Ponti
25 Maggio 2008

Ieri è ritornata (nelle immagini e nei discorsi) la metafora del “ponte”. Anzi, dei “ponti”, come le due strutture che escono dalla bocca del nuovo Museion e attraversano il Talvera, a Bolzano. Durnwalder (in settimana già celebrato al parlamento di Vienna come “decimo Landeshauptmann austriaco”) ha detto: “Siamo stati da sempre terra di passaggio di re e imperatori, ma anche di poeti e artisti. Anche oggi abbiamo questo compito di territorio di confine. Così come abbiamo deciso di realizzare il BBT, tramite cui si assicurerà il corridoio Berlino-Palermo, altrettanto abbiamo voluto questo Museion: come con il primo garantiremo un pasaggio morbido dal Nord al Sud, così con il secondo garantiremo un passaggio morbido da una cultura all’altra”. Caspita. Parole grosse. Parole pesanti. Fondamentalmente parole vuote.
Di ponti per esempio si parla meno a proposito di scuola. Qui i ponti latitano. O meglio, ci passano alti sopra la testa, congiungendo magari Trento e Innsbruck, ma bypassando Bolzano [leggi]. Oppure addirittura crollano, come nel caso della scuola elementare in lingua tedesca “Antonio Rosmini” di Gries, ribattezzata di recente “Grundschule”, con un’operazione di disprezzo per una possibile cultura condivisa e per giunta “tirolese” (lo ricordava Florian Kronbichler nel suo editoriale di stamani, ma farebbero bene a ricordarlo anche il nostro Lorenz Puff, per esempio, impegnandosi in una battaglia di civiltà e di autentico rispetto delle tradizioni e delle memorie “autoctone”):
“Scuola Rosmini” non è Piazza Vittoria. E Antonio Rosmini, cittadino del vecchio Tirolo asburgico, con il fascismo non c’entra niente. Benedetto XVI, il Papa tedesco, l’anno scorso l’ha promosso agli onori degli altari. Eppure il suon nome doveva sparire. Parlare di “ritorno al nome originale” è fuorviante, essendo “Grundschule Gries” una mera indicazione, quindi un non-nome. Si è fatto come già con l’auditorium Joseph Haydn che non si dovette più chiamare così per non dare agli “italiani” alcun pretesto per intitolare a Giuseppe Verdi il Nuovo teatro comunale.
Insomma. Ponti. Ricordate Kafka e il suo “uomo-ponte”?
Ich war steif und kalt, ich war eine Brücke, über einem Abgrund lag ich. Diesseits waren die Fußspitzen, jenseits die Hände eingebohrt, in bröckelndem Lehm habe ich mich festgebissen. Die Schöße meines Rockes wehten zu meinen Seiten. In der Tiefe lärmte der eisige Forellenbach. Kein Tourist verirrte sich zu dieser unwegsamen Höhe, die Brücke war in den Karten noch nicht eingezeichnet. – So lag ich und wartete; ich mußte warten. Ohne einzustürzen kann keine einmal errichtete Brücke aufhören, Brücke zu sein.
Einmal gegen Abend war es – war es der erste, war es der tausendste, ich weiß nicht, – meine Gedanken gingen immer in einem Wirrwarr und immer in der Runde. Gegen Abend im Sommer, dunkler rauschte der Bach, da hörte ich einen Mannesschritt! Zu mir, zu mir. – Strecke dich, Brücke, setze dich in Stand, geländerloser Balken, halte den dir Anvertrauten. Die Unsicherheit seines Schrittes gleiche unmerklich aus, schwankt er aber, dann gib dich zu erkennen und wie ein Berggott schleudere ihn ins Land.
Er kam, mit der Eisenspitze seines Stockes beklopfte er mich, dann hob er mit ihr meine Rockschöße und ordnete sie auf mir. In mein buschiges Haar fuhr er mit der Spitze und ließ sie, wahrscheinlich wild umherblickend, lange drin liegen. Dann aber – gerade träumte ich ihm nach über Berg und Tal – sprang er mit beiden Füßen mir mitten auf den Leib. Ich erschauerte in wildem Schmerz, gänzlich unwissend. Wer war es? Ein Kind? Ein Traum? Ein Wegelagerer? Ein Selbstmörder? Ein Versucher? Ein Vernichter? Und ich drehte mich um, ihn zu sehen. – Brücke dreht sich um! Ich war noch nicht umgedreht, da stürzte ich schon, ich stürzte, und schon war ich zerrissen und aufgespießt von den zugespitzten Kieseln, die mich immer so friedlich aus dem rasenden Wasser angestarrt hatten.
Ricordate Langer (lui sì, vero “uomo-ponte”) e il suo San Cristoforo?
Caro San Cristoforo, non so se tu ti ricorderai di me come io di te. Ero un ragazzo che ti vedeva dipinto all’esterno di tante piccole chiesette di montagna. Affreschi spesso sbiaditi, ma ben riconoscibili. Tu – omone grande e grosso, robusto, barbuto e vecchio – trasportavi il bambino sulle tue spalle da una parte all’altra del fiume, e si capiva che quella era per te suprema fatica e suprema gioia…
Un ponte che ci faccia passare dalla suprema fatica alla suprema gioia. Lo saremo mai?
Allegato: l’articolo di Florian Kronbichler
La scuola italiana dà forfait?
16 Marzo 2008
Come annunciato, mi sono fatto spedire l’editoriale odierno da Florian Kronbichler e lo pubblico qui. Grazie Flor.
Mi è capitato in settimana, ad un dibattito all’università di Salisburgo, di suscitare le risate della platea con una battuta sui miei compatrioti. Il senso della vita dei sudtirolesi, avevo detto, “è di morire in forma”. Voleva essere un’allusione a quella certa voglia, anzi, frenesia di competere. Stiamo estendendo il metro dello sport e l’esempio di Denise Karbon e Manfred Mölgg a tutte le dimensioni della vita. Il motto olimpico del “citius, altius, fortius” sta diventando principio di vita quotidiana.
La prova della mia scellerata affermazione l’ho avuta al rientro a Bolzano, trovando sui giornali miriadi di piazzamenti eccellenti in altrettante competizioni d’eccellenza: le nostre scuole oramai non si limitano più a dar voti e pagelle ai loro alunni, ma li coinvolgono in veri e propri campionati. Solo della settimana scorsa sono i risultati dei “campionati provinciali” di matematica, di filosofia, di lingue straniere nonché di cultura politica. Sono poi legioni i giovani sudtirolesi che hanno partecipato – ed eccelso – al concorso di “prima la musica” svoltosi a Kufstein nel Tirolo. Più di 50 si sono qualificati per la finale austriaca che si terrà a Vienna. E non vogliamo menzionare i tornei oratori, apprezzatissimi fra i giovani del Bauernbund e della SVP. Ci troviamo in perenne competizione e un piazzamento ai “campionati” tende ad avere la meglio sulla sufficienza in pagella.
Il fatto potrebbe essere liquidato come una delle nostre peculiarità “autonome”. Assume però valenza politica dal momento in cui si circoscrive pressoché esclusivamente alla scuola tedesca. A giudicare dalle “gare” in atto, essa appare infinitamente più competitiva, più “sportiva” di quella italiana. Lo si è notato, per la prima volta, anni fa in occasione dei cosiddetti test “Pisa”. La Germania che aveva raggiunto un risultato mediocre, era subito sprofondata in una crisi d’identità. L’Italia invece, arrivata ultima in Europa, non sentiva alcun bisogno di occuparsene. La scuola tedesca in Sudtirolo arrivò fra i primi, “ovviamente”.
Ne chiesi spiegazioni ad una insegnante d’italiano di Bolzano. Risultato: Non sapeva neppure che cosa fosse il test “Pisa”. Ed era un’insegnante brava. Scuola tedesca e scuola italiana in Sudtirolo sono scuole divise non più solo per lingua, ma, apparentemente, anche per cultura e concezione di vita. Me lo dimostra un episodio della settimana scorsa: L’ufficio stampa della Provincia dava i vincitori del concorso di “cultura politica”, divisi per tipo e grado di scuola. Per ultima era aggiunta la “categoria unica: scuole italiane e ladine di tutti i tipi e gradi”. E chi erano i vincitori? Tre ladini. Che la scuola italiana, al campionato sudtirolese, abbia già dato forfait?