Gli Schützen come avanguardia
9 Novembre 2008

Molti dei commenti spesi al margine della grande manifestazione degli Schützen hanno cercato di rubricarla sotto il marchio dell’anacronismo. Certo, l’atteggiamento politico “regressivo” dei cappelli piumati (già a partire dalla coreografia e dai costumi) è un elemento innegabile. E parimenti innegabile è che la loro interpretazione della storia locale sia “velata” da un’idealizzazione del passato prebellico (antecedente cioè il 1918), come se insomma tutto ciò che da allora è seguito corrispondesse a un traviamento, a una perdita secca, arrivando così persino a negare il valore positivo dell’autonomia, non a caso definita sempre una “Zwischenlösung”, una “soluzione provvisoria” e per questo mai del tutto accettata.
Detto questo, esistono però anche segnali abbastanza nitidi che ci fanno capire come una caratterizzazione del genere (il pensiero cioè che gli Schützen rappresentino solo uno sparuto drappello, una marginale retroguardia di “Ewiggestrige”) non spieghi a sufficienza quanto sta accadendo. Al contrario, non pare azzardato affermare che simili fenomeni rappresentino piuttosto la potenziale avanguardia di un movimento che – anche se avanza in abiti tradizionali – pure contiene e propone qualcosa d’inedito.
Una possibile indicazione è data, come si accennava, dal sostanziale rifiuto o quantomeno dalla relativizzazione dell’autonomia. In strati sempre più ampi del mondo di lingua tedesca quest’ultima non viene più letta infatti come un orizzonte insuperabile, un’opzione non più ritrattabile e soprattutto da gestire grazie alle cure esclusive di un partito di raccolta inteso quale unico interprete della volontà popolare. Al contrario, per molti essa rappresenta ormai un risultato acquisito, scontato, il frutto di compromessi e mediazioni che appaiono obsolete, e per questo motivo può riprendere vigore il sogno di una indipendenza formale, da perseguire senza troppe remore di carattere diplomatico.
Non altrimenti sarebbe possibile spiegare perché è soprattutto tra i giovani – nipoti e pronipoti della generazione che a suo tempo si trovò al centro di una scelta difficile – che stanno riprendendo quota i simboli e i proclami finora appartenuti ad una minoranza della minoranza. Sono loro che nei bar, nelle discoteche, nei nuovi luoghi deputati alla formazione della cultura o della sub-cultura patriottica si sono riappropriati dei brandelli del vecchio immaginario autodeterministico coniugandolo agli impulsi neotribali che costituiscono una reazione nei confronti della globalizzazione. In questo senso gli Schützen sono solo la vecchia punta di un iceberg che ha ripreso a galleggiare in acque ancora inesplorate.
Il cancro dell’appartenenza
7 Ottobre 2008

Sottovalutiamo spesso il cancro dell’appartenenza. Il cancro della “datità” (Heidegger qui ha scritto pagine insuperabili parlando di “Geworfenheit“, “gettatezza“) che letteralmente ci schiaccia su una provenienza onnivora, capace di pre-vedere e pre-disporre tutto quello che possiamo pensare o dire su fatti e persone. Appartenendo noi dividiamo (partiamo) il mondo in ciò che ci assomiglia e in ciò che non ci assomiglia, involontariamente livellando ogni differenza dentro e fuori di noi.
In questi giorni me ne sono accorto osservando due miei allievi. Si tratta di due ragazzi col nome italiano, nati cioè da coppie “miste” e per questo facilmente identificabili nella selva di nomi tirolesi che generalmente compongono le mie classi. Le loro storie sono leggermente diverse, però servono entrambe a guardare (come in una radiografia) quel lavoro maligno che produce l’obbligo di dichiararsi appartenenti ad una sola “etnia” in una terra come il Sudtirolo.
Il primo di questi ragazzi (lo chiamerò PRIMO) parla abbastanza bene l’italiano e non si vergogna di avere un padre italiano. Ciononostante il suo linguaggio è chiaramente meno sviluppato di un suo coetaneo di sola madrelingua italiana. Avendo fatto tutte le scuole in tedesco e soprattutto non avendo avuto la possibilità di parlare italiano in modo effettivo (tranne che col padre, finché i genitori stavano insieme) adesso la sua “seconda prima lingua” è piuttosto rattrappita, talvolta incerta, talvolta esageratamente spavalda. Non sa scrivere bene (si impongono ovunque le regole ortografiche del tedesco). ll suo plurilinguismo originario si è perso e l’unica speranza di fargli acquistare nuovamente spessore dipenderà dalla sua capacità di uscire dall’ambiente solo tedesco nel quale adesso si muove.
L’altra storia è ancora più triste. SECONDO (lo chiamerò così) ha avuto, sì, un padre italiano, ma questo gli ha sempre parlato in tedesco. Inoltre lui è nato in un piccolo paese e chiaramente quella sua diversità anagrafica gli deve essere pesata molto. SECONDO, a dispetto del nome, mi ha fatto subito capire che lui è “tedesco” e che non sa una parola d’italiano, anzi: che non vuole saperla. Il desiderio di mostrarsi in tutto e per tutto uguale ai suoi compagni lo fa vergognare del nome che porta. Non è escluso che se ne avesse la possibilità cancellerebbe quel nome come si cancella una macchia. Con me è generalmente aggressivo, mi avverte come l’emissario di un mondo ostile venuto qui soltanto per ricordargli una possibilità d’esistenza che lui non vorrebbe mai avere avuto. Il cancro dell’appartenenza se lo sta divorando.