La vita? Un problema di comunicazione
9 Marzo 2008
Stasera, su LA 7, è andata in onda una puntata del programma condotto da P. Battista (L’altra storia) dedicata alla televisione. Ad un certo punto, trattando l’epoca del passaggio dal monopolio di stato all’avvento delle reti private, hanno fatto vedere un video d’epoca, con un Silvio Berlusconi ancora in capelli (lunghi dietro) e basette che pronosticava miracoli. La cosa che ovviamente veniva da pensare era questa: un episodio tutto sommato di storia “marginale” (inerente cioè la comunicazione di massa) che però, di lì a poco, avrebbe influenzato l’intera vita economica, politica e financo culturale del Paese. Non è raccapricciante?
Vi trascrivo un pezzettino del libro di Alexander Stille, Citizen Berlusconi, che ho già avuto occasione di consigliare:
Ma forse la chiave del successo televisivo di Berlusconi sta nel fatto di essersi avvicinato al settore da un’angolazione opposta rispetto alla concorrenza. Gli editori “di carta” pensavano che la chiave del settore televisivo fosse il contenuto editoriale; Berlusconi capì che la linfa vitale della tv era la pubblicità. A causa delle rigorose limitazioni pubblicitarie in Rai, che rendevano gli spot televisivi inarrivabili per la maggior parte delle imprese, Berlusconi capì che esisteva un vasto mercato vergine d’imprese di medie dimensioni che avrebbero potuto trasformarsi in marchi a livello nazionale se avessero potuto raggiungere il pubblico televisivo. Il problema era che alcune di queste aziende non sapevano ancora di voler fare pubblicità in televisione o su un canale nuovo e non sperimentato: Berlusconi doveva convincerle . Era la stessa cosa che aveva detto sulle donne: “Pensa quante donne al mondo vorrebbero venire a letto con me e non lo sanno. La vita è un problema di comunicazione”.
http://www.youtube.com/watch?v=8kCmZ4F23cE
Grandi edifici di idee
29 Febbraio 2008

Su impulso di Lucio Giudiceandrea, apro questo nuovo thread di discussione “filosofico”:
“… je mehr jemand ungestört in seiner eigenen studierstube vor sich hin philosophieren kann, umso eher mag er geneigt sein, große ideengebäude zu entwickeln und an solche zu glauben.”
(”… quanto più qualcuno può filosofeggiare indisturbato nel suo studio, tanto più sarà portato a sviluppare grandi edifici di idee e a credere in questi.”)
Il passo è tratto da un’intervista all’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt. Penso esprima molto bene la sua avversione per le ideologie: i sistemi di pensiero (politico e filosofico) che sono, se vogliamo, brillanti e coerenti al loro interno, ma che inevitabilmente finiscono per travisare la realtà. L’ideologia come schema di interpretazione del mondo che non parte dai fatti, ma che cerca di spiegare i fatti in base a idee pre/concette.
Don Chisciotte, che va in giro nel mondo trovandoci quel che aveva letto nei libri, è in questo senso una vittima della propria ideologia (o meglio: mitologia). Non vorrei essere frainteso. Il cavaliere dalla triste figura è simpaticissimo: tutti siamo un po’ dei Don Chisciotte. C’è addirittura un personaggio di Dostojevskij che dice che Cervantes ha scritto quella storia in risposta alla domanda: “chi è l’uomo?”.
Vi è però almeno un ambito nel quale, a mio parere, dovremmo in tutti i modi cercare di fare a meno delle ideologie. Questo ambito è la politica, intesa come sforzo di lettura e di intervento sulla realtà.
Vivere qui
29 Febbraio 2008
Nei numeri di gennaio e febbraio del mensile locale “Brixner” ho pubblicato due piccoli articoli in tedesco [qui] e [qui]. Oggi, contestualmente all’uscita del secondo, ho scritto anche il terzo, completando così una specie di piccola trilogia sul tema dell’”integrazione”. Ripropongo i primi due scritti in lingua italiana insieme alla conclusione. Lo sfondo teorico sul quale vanno letti è - manco a dirlo - il testo “Due Montagne“.
Structuralisms/Foucauldian/Agamben/Agamben.jpg)
Post scriptum: All’inizio della trilogia “Vivere qui” ho apposto una epigrafe: “Talvolta la più drastica limitazione della libertà non sembra consistere nel divieto di essere ciò che si è, ma nell’obbligo di non poter rinunciare ad essere ciò che si è“. In un piccolo libro di Giorgio Agamben (La comunità che viene, Einaudi e poi, edizione aggiornata, Bollati Boringhieri) si trova un capitolo intitolato “Agio”. Leggo:
Secondo il Talmud, ciascun uomo ha due posti che lo attendono, uno nell’Eden e l’altro nel Gehinnom. Il giusto, dopo che è stato trovato innocente, riceve nell’Eden il suo posto, più quello del suo vicino che si è dannato. Il malvagio, dopo che è stato giudicato colpevole, riceve all’inferno la sua parte, più quella del vicino che si è salvato. Per questo nella Bibbia è scritto dei giusti che nel loro paese riceveranno il doppio e dei malvagi: “distruggili con una doppia distruzione”.
È interessante a questo punto notare come Agamben introduca il tema dell’agio:
Il multiplo luogo comune, che nel Talmud si presenta come il posto del vicino che ciascun uomo immancabilmente riceve, non è che l’avvenire a se stessa di ogni singolarità, il suo essere qualunque - cioè tale e quale. Agio è il nome proprio di questo spazio irrappresentabile. (sott. mia)
Detto altrimenti: Dis-agio potrebbe voler dire: una drastica riduzione dell’avvenire a se stessa di ogni singolarità che coincide con un’individuazione (un solo posto, anziché due) capace di sottrarre spazio (e tempo) al nostro essere qualunque [quodlibet]. Per questo nel testo “Vivere qui” (che costituisce in ultima istanza una riflessione sul “dis-agio”) ho parlato spesso di Einengung e di Verschränkung…
Ancora una citazione dal testo di Agamben:
Il termine agio indica infatti, secondo il suo etimo, lo spazio accanto (ad-jacens, adjacentia), il luogo vuoto in cui è possibile per ciascuno muoversi liberamente, in una costellazione semantica in cui la prossimità spaziale confina col tempo opportuno (ad-agio, aver agio) e la comodità con la giusta relazione. I poeti provenzali (nelle cui canzoni il termine compare per la prima volta nelle lingue romanze, nella forma aizi, aizimen) fanno dell’agio un terminus technicus della loro poetica, che designa il luogo stesso dell’amore. O, meglio, non tanto il luogo dell’amore, quanto l’amore come esperienza dell’aver-luogo di una singolarità qualunque. In questo senso, agio nomina perfettamente quel “libero uso del proprio” che, secondo un’espressione di Hölderlin, è “il compito più difficile”. “Mout mi semblatz de bel aizin“: questo è il saluto che, nella canzone di Jaufré Rudel, gli amanti si scambiano incontrandosi.
Filosofia
26 Febbraio 2008

Visto il grande successo del thread dedicato a “Le parole e le cose”, ho deciso di inserire una nuova categoria di [SegnaVia] nella quale stipare tutte quelle discussioni particolarmente interessanti dal punto di vista della riflessione. La categoria si chiamerà, per l’appunto, filosofia.
Le parole e le cose
19 Febbraio 2008

In un commento aggiunto in coda al post Étranger, Lucio Giudiceandrea ha formulato un curioso desiderio:
Mi piacerebbe discutere su questo tema: le parole. Cosa sono? Come vengono usate? Come possono venire usate? Quali effetti e conseguenze hanno? In quale modo incidono sulla realtà?
Sono ovviamente domande che fanno tremare i polsi (se non altro in considerazione del fatto che la riflessione sull’essenza del linguaggio - e sulla relazione che lega il linguaggio al mondo - ha attravesato circa 2500 anni di storia della filosofia). In un primo momento avevo pensato di affidare allo stesso Giudiceandrea la prima mossa, cioè il post di apertura. In questo modo avremmo potuto anche conoscere subito il motivo di questa sua esigenza. Stasera, però, stavo leggendo (anzi: leggiucchiando) l’introduzione al pensiero di Wittgenstein che correda il volume a lui dedicato dal Sole 24 ore e mi sono imbattuto in questo passo:
La molteplicità degli usi e conseguentemente dei significati secondo i quali è possibile ingaggiare l’impiego di una parola, di un concetto, e, in connessione di ciò, l’assunzione della matematica non più come un corpo unitario di proposizioni derivate per estensioni successive da alcune proposizioni primitive della logica, ma come un fascio di discipline, di tecniche variamente imparentate fra loro, costituivano gli strumenti teorici con i quali W. metteva in discussione il modello tradizionale e scolasticistico del concetto come unità formale, invariante e indifferenziata, come unità definitoria rigida e conclusivamente delimitata entro la quale sarebbe possibile ridurre classi di oggetti, eventi, processi.
Porcaccia miseriaccia! Ma questa è esattamente una confutazione del modo di pensare di Lucio (mi sono detto). Chi, se non lui, adotta “il modello tradizionale e scolasticistico del concetto come unità formale”? Chi, se non lui, ritiene che esso sia “invariante e indifferenziato”, un’”unità definitoria rigida e conclusivamente delimitata entro la quale sarebbe possibile ridurre classi di oggetti, eventi, processi” e… (anche) gruppi linguistici?
OK. Adesso io ho buttato l’esca. Vediamo se il pesce-Lucio abbocca…