La transizione possibile (senza ironia)
3 Dicembre 2008
A proposito di certi momenti definiti “di passaggio”, con l’ironia che lo contraddistingueva, una volta Ennio Flaiano ha notato: “Sì, viviamo in un’epoca di transizione, come sempre, del resto”. Eppure, ironia a parte, è indubbio che la prossima legislatura provinciale si annuncia davvero con elementi di discontinuità rispetto al passato. E questo, in evidente contraddizione rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare dalla probabile formazione di un governo molto simile a quello precedente, deriva in primo luogo dal fatto che l’inedita debolezza del partito di raccolta ci obbliga a verificare costantemente il complesso sistema di equilibri sin qui consolidato.
Sul versante dei partiti “italiani”, la situazione che si è delineata è comunque abbastanza chiara. Il Pdl, presentatosi alle elezioni con due alfieri “predestinati” a non essere influenti nell’ambito della nuova Giunta, ha registrato la vittoria soltanto “morale” della corrente “moderata” (rimasta dunque ancora ipotetica) e si è per l’ennesima volta autocondannato a non uscire dall’angolo del suo sterile ruolo d’opposizione. Il Pd invece – anche se attualmente piagato da conflitti interni che andrebbero al più presto risolti – è riuscito ancora una volta a mostrare che l’unica strada alla fine praticabile è quella di una ricerca paziente della collaborazione con la Svp, non alzando i toni della discussione sulle questioni simboliche o di fondo, ma privilegiando piuttosto scelte basate sul pragmatismo e sulla fiducia reciproca.
In questo modo è stato scongiurato il pericolo che a un certo punto si era pure profilato, allorché i veti incrociati tra i partiti “italiani” sembravano spingere la Svp a puntare su una soluzione meramente “etnica”. Ciò avrebbe significato un notevole passo indietro sul piano della collaborazione tra i gruppi linguistici, incrementandone anzi il potenziale conflittuale sempre latente. E con una destra “tedesca” mai stata così forte, c’è da credere (o almeno da sperare) che anche dalle parti di via Brennero l’ipotesi di una gestione più “condivisa” dell’autonomia non sia ritenuta possibile soltanto in virtù della boutade di Siegfried Brugger, mediante cioè un’apertura del partito di raccolta agli “italiani” in via di assimilazione.
Intanto, è auspicabile che le recenti dichiarazioni d’intenti formulate da Christian Tommasini (“il Pd accetterà di entrare in giunta soltanto se ci sarà un progetto di modernizzazione dell’autonomia, di promozione delle tutele sociali, di difesa delle famiglie e una scuola orientata al plurilinguismo”) non restino sulla carta. Soltanto così, peraltro, la transizione della quale si diceva potrebbe compiersi nella direzione più vantaggiosa per tutti e non nel modo ironico sottolineato da Flaiano.
L’animale ferito
28 Novembre 2008

L’animale ferito guarda agli “italiani”
La Svp è come un animale ferito. Un animale ferito, all’improvviso accortosi che anche il territorio nel quale fino a poco tempo fa si muoveva con tanta sicurezza, con tanta confidenza, ha cominciato a cambiare, a non offrire più quei punti di riferimento che finora erano parsi, se non proprio immutabili, almeno stabili e affidabili.
La crisi d’identità del partito di via Brennero è talmente profonda che neppure il salvataggio in extremis della maggioranza dei seggi in Consiglio provinciale è in grado di nasconderne, nel medio e lungo periodo, i possibili effetti. E questi ultimi sono innanzitutto da vedere nella perdita di sostanza dei due dati che più di ogni altri ne qualificavano l’identità: da un lato l’aspirazione a considerarsi l’interprete esclusivo della volontà dei sudtirolesi di lingua tedesca e ladina; dall’altro – elemento collegato al primo, ma se possibile ancora più lacerante – l’essere ormai diventato (per convinzione o per disperazione) un partito votato anche dagli “italiani” e dunque, almeno potenzialmente, limitato rispetto alla determinazione “etnica” insita nella sua stessa ragion d’essere.
È possibile misurare il senso di questo mutamento comparando due interviste, ambedue fatte dal settimanale “ff” all’ex Obmann del partito, in tempi diversi. Cinque anni fa, nonostante già si delineassero con evidenza alcuni dei processi oggi pienamente conclamati, e nonostante l’importante contributo elettorale dato anche in quella circostanza dal voto “italiano”, Brugger non trovò di meglio che ribadire una linea d’intransigente chiusura. Se gli italiani ci votano – così più o meno suonava il messaggio – sono affari loro. Cinque anni dopo, invece, il messaggio è diverso: se gli italiani ci votano, se addirittura ci “salvano”, è una cosa che ci riguarda da vicino, troppo da vicino per continuare a far finta di nulla.
Certo, l’attuale percezione del “problema” non suggerisce ancora la sua eventuale soluzione. E si potrebbe qui sottilizzare sul fatto che, se davvero di un problema si tratta, questo significa che per adesso sono ancora gli aspetti negativi, per l’appunto “problematici”, a prevalere all’interno di un quadro suscettibile, ad altri occhi, di essere visto con maggiore fiducia. La domanda da porre allora diventa: la Svp sarà in grado di adattare la propria vocazione “territoriale” a una gestione del potere più inclusiva, più duttile ma soprattutto più aperta rispetto alle nuove istanze che provengono dalla società? Peraltro, la risposta a un quesito del genere non riguarda solo il destino di un unico soggetto politico, ma avrà conseguenze che investono tutti. Non ci rimane che attendere.