Molti dei nostri attuali problemi hanno radici profonde. Radici forse inestirpabili, se non saremo capaci di seguirne criticamente tutta la loro ramificazione. Parliamo di asili, di asili “tedeschi” e di genitori “italiani” che decidono di iscrivervi i figli per favorire un apprendimento precoce della lingua tedesca.

Nel bellissimo saggio di Claus Gatterer intitolato “Scuole come trincee nazionali” (contenuto nel libro “Italiani maledetti, maledetti austriaci”) si riporta un brano di una lettera scritta da Guglielmo Ranzi, fiduciario trentino della società Dante Alighieri, e spedita all’inizio del novecento al presidente di quell’associazione, il professore fiorentino Pasquale Villari: “È un fatto che nel Trentino (…) esistono ovunque scuole elementari e medie italiane. E va bene. Ma come ci si può allora spiegare che nella sola Trento più di cinquecento bambini, e sono bambini italiani, frequentino la scuola tedesca? Alle ripetute rimostranze dei nostri deputati, il governo (di Vienna) risponde sempre alla stessa maniera: e perché non mandate i vostri figli nelle scuole italiane?”. A questa domanda è lo stesso Ranzi a replicare, in un modo che riesce ad illuminare anche la situazione attualmente presente a Bolzano: “Il motivo vero (…) è che i genitori sono convinti che i loro figli possano far più strada in vita loro col tedesco che coll’italiano”.

Come noto, prima della Grande guerra il territorio corrispondente all’attuale Trentino faceva parte del Land austriaco del Tirolo. E in quella cornice il peso del tedesco, la sua rilevanza politica, era maggiore di quella dell’italiano, ancorché l’italiano fosse riconosciuto come lingua ufficiale. Mutatis mutandi, anche nel Sudtirolo odierno (regolato da un’autonomia che lo ha reso quasi uno “Stato nello Stato”) il tedesco è percepito generalmente come una lingua più importante dell’italiano. E in mancanza di un sistema scolastico orientato all’equilibrio delle competenze plurilinguistiche della popolazione è chiaro che la questione della lingua s’intrecci ancora inestricabilmente con quella dell’identità e del potere ad essa connesso. “Invasioni di campo”, tensioni rinascenti, soluzioni “fai da te” sono il sintomo di una deriva che potrebbe far saltare la tenuta delle istituzioni locali. Se più di cento anni fa le scuole poterono sciaguratamente trasformarsi in “trincee nazionali” e i bambini che le frequentavano essere visti alla stregua di piccoli inconsapevoli soldati arruolati per estendere o ridurre le rispettive sfere d’influenza, oggi vorremmo davvero sperare che la lezione del passato ci renda immuni dal commettere simili errori. Riportare i problemi alla loro giusta dimensione (essenzialmente pedagogica) e offrire soluzioni diversificate sarebbe una buona ricetta. Cerchiamo di applicarla.

 

Veleno o balsamo?

7 Maggio 2008

Dunque Elena Artioli ha deciso. Non cambierà la sua dichiarazione di “appartenenza linguistica”, continuerà a professarsi “mistilingue” e, anche se rimarrà nella Svp, rinuncerà ad abbandonare il suo ruolo attuale per candidarsi alle prossime elezioni provinciali (prevenendo così la decisione di un partito in chiaro imbarazzo). Elmar Pichler-Rolle ha dichiarato che così ogni problema è risolto. Ma il modo con il quale questa soluzione è stata commentata da Karl Zeller (“metterla in lista avrebbe rappresentato un veleno per la nostra credibilità”) dimostra esattamente il contrario: il problema esiste ancora e si tratta di un problema invero molto serio. Vediamo perché.

 

È molto interessante riflettere sulla metafora usata da Zeller: “Veleno”. Veleno è in primo luogo una “sostanza di origine vegetale o animale o prodotta chimicamente, capace di nuocere per via chimica alle funzioni di organismi viventi e di provocarne, in alcuni casi, la morte” (De Mauro). Fin troppo facile disambiguare. Qui l’organismo vivente è il partito, un organismo dagli equilibri divenuti evidentemente delicatissimi, talmente delicati che la scelta di consegnare maggiore visibilità a una persona dal profilo identitario così ambiguo (Elena Artioli: “mistilingue” dichiaratasi “italiana” e militante all’interno di una forza nata per rappresentare “tedeschi” e “ladini”) potrebbe risultare letale e distruggerne le residue difese immunitarie. Per questo motivo, per non correre rischi, la scelta di mantenere questa candidatura in uno stato di precauzionale sospensione, rinviandola magari a tempi migliori. E a tempi migliori viene così rinviata anche la discussione su quello che Pichler-Rolle pure afferma essere una realtà innegabile, la presenza sempre più diffusa di persone non riducibili allo schema “o questo o quello” (“o italiane o tedesche”) ma fiere di essere “sia questo che quello” (“italiane e tedesche”).

 

Quanto durerà questo periodo di latenza, quanto si dovrà ancora attendere prima che il processo di riflessione interna porti il partito di raccolta a comprendere che, una volta assolto il suo storico compito di difesa, la società sudtirolese non può essere interpretata ancora mediante categorie di pensiero formatesi in un passato sempre più remoto? Una cosa è certa: quello che oggi sembra un veleno, apportatore di morte, domani potrebbe anche essere concepito alla stregua di un balsamo, che migliora la vita. Ma dipende per l’appunto dal tipo di società che s’intende favorire: o rinserrata in un guscio che si oppone a tutto ciò che le risulta estraneo, oppure aperta e orientata a un progetto che non ha paura di governare con intelligenza e generosità i mutamenti della sua struttura originaria.

 

 

 

 

Leggendo molte delle analisi che sono state dedicate alla vittoria elettorale della destra, si ricava che una delle priorità poste dall’opinione pubblica all’attenzione della politica è quella della “sicurezza”. La destra ha vinto, si dice, perché i cittadini non si sentono sufficientemente protetti, perché si respira un clima d’insicurezza e per questo motivo essi tendono naturalmente a premiare quelle forze che ci vorrebbero far credere di poter risolvere con più energia e drasticità il problema.

 

Qual è il modello che sostiene un’argomentazione di questo tipo? L’insicurezza qui è compresa a partire da uno schema banale. Da un lato ci sarebbero i cittadini probi ed onesti, ovviamente del posto, dall’altro una massa informe di alieni, arrivati da altri paesi. La minaccia – ciò che fonda e motiva il sentimento dell’insicurezza – scaturisce dunque sempre dall’esterno, ha una radice che è stata trapiantata qui grazie ad un mutamento che la naturale evoluzione del carattere locale avrebbe senz’altro escluso, e dunque deve essere estirpata sottolineando ed enfatizzando ancora di più la differenza tra “noi” e gli “altri”. Che siano per l’appunto i partiti di destra a potersene occupare è un’opinione diffusa. Ma la faccenda si complica quando la radice di questa insicurezza non solo non è prevalentemente riferibile all’esterno, ma è disponibile in una versione per così dire “fatta in casa”, indigena, o addirittura di “destra”.

 

Il recente caso di Verona, il pestaggio di un ragazzo per mano di un gruppo di balordi affiliati o comunque vicini ad un gruppo di neofascisti, e le indagini che hanno portato a scoprire una vasta presenza di neonazisti nel meranese, ci portano a considerare con preoccupazione proprio questa e altre contraddizioni. In che modo la destra può prevenire il pericolo che viene dalla propria estremità? E se qui da noi, poniamo, è la destra “italiana” a richiedere che si effettui una vigilanza esplicitamente rivolta a contenere il fenomeno dell’estremismo di destra “tedesco”, in che modo sarà possibile arginare il sospetto che si tratti di una mossa inopportuna o addirittura “a senso unico”, cioè facilmente strumentalizzabile da chi non aspetta altro per rianimare vecchi pregiudizi e vittimismi?

 

In realtà, quella della sicurezza non dovrebbe mai diventare una questione in grado di consentire (anche involontariamente) una polarizzazione: coinvolgere un gruppo rispetto ad un altro. Un tema così delicato deve essere affrontato mantenendo con saldezza un orientamento comune e quindi responsabilizzando l’intero tessuto della società.

 

W l’Italia

5 Maggio 2008

Nota redazionale: prima delle elezioni avevo notato un articolo di G. Schedereit che parlava dell’Italia. Si trattava di un elogio (sì, tutto sommato di un elogio) pronunciato da un politico “tedesco” e la cosa (visto il clima di denigrazione e di autodenigrazione che prende tutti quelli che s’impegnano in un’analisi della situazione certamente non prospera del Belpaese) mi aveva ovviamente incuriosito. Poi l’articolo (che avevo ritagliato) è andato perduto e per un pezzo non ci ho più pensato. Avendo conosciuto personalmente Schedereit qualche giorno fa, m’è tornato in mente l’articolo e me lo sono fatto spedire. Lo pubblico quindi qui come “testo salvato”. Con un’indicazione: trovo veramente molto bello questo testo, perché esprime lo spirito di quel “abbiamo bisogno di voi…” che chiudeva anche il mio disperato appello in Due Montagne. Buona lettura.

Provincialissimi Specialissimi

 

È stato stimolante andare a Roma ogni tanto, in questi due anni, per scambiare esperienze ed opinioni, non solo sulla propria provincia ma anche sul resto del mondo, italiano e non, con ecologisti da tutta Italia, al Consiglio Federale Nazionale dei Verdi, come delegato dei  VercVerdiGrüne (io li chiamo così, per rispetto delle minoranze), per farsi un’idea dell’evoluzione-involuzione di questa nostra povera Italia.

 

Anche nostra, sì, perchè bene o male rimarrà sempre tale anche per chi sbaglia l’accento (ed altro) scrivendo un intervento come questo. Nostra anche per chi non la considera né patria né matrigna – ma che comunque non chiude gli occhi davanti al fatto che l’Italia, nonostante tutto, rimarrà pur sempre, uno dei più preziosi, e più minacciati, patrimoni comuni a tutti noi europei. 

 

L’Italia così bella e impossibile, minacciata a morte nelle sue splendide fondamenta ambientali, nella sua millenaria cultura anche giuridica, da società civile accogliente inclusiva, da culla dello stato di diritto e della legge uguale per tutti: ora invece tristemente in procinto di ritornare peggior esempio della legge del (tycoon) più forte.

 

E chi lo dice che non si impara mai niente dagli esempi deterrenti, che è meglio lasciar perdere, ormai, lasciar fare a chi „di dovere“, a Bolzano, Trento, Roma ecc.? Mi sembra un atteggiamento da irresponsabili, e di tali ce ne sono già troppi, nella „casta“ politica. Come troppi sono gli indicatori internazionali che vedono l’Italia fanalino di coda in Europa:

 

Corruzione, criminalità organizzata, incertezza del diritto (e della pena), precariato, conflitti d’interesse, scempi ambientali, inefficienze nei servizi pubblici, partitocrazia con privilegi da record, depressione demografica, TV ed altri media ad infimi livelli di libertà qualità ecc.

 

Siamo in 58 milioni cittadini a sapere esattamente dove l’Italia fa acqua, e dove addirittura fa schifo. E noi sudtirolesi, autonomisti specialissimi, dovremmo essere gli unici a bendarci gli occhi, tapparci le orecchie, e pure la bocca? Noi gli unici contribuenti d’Italia a non esprimerci autonomamente, liberamente e, perchè no, altrettanto aspramente come tutti gli altri cittadini della Repubblica sanno all’occorrenza fare, su quello che si fa e si disfa a Roma anche a nome nostro, con i soldi anche nostri, con le istituzioni anche nostre, con la Costituzione anche nostra ?

 

Perchè solo noi dovremmo continuare a delegare tutto? Per convenienza? Ma quale convenienza: non ne vedo alcuna nel rinunciare ad informarsi, e a farsi sentire, da cittadini al 100 % e non allo 0,7 %!  Sui problemi più pressanti, a partire dal potere d’acquisto, in un mondo globalizzato, in questa nostra Europa che, bene o male, di fatto (e mi dispiace per Eva Klotz e Donato Seppi) non conosce più frontiere .

 

Le sfide più importanti, che sono sempre anche le più interessanti, i problemi che assillano l’Italia, minacciano anche noi ed il resto d’Europa. E certamente non sono risolvibili in un’ottica ristretta a una lobbying provinciale che più provinciale non si può.

 

Ma chi lo dice che noi, ed il resto d’Europa, non avremmo più niente da imparare dall’Italia, nemmeno in positivo ? Di solito, ci si limita alla cucina, al calcio, alla moda a al design. Si tende invece a tralasciare altri punti forti che ancora caratterizzano questo paese, per esempio la generosità nel volontariato, la cultura della pace, della vita (contro la pena capitale); le leggi-modello per l’integrazione dei più deboli nel mondo della scuola e del lavoro, per es. dei bambini diversamente abili (specialmente rispetto ai paesi di lingua tedesca). In questi campi, l’Italia non è seconda a nessuno, in Europa.

 

Questi ed altri lati positivi, oltre a quelli negativi menzionati prima, mi impediscono di condividere quello che mi sembra un  supremo, irresponsabile disinteresse per i destini di quest’Italia, molto diffuso nella nostra Provincia, riscontrabile anche - e questo mi dispiace molto - tra i VercVerdiGrüne.

 

Una forte non-curiosità, diciamo, cioè l’esatto contrario di quella qualità vitale di cui più abbiamo assoluto bisogno, per un futuro produttivo di questa nostra euregio privilegiatamente trilingue.

 

Poca voglia di conoscere condividere concordare: un atteggiamento, verso i travagli nazionali, tra l’impotenza il menefreghismo e la sufficienza, una certa indulgenza, se non addirittura rassegnata subalternità, rispetto alle inveterate pratiche verticistiche della partitocrazia in genere, quella ormai odiata dalla grande maggioranza degli italiani, la casta di politici professionisti senz’altro la più discreditata dell’Europa occidentale; una rassegnazione, per quanto riguarda la politica nazionale ed i livelli decisionali romani, rinunciataria “a prescindere”, mi è sembrato, tendente a delegare ad altri, a Trento od altrove (al limite anche per sette legislature), se non di fatto ai vari partiti specializzati in lobbying etnocentrica, l’esercizio della propria cittadinanza italiana ed europea, della propria piccolissima parte di (cor)responsabilità per gli enormi problemi e le grandi sfide della res publica.

 

Tanto noi siamo solo provinciali, provincialissimi specialissimi. Tanto vale deresponsabilizzarsi, chiamarsi fuori dal resto del paese, da problemi più grandi di noi e della nostra provincia, provare a fare lo struzzo, o ad immergerci in apnea, di fronte all’impegno, certo immane, di decifrare utilmente la cultura politica dei nostri vicini di casa, quando invece ci sono tanti altri paesi, magari molto più lontani, dove questa ricerca sembra molto meno “ingrata”, o no?  

 

Dispiace riscontrare questa non curiosità non solo in certi esemplari dell’ homo sudtirolensis, o bauzanensis, affetti da “Obrigkeitshörigkeit”, o dall’eterno impulso a correre in aiuto ad un’autorità (si spera vincente) più grande di noi, ma purtroppo anche in chi era chiamato, nel nostro piccolo, a rappresentare: sinceri teorici della interetnicità e dell’interculturalità (alla quale sarebbe dedicato proprio questo quest’anno 2008 ) ma spesso, a modo tutto nostro, tutto sudtirolese, non meno provinciali ed “ombelicocentrici” di altri, per quanto riguarda l’interesse per i destini dell’Italia.

 

Non me la sento di rappresentare più chi non sembra capace di quel minimo di curiosità e di empatia per i vicini di casa, del Sud come del Nord, che serve, nell’Europa del 21° secolo: serve per l’arrichimento professionale ed umano, e serve per le preoccupazioni anche gravi, che possono destare una regressione, non solo economica, dell’Italia. Uno Stato che comunque, anche se per ipotesi non ne facessimo parte, rimarrebbe, con la sua capitale, quello più vicino a noi, tra i quattro più grandi dell’Unione Europea.

 

E infine: chi se non noi dovrebbe ricordarsi che l’Italia vanta un pedigree storico da trendsetter politico-ideologico di prim’ordine, nel bene e nel male? Anche per questo motivo è da prendere sul serio, da scrutare sempre con grande attenzione, come uno sismografo, per il bene comune nostro e dell’Europa. E non solo in tempi di elezioni politiche.

 

Georg Schedereit

 

Sicurezza

5 Maggio 2008

Alcune riflessioni sul tema della “sicurezza”. A quanto pare questo è l’argomento, la chiave di volta, che ha sancito la recente vittoria elettorale delle “destre”. La mia opinione è che se le destre hanno colto con maggiore sensibilità la percezione di diffusa insicurezza che si respira in giro (a cominciare da quella originata dalla presunta minaccia degli immigrati) è anche indubbio che la risposta che esse possono dare non farà che aumentarla, l’insicurezza. Per dirla tutta: a me fa molta paura (fa molta più paura) la risposta che si vorrebbe dare al problema che lo stesso problema.

Gad Lerner, in un articolo pubblicato oggi su La Repubblica (lo si può leggere sul suo blog) esordisce molto opportunamente con questa domanda:

Se la vittima del pestaggio di Verona fosse stato uno straniero anziché il povero Nicola Tommasoli, un giovane dei “nostri”, oggi la città vivrebbe il medesimo turbamento?

Si tratta di una domanda retorica, ovviamente. Ma mette il dito nella piaga. Una piaga ben più profonda di quello che ci si può immaginare.

Può darsi che esista un problema “sicurezza”. Ma l’insicurezza riguarda tutti e non è interpretabile (come si vede) in base al facile schema “noi e gli altri”. Spesso (molto spesso) siamo proprio “noi” ad alimentare paure e insicurezze che poi ipocritamente proiettiamo all’esterno. Pensiamo a quei bravi cittadini di Amstetten, vicini di casa dell’abietto Josef Fritzl (sempre su Repubblica  di oggi se ne legge uno sconvolgente ritratto firmato da Giampaolo Visetti). Allora, dove si nasconde il pericolo? Cosa si nasconde sotto il pavimento di casa o dietro le finestre protette da molte tendine?

P.S. Quando si dice: chi semina vento… [leggi]

 

 

 

Per usare un’immagine calcistica – forse un po’ irriverente, ma facilmente comprensibile – possiamo dire che nella sua breve visita bolzanina, il Presidente Napolitano si sia comportato come un autorevole stopper. In antichità (anche il calcio ha la sua antichità) questo ruolo fu introdotto dopo la modifica della regola del fuorigioco, allorché si trattava di avere a disposizione un terzino centrale (chiamato poi per l’appunto “stopper”) in grado di contrastare il centravanti avversario. Popolarmente associato all’immagine di un atleta deciso e un po’ rude, colui al quale si lascia talvolta l’incombenza di “spazzare” l’area di rigore sbrogliando situazioni pericolose, talvolta questa maglia è stata però indossata anche da calciatori dotati di grande eleganza (pensiamo a figure come Giacinto Facchetti), abili cioè sia a costituire un baluardo difensivo, sia a proporsi “in avanti”, iniziando la fluidificante realizzazione di trame buone a rilanciare il gioco.

 

Certo, l’incontro di ieri non aveva le caratteristiche di una una partita dai toni accesi, in campo non erano presenti insomma veri e propri “avversari” – anche se talvolta i rapporti tra Stato e Provincia possono risultare conflittuali –, bensì persone consapevoli che l’ulteriore progresso di questa terra può nascere dalla riduzione delle occasioni di attrito e dalla creazione di progetti che sappiano mediare gli interessi e le esigenze di tutte le parti.

 

E proprio questo è l’aspetto, per nulla retorico, che merita di essere evidenziato. Una volta driblate o rinviate le questioni più spinose esposte da alcuni contestatori (grazia agli ex attivisti, protesta degli scontenti nazionalisti, malumori degli ecologisti No-Tav), il Presidente-stopper, dicevamo, non si è limitato a definire e difendere con rigore la sua area istituzionale e la propria funzione di “contenimento”. Il passaggio più propositivo, tra i discorsi fatti, è stato senza dubbio quello relativo alla necessità di calibrare una ricetta di successo (qual è l’autonomia) su innovazioni che in primo luogo devono essere discusse e condivise da tutta la popolazione locale. Una volta assicurata la tenuta di un “sistema” che poggia su solide garanzie nazionali (qui ha fatto benissimo Napolitano a ribadirlo) e internazionali, la responsabilità di adeguare la cornice di norme “speciali” alle sfide del futuro va attribuita alla collettività degli altoatesini e dei sudtirolesi, rimessi per così dire ad un destino di reciproca tutela e valorizzazione delle differenze che paradossalmente (ma è un paradosso apparente) alla fine li uniscono.

 

Se esistono nodi irrisolti, questo il nocciolo del messaggio presidenziale, si potranno sciogliere soltanto usando entrambe le mani.

 

 

Ad onor del vero:

 

Ad onor del vero questo mio editoriale sulla visita presidenziale non corrisponde a tutto quello che penso. Ci sarebbero cioè un paio di notarelle da aggiungere al margine, ma la “consegna” era: mira al sodo e soprattutto metti in luce quello che è positivo. Siccome di positivo ce n’era, non mi sono sottratto. Però adesso le note le metto:

 

1. Oscar Ferrari ha messo il dito nella piaga. Facchetti era uno stopper? Secondo me era, è stato anche uno stopper. Ma attendo con trepidazione pareri più fondati del mio.

 

2. http://villanders117.blog.lemonde.fr/2008/04/29/stopp-bbt/

 

3.http://riccardodellosbarba.wordpress.com/2008/04/29/tunnel-faccia-a-faccia-con-napolitano/

 

 

La baviera e la padania

27 Aprile 2008

Molto interessante il fondo di Sergio Romano, pubblicato oggi dal Corriere della Sera. Una “visione” che avrebbe tanto più senso qui. Toc toc toc, Tommasini, se ci sei batti un colpo.

Leggi l’articolo di Sergio Romano

Flash-back

25 aprile

24 Aprile 2008

Domani è il 25 aprile. Per me si tratta di una data importante, una di quelle date - fra l’altro - che potrebbero essere “festeggiate” da tutti i sudtirolesi (senza divisioni di lingua). Avrei voluto scrivere qualcosa, ma stamani, sulla Tageszeitung, è uscito un editoriale di Arnold Tribus che giudico impeccabile. Quindi me lo sono fatto spedire e lo pubblico ringraziando l’autore. Si intitola “Resistenza“.

 

Morgen ist der 25. April, Tag der Befreiung, noch ein Staatsfeiertag, denn die Reihen der Partisanen, die den Fall des Faschismus mit Inbrunst und Überzeugung feiern, werden immer lichter, und die neuen Machthaber halten wenig von der Resistenza. Wie wir Südtiroler. Geht uns alles nichts an, dass wir in Bozen ein Konzentrationslager hatten, weiß fast niemand, am Montag wird der Herr Staatspräsident der übrig gebliebenen Mauer einen Besuch abstatten. Damit wir nicht vergessen.  In den Städten finden sehr bescheidene Feierlichkeiten statt, alles läuft nach einem bürokratischen Ritual ab, die Stadtpolizisten eskortieren den Herrn Bürgermeister und die Vertreter der Partisanen, es werden Kränze deponiert. Das ist auch alles. Wie gesagt, uns Deutsche betrifft das alles nicht, sieht man vom Herrn Vizebürgermeister einmal ab, der aus politischem Anstand und persönlicher Überzeugung, will ich hoffen, mitgeht.

 

Mich erschüttert es jedes Jahr neu, dass die Befreiung vom Faschismus ohne Deutsche gefeiert wird, wo uns der Faschismus doch so viel Leid und Schmerz zufügte, uns Grund und Boden nahm, uns zu Fremden im eigenen Land machte, uns unsere kulturelle Identität nehmen wollte, uns unsere Sprache und Schule, unsere schönen Bräuche verbot, unsere Trachten und Schürzen, die deutsche Presse, die deutschen Parteien, die deutschen Gewerkschaften, alles, was uns als Tiroler Volk auszeichnete. Dieses Regime wurde endlich besiegt, das demokratische Italien feiert die Wiedergeburt der Demokratie durch die Resistenza, die der alte Partisan und spätere Staatspräsident Sandro Pertini als „zweiten Risorgimento“ bezeichnete, und wir tun weiterhin so, als beträfe uns das alles nicht, obwohl wir ja nicht müde werden, als Opfer des Faschismus herumzuplärren  und unseren Sonderstatus in der Republik ja immer als Wiedergutmachung der Schandtaten des Faschismus zu legitimieren und zu rechtfertigen.

 

Kaum jemand unserer Leute weiß, was denn am 25. April eigentlich begangen wird. Es ist ein Staatsfeiertag, aber was haben wir damit denn zu tun? Traurig. Wir haben laut Parteidoktrin ja eine andere Geschichte. Ist es etwa die, die sagt, dass die Nazis am 8. September 1943 Südtirol befreit haben, als diese unter dem Jubel der Bevölkerung das Land besetzten und hier Naziland errichteten? Man war die Faschisten los und hatte dafür die Nazis, war Reich, beim Führer. Glücklich. Das demokratische Bewusstsein war so groß, dass die schwarze Diktatur durch die braue ausgetauscht wurde. Seither dominiert bei uns wie in breiten Kreisen Deutschlands die Vorstellung, dass es am 8. Mai keine Befreiung gegeben habe, sondern Niederlage, Katastrophe, Kapitulation. Seither geht die Verklärung der Nazizeit im Lande weiter, es werden stramme Nazigeschichten erzählt, es lebe die Wehrmacht, die Opfer war,  Täter waren die anderen, die als Befreier gelten. Damit will ich nicht die hemmungslosen Plünderungen und Zerstörungen der Roten Armee am Ende des Krieges rechtfertigen, das Elend der Flüchtlinge und Vertriebenen, die entsetzlichen Massenvergewaltigungen und Gewalttaten aller Art, um Gottes willen, man kann aber nicht Tote verrechnen, wennschon muss man sie zusammenzählen. Und wie die Alten sungen, so zwitschern auch die Jungen. Und wir wundern uns über junge Nazis. Erschreckend, dass es in einem Land wie Südtirol, das von den Nazis verraten wurde, Nazihorden herumrennen, ungestraft, gedeckt, verstanden, entschuldigt und gehätschelt.

 

Erschreckend, dass es in diesem Land, das unter dem Joch des Faschismus zu leiden hatte, keine antifaschistische Kultur gibt, der Antifaschismus kein Wert ist. Woher soll die Jugend das auch nehmen? Im „Geschichtlichen Abriss“ des „Südtirol Handbuches“ der Südtiroler Landesregierung kommt der 25. April 1945 gar nicht vor. Kein Südtirol-relevantes Datum. Sagt eigentlich alles. Wir sind ja nicht befreit worden. Wie schön wäre es gewesen in Naziland! Schlimm. 

 

arnold.tribus@tageszeitung.it 

 

Il Sudtirolo è nostro

20 Aprile 2008

Forse possiamo svolgere un’analisi delle elezioni politiche appena archiviate e provare, in forma di rapidi appunti, a gettare uno sguardo sullo scenario relativo al voto provinciale di ottobre. Molte parole sono state già spese per analizzare la debâcle della Svp e del centrodestra italiano (che in provincia di Bolzano, presentandosi con candidati imposti dalle segreterie nazionali e con una linea strategica a dir poco confusa, è stato punito da un risultato in controtendenza rispetto al resto del paese). Sufficiente attenzione è stata poi dedicata anche al fenomeno di fluidificazione del consenso in direzione di forze (come la Lega o i Freiheitlichen) caratterizzate da posizioni fortemente accentate, talvolta decisamente rozze (per esempio in relazione alla questione dell’immigrazione), ma proprio per questo capaci d’intercettare e di fondere istanze di protesta e rivendicazioni programmatiche ben delineate.

Rimane da esaminare in modo più lucido quanto avvenuto nel campo degli altri sconfitti, tenendo però conto di alcune asimettrie che richiedono distinzioni importanti. Da un lato abbiamo la mancata rimonta del Pd nei confronti del Pdl nella competizione per palazzo Chigi, compensata in ogni caso dall’ottimo risultato in provincia (anche grazie ad un sostanzioso voto transetnico: speriamo l’inizio di una tendenza e non un episodio circoscritto); dall’altro il crollo della cosiddetta “sinistra antagonista”, qui da noi reso più marcato da un’alleanza (quella rosso-verde) che comunque non si riproporrà a livello provinciale, consentendo così ai Verdi locali di riacquistare tutta la loro visibilità e di sfruttare il contributo delle BürgerListeCiviche, una formazione fortemente radicata sul territorio e attraente per tutti coloro che vorranno continuare a contestare il potere assoluto della Svp senza per questo premiare proposte di destra o populiste.

“Südtirol gehört dir, nicht der Svp” era lo slogan, senz’altro azzeccato, utilizzato dai Freiheitlichen nella loro campagna elettorale. Il Sudtirolo è tuo (quindi nostro), non della Svp (o almeno: non “solo” della Svp). Sarebbe bello se un messaggio del genere cominciasse a permeare la coscienza collettiva futura e si caricasse di valenze costruttive, legate quindi ad una declinazione quanto più larga di quel pronome (“noi”). Un Sudtirolo che “ci” appartiene è un Sudtirolo più pluralistico, più aperto, più consapevole della propria ricchezza multiculturale. Un Sudtirolo orientato a interpretare l’autonomia come una mobile cornice di libertà, equità e sviluppo per tutti quelli che vi abitano. Speriamo che le prossime elezioni possano contribuire a crearlo.

 

 

Alla fine la metafora le si è ritorta contro. Quel blockfrei, “a mani libere”, o più letteralmente “fuori dai blocchi”, non ha consentito alla Svp di consolidare il proprio ruolo di esclusivo punto di riferimento dell’autonomia e arrestare l’erosione del consenso che l’ha portata, nelle ultime quattro elezioni per la Camera, dal 64,5% (1996) all’odierno 44,3% (peggior risultato di tutta la sua storia e mancata rappresentanza romana degli Arbeitnehmer). Un po’ meglio è andata al Senato (dal 62,2% al 52,9%, sempre considerando le ultime quattro tornate elettorali). Ma anche lì, tanto per dire, la senatrice Helga Thaler-Außerhofer, considerata una “dura e pura”, ha subito nel suo comune di provenienza un’emorragia di ben venti punti percentuali. Adesso è chiaro che dovranno essere esaminati con cura tutti i nodi venuti al pettine.

 

Allora: perché la Svp ha perso e sta perdendo così tanti elettori? In un sondaggio pubblicato su Südtirol online, e significativamente intitolato “der Tag dannach” (il giorno dopo, come quando si parla di cataclismi) le risposte degli utenti indicavano in ordine decrescente le seguenti cause: arroganza del potere, sostegno al governo Prodi, accaparramento delle poltrone, questione immigrati, carovita. Il quadro che se ne ricava mi pare questo: l’elettorato di lingua tedesca non è più disposto a delegare ad un partito avvertito sempre più come mera struttura verticistica e clientelare le sorti di un’autonomia gestita alla stregua di un’azienda privata. Il fatto che le perdite di voti si siano indirizzate addirittura verso i partiti nazionali (nei contesti cittadini ha chiuso molto bene il Pd) e massicciamente verso la destra populista e xenofoba (nei contesti rurali, dove l’alleanza tra Verdi e sinistra radicale ha probabilmente inibito il popolo delle liste civiche) è il segno, ancorché politicamente contraddittorio, di un crescente bisogno di partecipazione che sale dal basso. Intercettare questo bisogno non sarà facile, anche perché si tratta di capire a cosa e a chi dare più ascolto (e già questo, dover ascoltare piuttosto che farsi ascoltare, è un cambiamento straordinario).

 

A questo punto torniamo alla metafora di partenza. Per molti dei suoi elettori la semplice formula “siamo fuori dai blocchi” non è evidentemente parsa convincente o comunque sufficiente. C’è, in essa, un fondo di ambiguità (non stiamo con nessuno, quindi con tutti) che non risulta persuasivo quando si avverte invece l’urgenza di scelte di campo nette e precise. Una volta messa con le spalle al muro, nei prossimi mesi vedremo quale sarà la strada che la Svp deciderà di imboccare e, soprattutto, quali interlocutori vorrà avvicinare per sfuggire all’ambiguità che la sta dissanguando.

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