16 marzo 1978
10 Marzo 2008
Quando Moro fu rapito, le persone come me avevano da poco abbandonato un modo di vita strenuamente politico: non per fare altro, ma per aspettare, come ogni convalescente. Il modo di vita da cui si veniva anelava a bruciare i tempi, il proprio tempo personale e quello del mondo. Il modo nuovo, segnato piuttosto da ciò che si smetteva, da ciò che non si era più, aveva una forzata lentezza. Come succede quando si è a lungo tenuto duro, fino allo sforzo estremo, e poi si cede di colpo, si cominciava a vedere con estraneità e ripudio il tempo dispotico e chirurgico della lotta e dei suoi traguardi, e a ripiegare sulle qualità della lentezza, della rinuncia all’azione, della ritirata. Dalle pagine di Guerra e pace era tornato fuori il vecchio Kutuzov, e ammiccava, col suo orzaiolo. E adesso quel Moro sequestrato in un’azione militare fulminea - la geometrica potenza che abbagliò alcuni, e fece veder loro un annuncio di perfezione in luogo della desolata geometria di sagome di uccisi scarabocchiata col gesso su un fondo stradale - e insultato con epiteti brutali e goffamente esaltati, costringeva a reinterrogarsi sulla natura dei nemici appena smessi. Moro, la sua paziente e vischiosa volontà di attutire, differire, assorbire, anestetizzare, non aveva forse intuito la fragilità delle illusioni di soggiogare il tempo? Cominciarono ad arrivare le sue lettere, piene dell’angoscia di chi è minacciato di ora in ora, e insieme attente a invocare la lungimiranza in chi era fuori. (Adriano Sofri, L’ombra di Moro, Sellerio, pagg. 53-54)
http://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Moro#Il_Caso_Moro
http://www.einaudi.it/einaudi/ita/news/can1/5-1146.jsp
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/politica/moro-prime-pagine/1.html