L’animale ferito
28 Novembre 2008

L’animale ferito guarda agli “italiani”
La Svp è come un animale ferito. Un animale ferito, all’improvviso accortosi che anche il territorio nel quale fino a poco tempo fa si muoveva con tanta sicurezza, con tanta confidenza, ha cominciato a cambiare, a non offrire più quei punti di riferimento che finora erano parsi, se non proprio immutabili, almeno stabili e affidabili.
La crisi d’identità del partito di via Brennero è talmente profonda che neppure il salvataggio in extremis della maggioranza dei seggi in Consiglio provinciale è in grado di nasconderne, nel medio e lungo periodo, i possibili effetti. E questi ultimi sono innanzitutto da vedere nella perdita di sostanza dei due dati che più di ogni altri ne qualificavano l’identità: da un lato l’aspirazione a considerarsi l’interprete esclusivo della volontà dei sudtirolesi di lingua tedesca e ladina; dall’altro – elemento collegato al primo, ma se possibile ancora più lacerante – l’essere ormai diventato (per convinzione o per disperazione) un partito votato anche dagli “italiani” e dunque, almeno potenzialmente, limitato rispetto alla determinazione “etnica” insita nella sua stessa ragion d’essere.
È possibile misurare il senso di questo mutamento comparando due interviste, ambedue fatte dal settimanale “ff” all’ex Obmann del partito, in tempi diversi. Cinque anni fa, nonostante già si delineassero con evidenza alcuni dei processi oggi pienamente conclamati, e nonostante l’importante contributo elettorale dato anche in quella circostanza dal voto “italiano”, Brugger non trovò di meglio che ribadire una linea d’intransigente chiusura. Se gli italiani ci votano – così più o meno suonava il messaggio – sono affari loro. Cinque anni dopo, invece, il messaggio è diverso: se gli italiani ci votano, se addirittura ci “salvano”, è una cosa che ci riguarda da vicino, troppo da vicino per continuare a far finta di nulla.
Certo, l’attuale percezione del “problema” non suggerisce ancora la sua eventuale soluzione. E si potrebbe qui sottilizzare sul fatto che, se davvero di un problema si tratta, questo significa che per adesso sono ancora gli aspetti negativi, per l’appunto “problematici”, a prevalere all’interno di un quadro suscettibile, ad altri occhi, di essere visto con maggiore fiducia. La domanda da porre allora diventa: la Svp sarà in grado di adattare la propria vocazione “territoriale” a una gestione del potere più inclusiva, più duttile ma soprattutto più aperta rispetto alle nuove istanze che provengono dalla società? Peraltro, la risposta a un quesito del genere non riguarda solo il destino di un unico soggetto politico, ma avrà conseguenze che investono tutti. Non ci rimane che attendere.
