo per renderlo visibile è mostrare la sua mancanza. Il fatto che non trovi spazio nel teatrino della nostra provincia, però, non significa che sia un gruppo in pericolo.
2. Sí, il gruppo linguistico ladino dell’Alto Adige/Südtirol è una “minoranza nella minoranza”.
(Domani, se non lo faranno Gabriele o “Ladinia” prima di me, proverò a spiegarti di cosa si tratta). Ciao.
@ Lucio
È mai possibile che noi due intavoliamo sempre “discussioni riuscite”? La prossima volta dovremmo provare a mandarci a quel paese:-)
viene illustrato benissimo l’atteggiamento di menfreghismo assoluto verso i Ladini.
per il sig. Viola condivido pienamente l’opinion di EnricoDeZordo.
Non capisco che indicare il difetto fondamentale nel pensiero di Viola possa essere visto come massacrarlo.
“la lingua non è la sola manifestazione della cultura. se consideriamo quella che gli antropologi definiscono “cultura materiale”, allora le distanze tra la cultura sudtirolese, quella ladina e anche quella trentina diventano molto minori delle distanze che si impongono se consuideriamo solo la lingua.”
ma, questo discorso si può fare ovunque, ma ciò non toglie che Viola abbia torto al 100%.
“avvicinarsi alla cultura materiale della periferia può anche comportare una migliore conoscenza della “ladinia”.”
Lucio, visto che hai una “casa” in Ladinia, i Ladini li conosci ben pochissimo, ma possibile che tu non veda le differenze ?
ah, il ladino lo parli, lucio?
2. Sí, il gruppo linguistico ladino dell’Alto Adige/Südtirol è una “minoranza nella minoranza”.
no – non siamo un sotto-gruppo dei tedeschi.
Lucio, visto che hai la seconda casa a Antermëia, i Ladini li conosci ben poco, anzi, pochissimo ?
a proposito: ah, il ladino lo parli, o credi di poter capire i Ladini perché parli il tedesco ?
@ladinia
sfortunatamente le minoranze linguistiche cosí esigue, come la vostra, faranno sempre fatica a collocarsi su un piano totalmente egualitario, soprattutto nella lingua. Ma la vostra forza sta soprattutto in questa situazione difficile in cui vi trovate che vi ha in qualche modo “costretti” ad adeguarvi. L’autonomia ha fatto peró un buon lavoro nel senso che vi ha sicuramente ben protetti lasciandovi fra l’altro un sistema scolastico vincente. E unici, siete in grado di muovervi con disinvoltura in tutti gli ambiti della nostra provincia. Io direi che rappresentate il lato vincente dell’autonomia e il prezzo che state pagando in termini di riconoscimento “ufficiale” é ben poco in confronto di quello che avete. Ma fate bene ad insistere comunque.
Chissà perché, ma quando penso ai ladini mi vengono in mente le parole di questa canzone di L. Anderson (Love among the sailors):
There is a hot wind blowing It moves across teh oceand and into every port. A plague. A black plague. There’s danger everywhere And you’ve been sailing. And you’re alone on an island now tuning in. Did you think this was the way Your world would end? Hombres. Sailors. Comrades. There is no pure land now No safe place And we stand here by the pier Watching you drown. Love among the Sailors. Love among the Sailors. There is a hot wind blowing Plague drifts across the oceans. And if this is the work of an angry god I want to look into his angry face. There is no pure land now. No safe place. Come with us to the mountains. Hombres. Sailors. Comrades.
quella del tedesco chiave per capire il ladìn è da cineteca.. Non so se ridere o piangere dal ridere . La passo alla mia ex suocera di la pli
ah – La Pli ?
(allora … la conosco, o la conoscevo)
@ Ladinia
Vero. L’espressione “minoranza nella minoranza” può far supporre che “i ladini siano un sottogruppo dei tedeschi”. Anch’io sono convinto che la definizione “minoranza (solo quantitativamente!) minore” sia più corretta o perlomeno scevra di equivoci. Stando però a quanto scrive Peter Hilpold nel suo contributo al volume collettaneo “I Ladini. Una minoranza nella minoranza”, sembrerebbe che la definizione che non ci piace sia quella più adottata a livello internazionale: “Tra la problematica della “minoranza nella minoranza” e la tutela dei ladini vi è una correlazione particolarmente stretta. Nel mondo accademico europeo i ladini vengono invero spesso additati quale tipico esempio di “minoranza nella minoranza”. Attraverso la particolare situazione dei ladini si può dimostrare molto efficacemente con quali sfide si deve confrontare una “minoranza nella minoranza” nell’affermazione della sua identità culturale e linguistica. Tale problematica evidenzia nel contempo anche i limiti ed i possibili sviluppi di una moderna tutela delle minoranze”. (Peter Hilpold, op. cit., pag. 13)
staibon, ladinia!
@ loiny: semplicemente “minoranza”, visto che l’altra è una maggioranza …
Hilpold purtroppo sbaglia fin dal principio proprio nella terminologia, nella logica di minoranza, maggioranza e tutto.
@ lucio
eh?
@ladinia:
staibon!
eh, ti avevo chiesto se parli o capisci il ladino, visto che … o se pensi di capire i ladini parlando soltanto il tedesco … perché non rispondi invece di evadere su uno scherzo di parola ?
e se io rispondo “staizitto” ?
@ ladinia
stai bon!
so schnell am Ende mit den Argumenten, Lucio, gell.
s/taibon!
@ Ladinia
“semplicemente “minoranza”, visto che l’altra è una maggioranza…”
Mah… “l’altra” è una maggioranza a livello provinciale, non in una cornice statale. Hilpold parla di minoranze del secondo tipo, non del primo. In ogni caso hai torto, perché sia nel primo caso che nel secondo, i ladini sono la minoranza (ripeto: solo quantitativamente!) minore. A livello nazionale la minoranza maggiore dell’Alto Adige/Südtirol è quella di lingua tedesca, mentre sul piano provinciale (se proprio vogliamo imboccare questo percorso fantagiuridico che non tiene conto dell’autonomia) la minoranza maggiore è quella italiana. I ladini, in entrambi i casi e sempre e soltanto da un punto di vista brutalmente quantitativo, sono la minoranza minore.
Se ti pare che il mio ragionamento non stia in piedi ti prego ti spiegarmi il perché.
du wirst fad, lucio.
ti avevo chiesto se parli o capisci il ladino, visto che hai la seconda casa a … o se invece pensi di capire i ladini parlando soltanto il tedesco.
interpreto le tue “risposte” come capitualzione argomentativa.
eh, ho letto hilpold; si sente da ogni lettera che lui parla dall’ottica maggioritaria.
minoranza minore è una cosa, ma “Minderheit in der Minderheit” è sbagliato, anzi sbagliatissimo.
Ma Teo stabon!
leg eine neue Platte auf.
Deine Antwort ist also Nein: Obwohl du ein Ferienhaus in Val Badia hast und regelmäßig dort bist, kannst du kein Ladinisch.
stabon mateo!
@ mrcoke
Completo la mia risposta di ieri, spostando di un capello il problema che hai posto nel tuo primo intervento. Semplificando al massimo, potremmo chiederci: in quanto minoranza minore, e tenendo per buona la classificazione proposta da Heraud (Problematique de la minorité dans la minorité), i Ladini dell’Alto Adige/Südtirol godono attualmente di una situazione favorevole o sfavorevole? La risposta non è univoca: se infatti è indubbio che i Ladini dell’Alto Adige/Südtirol hanno il grande vantaggio di essere insediati compattamente sul territorio provinciale (le cosiddette valli ladine), va però evidenziato che essi non possono contare sulla presenza di una “nazione di riferimento” all’estero e che il loro rapporto di collaborazione “transprovinciale” con gruppi linguistici affini non è rilevante.
Scusandomi ancora una volta per la brevità delle mie considerazioni, chiudo con una citazione tratta dal saggio di Hilpolt citato più sopra: “Malgrado le varie misure di tutela previste dallo Statuto di Autonomia, il destino di questo gruppo (i Ladini) dipende sotto molti aspetti dal senso di responsabilità del gruppo tedesco, per quanto riguarda il riconoscimento delle sue specifiche esigenze”. Parole, queste (e lo dico soprattutto a Ladinia), che non mi sembrano provenire da un generico pappagallo della “maggioranza provinciale”.
@Loiny
il fatto che i Ladini non abbiano una nazione di riferimento non credo debba necessariamente essere considerato un lato negativo. Non avendo riferimenti a cui appigliarsi (gli italiani a roma i tedeschi a innsbruck) tendono a fare di loro stessi il proprio punto di riferimento. E non direi che si tratta di un male, anzi. Il problema è caso mai di debolezza rappresentativa, ma la loro compattezza territoriale fa si in primis che tale problema non sia presenti nel proprio territorio e in secondo luogo che sia più facile per i gruppi dominanti comportarsi in modo “generoso”.
Direi che proprio il successo dei Ladini possa essere usato per provare che il taglio dato all’autonomia tenda a premiare i gruppi presenti in modo compatto sul territorio e con forte radici culturali (e a spazzare il resto)
@ mrcoke
“il fatto che i Ladini non abbiano una nazione di riferimento non credo debba necessariamente essere considerato un lato negativo”.
Sono d’accordo con te. Lo schema di riferimento che ti ho proposto, del resto, è molto flessibile, vale come orientamento generale; certamente non va preso alla lettera e soprattutto va calato di volta in volta nelle diverse realtà che ci troviamo ad osservare. Lo stesso Hilpoldt, nel suo saggio, non manca di ricordarcelo: “La minoranza nella minoranza non è una categoria stabile e univocamente definita. È più che altro una categoria di tipo relazionale e le problematiche che si verificano in questo contesto si presentano sotto forme spesso diverse a seconda delle varie situazioni”.
Lucio, danke für die überaus vielsagende Antwort.
sta bon, taliban!
lucio, sei veramente misero
bleibt dir nichts anderes übrig als jemanden mit schwerverbrechern zu vergleichen – warum? weil sie deinen Widerspruch aufdecken. du bist genau wie die ganz rechten von den rechten der SVP, diese Nationalisten.
veramente, sapeve che sei un bastian contrario, ma che tu fossi cosí stronzo ? mi sorprendi.
tai bon, mate!
non ti rimane altro che l’offesa personale, proprio come gli estremisti filonazisti che ad ogni ladino che non sta mogio mogio davanti al Übermensch tedesco usano quella offesa che tu hai usato.
Lucio, sai quante persone sono state ammazzate dai talebani, sai quante kamikaze hanno mandato in giro?
La cosa che dici nei miei confronti é vergognosa
tu sei uno stronzo vergognoso
el taibon
non sta bon.
pardon!
io sto bene, mi pare che tu abbia dei problemi seri. basta leggersi i commenti di fila per capire.
comunque, questo qui è un documento dell’elevato livello di discussione di L.G.
un documento da archiviare bene in una cartella per averlo in futuro, quando il giornalista L.G. farà il moralista
che miseria di persona che sei.
@ Lucio/Mateo
Secondo me potreste anche cercare di comunicare senza necessariamente provocarvi o offendervi. Almeno provateci, dai.
@ Gabrieluccio
Quarantaquattro commenti non li ho mai avuti, ma non so se ridere o disperarmi. Dimmi tu cosa devo fare, se puoi.
@ étranger,
il nostro provoca, ma quando gli si risponde con un po’ di ironia perde la testa. quel che è peggio: neppure negli insulti riesce ad essere un po’ originale.
sta mia bon, (—).
* Ho tolto la parte tra parentesi per esplicita richiesta del destinatario del messaggio (ndr)
Lucio peggio dei (—)
* Ho tolto la parte tra parentesi perché richiesto dall’estensore del messaggio (ndr)
@ Loiny
Effettivamente. Grande successo. E poi tutti commenti di un certo spessore, mi pare.
@ Lucio/Mateo
Ragazzi, fate pure come volete. Io però non metto più bocca e soprattutto mano. Siete grandi e vaccinati.