Come annunciato, mi sono fatto spedire l’editoriale odierno da Florian Kronbichler e lo pubblico qui. Grazie Flor.

Mi è capitato in settimana, ad un dibattito all’università di Salisburgo, di suscitare le risate della platea con una battuta sui miei compatrioti. Il senso della vita dei sudtirolesi, avevo detto, “è di morire in forma”.  Voleva essere un’allusione a quella certa voglia, anzi, frenesia di competere. Stiamo estendendo il metro dello sport e l’esempio di Denise Karbon e Manfred Mölgg a tutte le dimensioni della vita. Il motto olimpico del “citius, altius, fortius” sta diventando principio di vita quotidiana.  

La prova della mia scellerata affermazione l’ho avuta al rientro a Bolzano, trovando sui giornali miriadi di piazzamenti eccellenti in altrettante competizioni d’eccellenza: le nostre scuole oramai non si limitano più a dar voti e pagelle ai loro alunni, ma li  coinvolgono in veri e propri campionati. Solo della settimana scorsa sono i risultati dei “campionati provinciali” di matematica, di filosofia, di lingue straniere nonché di cultura politica. Sono poi legioni i giovani sudtirolesi che hanno partecipato – ed eccelso – al concorso di “prima la musica” svoltosi a Kufstein nel Tirolo. Più di 50 si sono qualificati per la finale austriaca che si terrà a Vienna. E non vogliamo menzionare i tornei oratori, apprezzatissimi fra i giovani del Bauernbund e della SVP. Ci troviamo in perenne competizione e un piazzamento ai “campionati” tende ad avere la meglio sulla sufficienza in pagella.  

Il fatto potrebbe essere liquidato come una delle nostre peculiarità “autonome”. Assume però valenza politica dal momento in cui si circoscrive pressoché esclusivamente alla scuola tedesca. A giudicare dalle “gare” in atto, essa appare infinitamente più competitiva, più “sportiva” di quella italiana. Lo si è notato, per la prima volta, anni fa in occasione dei cosiddetti test “Pisa”. La Germania che aveva raggiunto un risultato mediocre, era subito sprofondata in una crisi d’identità. L’Italia invece, arrivata ultima in Europa, non sentiva alcun bisogno di occuparsene. La scuola tedesca in Sudtirolo arrivò fra i primi, “ovviamente”.

Ne chiesi spiegazioni ad una insegnante d’italiano di Bolzano. Risultato: Non sapeva neppure che cosa fosse il test “Pisa”. Ed era un’insegnante brava. Scuola tedesca e scuola italiana in Sudtirolo sono scuole divise non più solo per lingua, ma, apparentemente, anche per cultura e concezione di vita. Me lo dimostra un episodio della settimana scorsa: L’ufficio stampa della Provincia dava i vincitori del concorso di “cultura politica”, divisi per tipo e grado di scuola. Per ultima era aggiunta la “categoria unica: scuole italiane e ladine di tutti i tipi e gradi”. E chi erano i vincitori? Tre ladini. Che la scuola italiana, al campionato sudtirolese, abbia già dato forfait?     

Opzioni di ritorno

3 Febbraio 2008

Anche questa domenica Florian Kronbichler ha scritto un editoriale (Corriere dell’Alto Adige) che merita di essere archiviato nelle pagine di questo blog. Buona lettura.

Opzioni di ritorno (di Florian Kronbichler)

 ”In uno spirito di equità e di comprensione

 Ieri, 2 febbraio, è ricorso un anniversario „sudtirolese“ che avrebbe meritato più attenzione di un semplice comunicato stampa. Sono passati 60 anni, da quando il Governo italiano ha emanato il cosiddetto „Decreto sulle opzioni“. Più appropriato sarebbe il termine di „opzioni di ritorno“, perché con con esse furono estinti gli effetti di quelle sciagurate „opzioni“ con cui dopo il 1939 oltre l’80 percento della popolazione tedesca del Sudtirolo scelse di prendere la cittadinanza germanica e di espatriare nel Reich nazista. 75.000 persone se ne erano poi andate effettivamente. A guerra finita, tutti questi „optanti“ erano di fatti cittadini germanici e l’Italia li considerava „stranieri“.  Il Sudtirolo aveva de jure perso la quasi totalità e di fatto 75.000 persone della propria popolazione. Fu in quello “spirito di equità e di comprensione”, evocato dall’Accordo Degasperi-Gruber di Parigi del 1946 che ai sudtirolesi è stato restituito il diritto alla Heimat. A tante altre minoranze linguistiche tedesche, specie della Cecoslovachia, della Polonia e della Russia il destino non è stato altrettanto propizio. Fu cacciato dalla propria terra chi ancora vi stava, e di tornare per chi già era fuori, manco a pensare.L’odiata Italia invece, “riprendendosi” i sudtirolesi e con essi il loro “problema” si è dimostrata generosa. Seppur su pressione degli americani, lo Stato ha fatto prevalere un principio di umanità, di “equità e di comprensione” appunto, su ogni presumibile calcolo rivendicativo. Perciò, induce rammarico che il Sudtirolo ufficiale all’occasione non si dimostri più riconoscente della sua fortuna storica. Il comunicato emesso gronda di autocompassione per le opzioni naziste di cui si continua a ritenersi solo vittima e per niente autore. Per le “opzioni di ritorno” invece, concesse dallo Stato italiano, nessuna riconoscenza. Nessuno chieda gratitudine, né per il governo Degasperi di allora che ci ha “ripreso”, né per quello recente di Prodi che ci ha lasciato fare, ma la dimenticanza sta diventando una nostra qualità. Ricordarci quanto noi stessi siamo stati degli immigrati (seppur re-immigrati) ci aiuterebbe a comprendere meglio chi è immigrante oggi. Ma tanto, a considerare come sono stati trattati i re-immigranti di allora dai propri compatrioti, non c’è grande differenza da come oggi trattiamo gli albanesi. Di Manfred Rommel,  ex- borgomastro molto democratico di Stoccarda nonché figlio del mitico generale nazista Erwin Rommel c’è una analisi assai disincantata della nostra società. Dice: “Sono convinto che gli uomini dell’era nazista oggi parlerebbero e agirebbero come noi. E gli uomini di oggi, nel Terzo Reich, si sarebbero comportati come quelli che hanno vissuto allora.”  

Una prova di laicità

8 Gennaio 2008

Florian Kronbichler è una delle migliori penne del giornalismo locale. Scrive una colonnina quotidiana sull’ultima pagina della Tageszeitung (Das Letzte) e ogni domenica un corsivo sul Corriere dell’Alto Adige. Domenica scorsa ha pubblicato una cosa che accolgo volentieri in questo blog, perché esprime in modo semplice ed efficace quello che anch’io penso su questo annoso tema.

L’intendente e il Monumento. Una prova di laicità 

Il nuovo anno si è aperto all’insegna di una polemica salutare. Il merito è del nuovo intendente provinciale ai beni culturali Leo Andergassen che con l’inizio dell’anno ha preso l’eredità dell’uscente, pure meritevole Hellmut Stampfer. Come a volergli far l’esame, il quotidiano Dolomiten lo ha subito posto di fronte alla domanda fatale: e come se la vedrà con il Monumento alla vittoria e le opere „fasciste“ in generale? Il nuovo non ha esitato: “I monumenti sono espressione della nostra storia, anche quelli fascisti, e quali monumenti vanno conservati e tutelati”.  Sono parole chiare, sovversivamente chiare per un funzionario della Provincia, e le reazioni non si sono fatte attendere: Lettere al giornale che gridano allo scandalo; l’assessora alla cultura tedesca Sabina Kasslatter Mur che appena pochi giorni prima aveva sollecitato la rimozione della scultura con ritratto del Duce equestre dalla facciata dell’ufficio finanze in piazza Tribunale (opera, d’altronde, dello scultore sudtirolese Hans Piffrader); ieri Hartmann Gallmetzer, ex-segretrario SVP e opinionista del Dolomiten, ad attaccare Andergassen criticandolo di scarsa sensibilità politica. E siamo appena agli inizi della polemica.  Che l’intendente alla prima esperienza con una carica pubblica abbia peccato di ingenuità? È ciò che si vocifera. Invece c’è da essere sicuri che il nuovo intendente ha inteso lanciare un segnale di forza conflittuale ai suoi delatori. Il suo esordio non stava affatto sotto buoni auspici. La sua nomina, anomala perché avvenuta per chiamata esterna e in opposizione alla successione interna ritenuta “naturale”, fu fortemente contestata. Il nuovo, pur non politicamente etichettato, fu passato dall’opposizione per accomodante se non addirittura succube al potere politico. Con la sua presa di posizione sul Monumento, l’intendente Andergassen ha dato una lezione d’indipendenza e di laicità, in cui intende esercitare la sua carica. Di laicità, perché una volta tanto la questione della salvaguardia dei monumenti fascisti la pone in termini non politici, ma da tecnico. In Sudtirolo, c’è da scommettere, oggi c’è una stragrande maggioranza, se pur silenziosa, che è contraria all’abbattimento del Monumento. È contraria per buon senso politico. Vuole che si evitino tensioni, insomma. Ed è convinta che non infierendo compia un atto di generosità, se non di indulgenza nei confronti dei concittadini italiani.