Le colpe dei padri

26 Novembre 2008

Per sottrarsi al gioco perverso delle recriminazioni infinite (sottrarsi cioè all’obbligo di denunciare “colpe” commesse ma che di fatto non sono state commesse, bensì ereditate) esisterebbe un modo radicale. Ne ha parlato Claudio Magris in un articolo sul Corriere della Sera che riprendo qui grazie alla segnalazione di Valentino su BBD. Sarebbe bello discuterne (anche perché, a mio avviso, la tesi presenta aspetti molto problematici). Sarebbe bello discuterne, certo, se esistessero qui (non dico solo tra i frequentatori del blog, ma più in generale in Sudtirolo) i cervelli per farlo.

»Non è giusto scusarsi per le colpe dei padri«
Foibe, lager, colonialismo: i crimini non si ereditano. Fino a che punto sentirsi responsabili: una proposta per spezzare il circolo vizioso delle recriminazioni reciproche.

di Claudio Magris
(Corriere della Sera 18.11.2008 pag.47)

»Pietro Nenni, esule in Francia, quando essa – già travolta e prostrata dall’ invasione tedesca – venne aggredita nel giugno del ‘40 dall’ Italia, sentì il dovere di andare dal suo vicino di casa per chiedere scusa, quale italiano, di quel disonore di cui si macchiava il suo Paese nei confronti di quello che lo ospitava. Comprensibile nel suo sentimento di vergogna, quel gesto forse non era necessario; anzi, il vicino francese avrebbe dovuto ringraziare Nenni il quale, combattendo il fascismo – col dolore di porsi così contro un regime che trascinava con sé nell’ onta la sua patria – era concretamente solidale con la Francia in quel momento atterrata. È doveroso, è giusto, è opportuno chiedere scusa per colpe di cui non si è responsabili, ma che ci toccano in quanto coinvolgono o hanno coinvolto in passato il Paese di cui siamo figli? Gianni Alemanno ha detto di recente, come riportato dal Corriere l’ 8 novembre scorso, che «la Croazia non può entrare nell’ Unione Europea se non riconosce lo scempio delle foibe che è avvenuto nel suo territorio… Dobbiamo dire ai croati che se non riconoscono questa vergogna non sono nostri fratelli europei». Alemanno è un sindaco e non un ordinario di storia contemporanea e gli si possono perciò perdonare le inesattezze pasticcione contenute in quella dichiarazione, fatta in occasione di una giustissima attestazione di solidarietà alla comunità giuliano-dalmata di Roma, nata e discendente in gran parte dall’ esodo dall’ Istria, da Fiume e dalla Dalmazia alla fine della seconda guerra mondiale, nel momento della riscossa e della violenta ritorsione slava nei confronti degli italiani. Anzitutto i crimini delle foibe non sono accaduti in territorio croato, bensì in territorio allora italiano e oggi, a seconda dei casi, sloveno, croato o italiano. Ma soprattutto quei crimini non sono imputabili «ai croati», in quanto nelle formazioni titoiste e fra le persone che li hanno commessi c’ erano sloveni, croati, serbi e altri ancora, così come le loro vittime non erano solo italiani, bensì, per motivi ideologici, pure sloveni, croati e altri slavi di diverso colore politico. Peraltro in alcune foibe istriane – ad esempio a Vines – erano finiti precedentemente, per mano degli squadristi, slavi di quei territori. Se, riferendosi a quell’ epoca, si vuol parlare della Croazia quale Stato, ci si dovrebbe riferire allo Stato croato fascista ustascia, sul cui trono c’ era (pur non essendovisi mai seduto, in quanto non ritenne mai di mettere piede in quel Paese) un nostro Savoia, il duca di Spoleto e poi d’Aosta, col nome di Tomislavo II. Ma dobbiamo esigere che Mesic o Sanader se ne scusino? A parte queste sviste, da correggere bonariamente con una matita rossa professorale come ai bei tempi della vera scuola, sorge una domanda più generale. Quando o fino a quando è giusto o necessario scusarsi per colpe commesse da altri, ma in qualche modo intessute in quella propria identità che è il proprio Paese, con tutta la sua storia di glorie e di infamie? Perché l’Italia sia degna di far parte dell’Unione Europea, Berlusconi dovrebbe forse chiedere perdono per le violenze nazionaliste (serpeggianti già prima del fascismo) perpetrate in Italia contro gli slavi, ad esempio per il feroce Lager italiano di Arbe? Obama, quando il prossimo gennaio sarà presidente degli Stati Uniti, dovrebbe chiedere scusa per la schiavitù dei neri d’America? Ritengo che non ne avrebbe l’obbligo nemmeno se fosse meno abbronzato, per citare la battuta del nostro presidente del Consiglio, il quale ha molte qualità ma non il dono di essere spiritoso. La Shoah è un orrore insuperato ed è stato detto che il fuoco acceso dai tedeschi è ricaduto sulle loro teste, ma ciò non impedisce alla Germania ora guidata da Angela Merkel (fra l’altro oggi forse il miglior presidente del Consiglio in Europa) di far parte con piena dignità dell’Unione Europea. Il problema è complesso, perché non siamo responsabili delle colpe commesse, magari in altre epoche, da nostri connazionali e governanti, ma non siamo nemmeno estranei ad esse. Nello splendido discorso col quale motivava il suo voto contro il trattato di pace – contro il quale votò pure un grande antifascista quale Leo Valiani, avverso all’ iniquità di quel trattato che mutilava l’Italia delle sue terre orientali – Croce afferma che nessuno può estraniarsi, né nel bene né nel male, dalla propria patria. Essere e sentirsi italiani significa essere costituiti da una storia che confluisce in noi e che comprende Dante e Cavour come le leggi razziali, l’ eroismo degli alpini in Russia come le barbare e indiscriminate rappresaglie in Abissinia, di cui ad esempio io sono innocente ma che certo mi riguardano più di quanto riguardino un francese o un vietnamita, che a loro volta hanno i valori universali creati dalle loro civiltà e i loro scheletri nell’ armadio. Assumere su di sé questo retaggio e averne consapevolezza non significa né insuperbire per il canto di Paolo e Francesca – come se l’ avessimo scritto personalmente noi o come se esso ci autorizzasse a considerarci più bravi del nostro vicino – né battersi il petto, come se fossimo stati personalmente noi ad assassinare un abissino inerme o come se gli altri popoli non conoscessero analoghe viltà ed efferatezze. Questa crociana assunzione di un’eredità spirituale è una consapevolezza morale che libera dai complessi di colpa come da quelli di superiorità o di vendetta. Essa è l’opposto di ogni aggressivo nazionalismo, perché è la coscienza dell’ universale intrico di grandezza e miseria di cui è fatta ogni realtà umana (individuale, collettiva, nazionale, politica), ed è l’opposto di ogni insicurezza continuamente smaniosa di giustificarsi. Non è un caso che le cifre delle vittime – di quelle assassinate nelle foibe come pure di quelle assassinate dalle camicie nere in Dalmazia come di quelle di tanti altri massacri – vengano spesso gonfiate ed esagerate quasi con compiacimento, per l’acre soddisfazione di poter dire al nemico (o, ancor peggio al pronipote del nemico) che lui è un po’ più assassino di noi, che noi gli abbiamo ucciso due fratelli, ma lui, per nostra fortuna, ce ne ha uccisi tre. Se ci sono autori di gravi crimini in libertà, vanno puniti senza riguardo nemmeno alla loro veneranda età, perché la canizie non è un salvacondotto, e le ideologie che hanno fomentato quei crimini vanno combattute senza tregua, ma non si può presentare eternamente il conto delle offese patite ai discendenti di chi le ha inferte, e questo vale per tutti. Solo quando ci si è gettato dietro alle spalle il dolore subito, senza dimenticarlo ma senza permettere che esso soffochi la mente e avveleni il cuore – dice Rebecca nel Rosmersholm di Ibsen – si è liberi.«

6 Risposte a “Le colpe dei padri”

  1. Valentin[o] detto

    Ottima cosa pubblicare il contributo di Claudio Magris sotto forma di post.
    Mi hai preceduto ;) Ora aspettiamo i famosi “cervelli”.

  2. Étranger detto

    Qui toccheremo i 300 commenti…. me lo sento.

  3. Friedensplatz detto

    Bemerkung am Rande. Der kritische Umgang mit einem dunklen Teil der eigenen Geschichte gehört notwendigerweise zum Wesen eines modernen und weltoffenen Menschen unseres Jahrhunderts. Wer sieht welche Schrecken Staatsterror in seinen verschiedenen extremen Spielarten von links bis rechts betrachtet( … d.h. von den Nazis, den Austrofaschisten, den Pfeilkreuzlern, der Eisernen Garde, den italienischen Schwarzhemden, den Francofaschisten,der Ustasa, dem Vichy-Regime, dem Pol-Pot-Regime, Stalinregime usw….), der muss erkennen, dass diese Anschauungen Frieden, Solidarität und Nächstenliebe ausschließen und Schrecken und Leid bedeuten. Ein kritischer Umgang mit diesem historischen Erbe soll uns stets ein geistiges Mahnmal bleiben. Das ist selbstverständlich und gilt ausnahmslos für alle diese menschenverachtenden Ideologien. Aber, welchen Stellenwert soll die Aufarbeitung der einzelnen historischen Verfehlungen im Südtirol von heute haben? Welche dieser Strömungen wirken noch heute auf das Zusammenleben der Menschen in Südtirol maßgeblich ein?
    Ist die zaghafte Aufarbeitung der Periode des NS in Südtirol von 1943 bis 1945 auf deutscher Seite genauso conditio sine qua non für die heutige konkrete Situation in Südtirol wie der Umgang und die Aufarbeitung mit dem Faschismus auf italienischer Seite? Prägen und prägten beide Faschismen in gleicher Weise damals wie heute unsere Land, sodass man bei Diskussionen fordern kann, dass man bei Kritik die Waage halten solle?
    Während das deutsche patriotische Lager sich grundsätzlich (d.h. bis auf einige extremistische Ausnahmen)im Bewusstsein über fünf Jahrhunderte zu Österreich gehört zu haben in einer Mischung aus Altösterreich-Nostalgie und Andreas-Hofer-Romantik suhlt, treffen sich italienische Patrioten regelmäßig unter dem Siegesdenkmal. Während deutsche Rechtsparteien, wie die Freiheitlichen, ihre Wurzeln in der Burschenschaftsbewegung von 1848 haben, hat die größte Partei auf italienischer Seite ihre Wurzeln im MSI, welcher aus dem PNF hervorgegangen ist. Und sogar von dieser Partei, hat es ob ihres “moderaten” Kurses Abspaltungen gegeben, die von der Bevölkerung mit Mandaten im Landtag belohnt wurden.
    Während Patrioten bzw. die Rechten auf deutscher Seite an einem seit Jahrhunderten gewachsenen und tief verwurzelten Reservoir an identitätsstiftenden Traditionen festhalten können, sind die Wurzeln auf anderer Seite weniger tief, weil künstlich geschaffen. Die tiefste Wurzel reicht aber, wie etwa die Abstimmung Friedens/Siegesplatz gezeigt hat in eine etwas unrühmliche Zeit.

  4. Valentin[o] detto

    Bolzano/Bozen AD 2003: Come andarono veramente le cose?
    Abbozzo di un bolzanino che avrebbe scelto Piazza della Pace.

    Adesso mi sono un po’ rotto. Da anni leggo commenti a proposito del referendum di Piazza della Pace/Piazza della Vittoria, intrisi di un certo qualunquismo, secondo la logica quasi perfetta del “Bolzano = città di fascisti”. Forse è il caso di spolverare la memoria. In breve: l’amministrazione comunale di allora, guidata dal sindaco centrista Giovanni Salghetti Drioli, cambiò il nome della piazza SENZA considerare (pur conoscendoli) i rischi che un’operazione condotta a senso unico – sotto il ricatto di Ellecosta e della SVP cittadina – e (appunto) ad alto rischio politicizzazione poteva comportare. Una decisione presa senza consultare nessuno, né enti educativi e/o culturali/museali né tantomeno gli abitanti della zona. Gli italiani hanno percepito l’operazione come un diktat “dei tedeschi” e non come una scelta condivisa e partecipata. Nemmeno tra i “tedeschi” c’era unanime consenso al la modifica di denominazione, soprattutto tra quelli legati in un modo o nell’altro al mondo di lingua italiana. Gli italiani NON erano e non sono tuttora pronti a storicizzare un passato cui guardano con comprensibile nostalgia (leggi: maledizione del pendolo). Alleanza Nazionale aprofittò di quel clima per aizzare la popolazione contro il Comune, scegliendo la strada democratica (!) del referendum. Con i risultati che purtroppo conosciamo.

    Piazza Vittoria è un simbolo. L’annessione, l’arrivo degli italiani e la nascita di una loro comunità, il Sudtirolo parte della nazione italiana che i bolzanini sentono propria. L’uguaglianza Bolzano=fascista, dunque, è una forzatura della realtà certo difficile del capoluogo ma (a mio parere) non semplificabile in una battuta. La Giunta Salghetti commise degli errori (non aver anticipato AN nella proposta referendaria, non aver coinvolto la cittadinanza nella scelta del nuovo nome) pur in buona fede. Inoltre, molti miei concittadini (a torto o a ragione) rimasero a casa, segno del disinteresse verso il cambio di nome ergo verso una faccenda “odonomastica”, sterile e controproduttiva.

    Quel referendum dimostra solo una cosa: senza un lavoro a monte (storia condivisa etc), sono inutili i buoni propositi. Ai sudtirolesi non puoi toccare (ancora) il tema toponomastica senza sconfinare nei proclami stile Kollmann, agli italiani idem. Simboli e identità sono intrecciati tra loro, tanto da impedire di scindere i due elementi per guardare avanti senza nostalgie. Temo che Spagnolli, nell’affrontare la questione Duce a cavallo, commetterà lo stesso errore, pretendendo dal gruppo linguistico italiano di farsi succube della visione filo-tirolese di un vicesindaco (Ellecosta) che non ha mai trascorso le proprie vacanze in Italia ma ne considera le spiagge una pattumiera. Imposizioni, commissioni, votazioni e soprattutto pregiudizi non servono a nulla e non faranno che appesantire l’aria già soffocante di questa città fuori dal mondo. E non facciamo pesare in eterno un errore.

  5. clepaz detto

    subito dopo l’apparizione della madonna,cominciò la pulizia etnica nei balcani.In Croazia le colpe dei padri sono un’eredità che quasi tutti onorano.I musicanti e non solo Marko Petrovic Thompson,esaltano le gesta del Poglawnic,i preti commemorano Dinko Sakic sacralizzandolo nell’elogio funebre,le folle accolgono come un eroe Zvonko Busic,nei bar.in casa,ovunque si celebrano le gesta di Filipovic Maistorovic,del seminarista Brzien o del più attuale Ante Gotovina e tako dalje.Ipocrita e vile il silenzio del governo nel 2006 dopo la laida provocazione della svastica umana fatta dai tifosi croati nello stadio di Livorno.Non ricordo prese di posizione da parte dei nostri sottili esegeti

  6. aldo48 detto

    …leggendo Magris, mi è venuto in mente un mio vecchio intervento tenuto a Stams a metà degli anni ‘90 all’interno di un’edizione delle “Stamsergespräche” che avevano come titolo “Tirol in Europa: Vergleich zwischen einem real exitierenden und einem potentiellen Tirol”… in quell’occasione avevo il compito di condurre un Dialogkreis ed il mio Impulsreferat aveva come titolo “Zwischen ‘Patria’ und ‘Heimat’. Notizen zum Südtirol/Alto Adige”…
    ecco la trascrizione di una parte della premessa con cui cominciavo il mio intervento…

    ” Ich will hier nicht “der Vertreter” der Italiener, die in Südtirol/Alto Adige leben, sein.
    Ich spreche als Mensch, der aus persönlichen Gründe mit 22 Jahren nach Süditrol gekommen ist und seit ca. 25 Jahren in diesem Land lebt.

    Ich lebe in Südtirol/Alto Adige und bin, glaube ich, ziemlich gut integriert und aingebunden in diese Realität. Wahrscheinlich, als nicht Gebürtiger habe ich andere Augen und vielleicht sehe ich alles was dort passiert immer wieder mit einem gewissen Abstand…

    …”mit Abstand die Realität anschauen…” aber nicht als Gast fühle ich mich in diesem Land.
    Ich bin in einem anderen Land auf die Welt gekommen, aber ich beanspruche das Recht auf Wurzeln die inzwischen in und mit mir gewachsen sind. Ich glaube, dass ich das Recht habe über dieses Land und seine Zukunft mitzureden.

    Die alten Wurzeln sind aber in mir geblieben, ich habe sie nicht auf der Suche nach eine leichten Integration verloren oder weggeworfen. Ich bleibe “auch” ein Süditaliener, aber ich bin auch ein Südtiroler/Altoatesino und auch noch andere Sachen sind in meiner Identität enthalten, aber das wäre zu persönlich und hat mit dem Thema unseres Treffens von heute nichts zu tun…

    Als Zusammenfassung…

    - ich fühle mich als ein bewußter “Verräter der ethnischen Festigkeit” aber nicht ein “Überläufer” (diese Definition habe ich von A. Langer übernommen)

    - es tut mir Leid, dass Südtirol an Italien annektiert wurde…

    - ich kann verstehen, dass eine Minderheit sich dafür schlägt, sich selbst und die eigene Sprache und Kultur zu verteidigen. Auch ich hätte mich geschlagen, wenn ich in meinem Herkunftsland z.B. eine deutsche Besetzung erleben hätte müssen (das war mein erster Gedanken als ich nach Südtirolo/Alto Adige kam)…
    - ich entschuldige mich, obwohl ich mich dafür nicht verantwortlich fühle, für die Schäden, die der Faschismus angerichtet hat…

    …questa era allora ed è ancora oggi il mio modo da italiano di rapportarmi alle “colpe dei miei padri”…

    …ai miei amici di lingua tedesca non posso fare altro che sottolineare la conclusione dell’articolo di Magris riguardo alle colpe dei “padri degli altri”

    “(…)ma non si può presentare eternamente il conto delle offese patite ai discendenti di chi le ha inferte, e questo vale per tutti. Solo quando ci si è gettato dietro alle spalle il dolore subito, senza dimenticarlo ma senza permettere che esso soffochi la mente e avveleni il cuore – dice Rebecca nel Rosmersholm di Ibsen – si è liberi.«

    .. e poi cercare anche di un confronto sereno “mit den Schulden der eigenen Väter” di cui io non li sento affatto responsabili…

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