Kosovska Mitrovica

Ogni tanto bisogna ripeterlo. Vale ripeterlo anche se per chi scrive queste note (e per chi, da lettore o semplice commentatore, segue il lavoro di questo blog e più in generale del Netzwerk BBD) la cosa è chiarissima.

Quando noi, qui e altrove, parliamo di “indipendenza” e di “autodeterminazione” lo facciamo auspicando e sostenendo un processo di maturazione (in primis antropologica, culturale, più che politica) capace di portarci fuori dalle secche della logica “etnica”. Per dirlo in modo ancora più chiaro: nessuna ipotesi d’indipendenza del Sudtirolo può essere fatta valere senza una contestuale liberazione della popolazione locale dai ceppi dell’indentificazione etnica e linguistica che ancora sono dominanti.

In questo sta la nostra radicale differenza da tutti quei movimenti indipendentistici (vedi ad esempio il Bündnis denominato Süd-Tiroler Freiheit) che vedono invece la questione dell’autodeterminazione ancora legata ad un’interpretazione in gran parte ”völkisch” della realtà sociale e culturale. Per questo motivo, aggiungo, noi giudichiamo la strada sulla quale Klotz e compagni si sono messi un vicolo cieco e un vero e proprio “autogol” segnato sul cammino dell’indipendenza. Allo stesso modo giudichiamo il richiamo “dormiente” all’autodeterminazione presente nello statuto della SVP come un progetto ancora del tutto privo di “testa”.

A conferma di quanto affermato basta volgere l’occhio a quanto sta accadendo nel non lontano (e dagli autodeterministi à la Sven Knoll acclamato) Stato Indipendente del Kosovo:[leggi].

Mettere il tema dell’indipendenza e dell’autodeterminazione nelle mani di persone evidentemente ancora assetate di vendetta “etnica” e di odio nei confronti della “diversità” è sempre stupido e dannoso.

Piccola nota per chi deve capire: il movimento di Eva Klotz e Sven Knoll ha probabilmente margini di crescita negli ambienti più ottusi e retrivi che gestiscono il ristorante-pizzeria Wirt an der Mahr di Brixen. Ma una volta colonizzato quel campo, si pongono i veri problemi. E i veri problemi non sono tanto quelli di convincere o farsi fare l’occhiolino da qualche amico di bevuta. Non so se mi spiego.

Kosovo 

Thomas Benedikter mi ha segnalato la pubblicazione (online) di un articolo che fa il punto sulla questione dei “diritti delle minoranze” alla luce dei recenti fatti accaduti in Kosovo. Molto volentieri do il link per accedere alla lettura del suo pezzo (che personalmente giudico di una lucidità esemplare).

[Leggi]

Kosovari de noantri

21 Febbraio 2008

Mario Borghezio in uniforme 

Ah, la suggestione delle “bandiere lontane“! Gente incapace di tutto - se non di ruminare all’infinito il luogo comune dell’appartenenza in base alla quale ci si vorrebbe razzisticamente staccare dagli “altri” - guarda (sospirando d’invidia) all’evoluzione sempre più balcanica dei già balcanizzatissimi Balcani (e gli albanesi del Kosovo diventano un modello: gli albanesi, altrimenti presi volentieri a cannonate quando si avvicinano troppo alle coste pugliesi).

Prendiamo i leghisti (cioè il partito di raccolta dei celebrolesi): da Roma (sigh!), Giorgetti e Bobo Maroni contestano l’indipendenza del Kosovo (sarebbe “il primo Stato islamico d’Europa!”); da Strasburgo (sigh!!), l’ineffabile Borghezio ci dice invece che il Kosovo “può essere un esempio per la Padania” (ah, la Padania: un’entità immaginaria i cui confini sono individuati dagli errori di sintassi geopolitica di un gruppo di alcolizzati). E da Bolzano (sigh!!!)? Cito il Corriere dell’Alto Adige, che ha avuto la non brillante idea di raccogliere il suo “pensiero”: in attesa delle decisioni dell’Italia (che pare voglia riconoscere il nuovo Stato), il segretario della Lega Nord altoatesina Kurt Pancheri è preoccupato per il pericoloso effetto domino che potrebbe verificarsi. “E se anche il Sudtirolo - si domanda il lucidissimo Pancheri - chiedesse l’indipendenza visto che chi vi abita è di lingua tedesca? [nota mia: italiani e ladini sono, per Pancheri, un optional: lui incluso?]. L’Italia sarebbe tutta d’accordo [altra nota mia: ma questo qui stava telefonando da un istituto d'igiene mentale? Ma sentite, ora viene il meglio...]. La dichiarazione d’indipendenza è un’operazione politicamente poco trasparente” [ultima nota mia: poco trasparente??? era forse più trasparente l'acqua famosa dell'ampolla famosa riempita sulle rive del famoso fiume Po?].

E allora mi tocca citare Alberto Arbasino: “Mitteleuropa libera. Non facciamo i sentimentali: il dopo-Tito è molto più importante per tutta l’Europa che non qualunque dopo-Moro. I russi ripristinano il dopo-Jalta, e in cambio l’Italia ritorna al tran-tran. Non vi basta”? (A. Arbasino, Paesaggi italiani con zombie, Adelphi, pag. 139).

Bandiere lontane

20 Febbraio 2008

Durnwalder (tra)vestito da Schütze

Domenica scorsa, uscendo da Bressanone in direzione di Varna, e poi inoltrandomi per un tratto della Val Pusteria, ho notato le grandi bandiere bianco-rosse appese ai balconi o issate sui pennoni posti nelle vicinanze delle case e dei masi. L’orgoglio tirolese, dispiegato nel giorno delle celebrazioni hoferiane, ha ormai da tempo cessato di rappresentare qualcosa di minaccioso, di torvo, se con questi due aggettivi volessimo interpretare il punto di vista della maggioranza degli altoatesini, cioè di chi non si può identificare con questa manifestazione d’orgoglio e magari teme che nel vulcano sentimentale del “Volk” – sebbene stipato di denari, secondo l’accusa degli ultimi patrioti in circolazione – si agitino ancora pulsioni eversive. Semmai, oggi anche le suggestioni inerenti il pensiero dell’autodeterminazione sembrano essere diventate un prodotto d’importazione. Manco si trattasse della carne dei maiali olandesi con la quale si fabbrica lo speck venduto poi come “tipico” in vaschette di plastica.

Per riscaldare i cuori bisogna dunque guardare all’estero, ai turbolenti Balcani. Successe il 21 maggio del 2006 (allorché il Montenegro sancì con un plebiscito il suo distacco dalla Serbia) ed è accaduto per l’appunto domenica, in occasione della proclamazione dell’indipendenza del Kosovo (sempre ai danni dell’integrità territoriale della Serbia). Si tratta forse del desiderio di essere sollevati dall’impeto di una forza – qualcuno ha parlato di un’onda: l’onda secessionista – altrimenti avvertita come spenta. Ci si rivolge a loro nell’illusione di poter disporre di un precedente, di un modello, di un esempio. E nell’eccitazione provata per bandiere lontane non si bada più alle differenze del contesto e alle difficoltà che qui si presenterebbero. Tutto sembra nuovamente possibile. 

Non a tutti, però. Questa volta è stato infatti il Landeshauptmann in persona, appena sceso dal podio dal quale aveva arringato Schützen e Marketenderinnen, a freddare gli animi. Non è possibile stabilire nessun parallelismo tra la situazione del Kosovo e quella del Sudtirolo, ha detto. Almeno finché io avrò ancora qualcosa da dire, ha concluso. 

Ovviamente si tratta di dichiarazioni non solo ragionevoli, ma anche scontate. L’autonomia (e non l’indipendenza) è la strada sulla quale bisogna restare se chi adesso “ha qualcosa da dire” vorrà continuare a farlo senza preoccuparsi troppo di quello che dicono gli altri. E se poi quello che si ha da dire lo si dice vestiti in costume, col cappello a larghe tese, hoferiano, e con la scritta “für Gott, Kaiser und Vaterland” alle spalle, beh… l’effetto è davvero irresistibile.

Der Fall Kosovo

18 Febbraio 2008

Kosovo libero 

Thomas Benedikter, autore del volume Autonomien der Welt (Athesia) ha redatto un commento per il quotidiano Dolomiten sui recenti sviluppi della crisi kosovara. L’articolo - che sarà pubblicato domani - mi è stato gentilmente anticipato e volentieri lo pubblico.

Der Fall Kosovo ein Präzedenzfall für Sezession? 

Das Kosovo ist unabhängig: Aufwind für Sezessionsbewegungen in aller Welt? Präzedenzfall für abgespaltene Gebiete, sich ebenfalls für unabhängig zu erklären? Nein. Zuallererst ist Kosovo ein Präzedenzfall in anderer Hinsicht. Das kleine Land ist mehrfach zwangsweise dem serbischen Staat einverleibt und zum Schluss mit Massakern, Krieg und flächendeckender Vertreibung überzogen worden. Es war notwendig und richtig, dass ein Teil der Staatengemeinschaft 1999 unter dem Eindruck des Debakels in Bosnien-Herzegowina eingegriffen hat. Das demokratische Europa und die USA übernahmen damals die Verantwortung, die Menschenrechte und Sicherheit von zwei Millionen Albanern über die heilige Kuh staatlicher Souveränität zu stellen. Die Kosovo-Intervention 1999 war einer wenigen Fälle, wo die UN-Konvention gegen Völkermord von 1948 ernster genommen worden ist als bisher. Dieser Eingriff und das nachfolgende Arrangement für internationalen Schutz und Verwaltung des Gebiets sollte der eigentliche Präzedenzfall sein: die neue Formel der UNO „Responsibility to protect“ wäre zu etablieren, nämlich kein Respekt vor Staatsgrenzen, wenn es zu Völkermord und Massenvertreibung kommt. Wäre dem so, hätten in Darfur nicht 200.000 Menschen sterben müssen, bevor sich die UNO zu einem begrenzten Einsatz durchrang. Der Fall Kosovo sollte jenen Staaten, die heute kleinere Völker und nationale Minderheiten unterdrücken, deutlich machen: die eines Sezessionskonflikts und schließlich einer humanitären Intervention droht dort, wo Minderheiten systematisch unterdrückt werden. Sie droht nicht, wenn kleinere Völker und Minderheiten geschützt und gerecht behandelt werden.  

Die Unabhängigkeit des Kosovo darf hingegen kein Präzedenzfall für die demokratische Politik im Europa des 21. Jahrhundert, die vor der Aufgabe steht, es nicht soweit kommen zu lassen wie im Kosovo. Alle Länder Europas mit größeren Minderheiten haben andere Mittel in der Hand, den berechtigten Anliegen und Grundrechten dieser Gruppen gerecht zu werden. Eine Sezession ist viel schwieriger zu legitimieren, wenn eine Minderheit oder ein kleineres Volk in einem Staat alle wesentlichen Minderheitenrechte und vielleicht auch Autonomie genießt wie die Schotten, die Basken, die Katalanen oder halt wir Südtiroler. Im Kosovo war Sezession die Notbremse, um letztendlich einem ganzen Volk eine Zukunft in Sicherheit und Freiheit zu bieten. In anderen Gebieten stehen, unter Wahrung demokratischer Entscheidungsfreiheit, auch andere Optionen offen, auch in solchen, die sich schon abgespalten haben, wie Transnistrien, Südossetien oder Nordzypern.

Das Kosovo ist jetzt unabhängig, aber unter internationaler Aufsicht gemäß Ahtisaari-Plan, insbesondere bezüglich Minderheitenschutz. Das schließt das Rückkehrrecht der serbischen Flüchtlinge und vielleicht Formen von Autonomie für das Gebiet um Mitrovica und serbische Enklaven ein. Je besser dies gelingt, desto eher werden die Spannungen zwischen Serbien und Kosovo nachlassen. Man konnte nicht erwarten, dass das Kosovo in diesen 8 Jahren der UNMIK-Verwaltung eine neue Schweiz wird, aber es hat wesentliche Fortschritte gemacht und wird mit Hilfe der EULEX dieser Aufgabe noch besser gerecht. Über kurz oder lang wird der Westbalkan Innenraum der EU sein und wird sich auch deshalb allen Standards der EU in dieser Hinsicht anzupassen haben. Minderheitenschutz ist im Übrigen ein Gebot in gesamten Balkan und in ganz Europa. Somit sollten die internationalen Standards und die entsprechende Überwachung für alle gelten, auch für Serbien, oder für Griechenland und die Türkei, die überhaupt keine Minderheiten anerkennen. Wenn alle Länder des Balkans den Minderheitenschutz ernst nehmen, werden die „großen nationalen Lösungen“ von Groß-Serbien bis Groß-Albanien endgültig Gespenster der Vergangenheit sein. (Thomas Benedikter)