Censura bipartisan
12 Maggio 2008

Mi sono perso l’intervento di Marco Travaglio andato in onda nella trasmissione di Fabio Fazio (Che tempo fa?). Poco male. Grazie alla rete non va in realtà perso niente. L’intervista a Travaglio la si può comodamente guardare su YouTube, oppure (dal produttore al consumatore) anche attingendola dal sito dello stesso Travaglio (assieme alla scheda “incriminata” - tratta dal nuovo libro di Travaglio e Gomez - sul nuovo Presidente del Senato): QUI.
Fanno comunque specie le accuse “bipartisan” mosse a Travaglio e (non proprio indirettamente) a Fazio: quella roba non doveva andare in onda perché mancava il contraddittorio. Applicando questa regola in modo ferreo (cioè: per dire qualcosa su qualcuno occorre che questo qualcuno sia fisicamente presente o sia comunque rappresentato da qualcuno in prossimità dell’estensore delle accuse) nessuno potrebbe praticamente più dire niente. Ipocrisia al massimo grado.
Sento il fortissimo rischio che la televisione pubblica (pagata dai cittadini!) venga messa a tacere con la scusa di una correttezza pelosa. Noi, blogger d’assalto, possiamo replicare all’infinito i messaggi che provengono da un’informazione non di regime. Non ci resta altro.
La deriva
4 Maggio 2008
Si chiama così il nuovo libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, gli autori del best seller “La Casta” [vedi]. Non c’è bisogno di aggiungere altro. Comprate e diffondete.
Descrittore di catastrofi
22 Aprile 2008

Visto che in questo momento tutti cercano ragioni e motivi della sconfitta della sinistra, proviamo a farlo anche noi. Lo facciamo però a modo nostro, leggendo e invitando a leggere. GattoMur, ormai accreditatissimo recensore di libri di SegnaVia, ha composto una magistrale recensione di un testo uscito apposta per chiarirci le idee su quanto appena accaduto alle elezioni. Insomma: un libro da tenere a portata di mano, assieme al fazzoletto.
[Raffaele Simone, Il Mostro Mite. Perché l'Occidente non va a sinistra, Milano, Garzanti, 2008, pp. 174, € 12]
È apparso nelle librerie a marzo, cinto di una fascetta che promette la spiegazione del “perché la sinistra non potrà vincere le elezioni”: non per nulla nella premessa Simone ammette di essersi guadagnato, negli ultimi anni, “una discreta fama di descrittore di catastrofi”.
Non essendo l’autore né politologo né politico, ma linguista di fama internazionale (ricordo il monumentale Fondamenti di linguistica, 1990; ma consiglierei a tutti anche la lettura di un delizioso testo “minore” come Maistock. Il linguaggio spiegato da una bambina, 1988), più che sull’analisi politica si concentra sulla descrizione di modelli di cultura, proseguendo un filone di ricerca inaugurato nel 2002 con La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo.
Tre sono i fulcri dell’indagine: la registrazione del declino, ovunque in Occidente, dei principi fondamentali della sinistra; la descrizione della cosiddetta “Neodestra”, la destra nella sua fase moderna, mediatizzata e mediatica; infine l’analisi dei paradigmi, politici e culturali, che garantiranno alla Neodestra “per un pezzo il primato non solo nei parlamenti e nei posti di comando ma soprattutto negli usi e costumi (stavo per dire ‘negli usi e consumi’) della gente”.
Richiamandosi alle anticipazioni di José Ortega y Gassett (la ribellione delle masse) e Pier Paolo Pasolini (il mutamento antropologico), che hanno colto gli aspetti allarmanti e spaventosi già agli albori, Simone si immerge nel modello che domina la cultura di massa, il fenomeno che chiama appunto “Mostro Mite”. Da questo dominio si genera “lo sfibrarsi e il cambiar natura della sinistra”; ma la sinistra non se ne è ancora accorta e rischia di fare come certi corrispondenti di guerra inesperti: “è arrivata sul teatro delle operazioni in ritardo (alcuni ritengono che non ci abbia ancora messo piede), quando le truppe s’erano ritirate da un pezzo, il vincitore era ben definito e non c’era quasi più nulla da descrivere”.
Le ragioni del declino della sinistra, che Simone riprende da una “letteratura grande come una montagna”, sono molteplici: in primo luogo sta, sotto gli occhi di tutti, il fallimento storico dei comunismi (“miseria, terrore e morte”); ma anche il settarismo, la malafede e la simpatia per alcuni regimi dittatoriali, l’ingenuo utopismo, la convinzione di essere superiori e all’avanguardia, il politically correctness, la “incorreggibile attrazione verso diversi tipi di cause perse, dubbie o francamente inqualificabili” (paradigmatico l’accenno a una conoscente di estrema sinistra, accesa sostenitrice della causa palestinese, che, pur avendo sentito dire che Yohoshua è un grande scrittore, non lo legge perché ebreo…). Per sfuggire alle tante colpe storiche, le sinistre si sono decostruite e ristrutturate, tanto da rendersi irriconoscibili, lasciando spazio allo sviluppo di una Neodestra, che “non è un’evoluzione delle destre convenzionali: non è fascismo, non è salazarismo, non è franchismo, non è dittatura dei colonnelli; meno che mai è Nazismo”.
Le sue tecniche per contrastare l’avversario sono intonate ai tempi, cioè incruente, anche se possono essere devastanti: isolamento professionale, denigrazione e dileggio anche attraverso i media, damnatio memoriae, induzione di danno economico, persecuzione giudiziaria, emarginazione politica. La Neodestra non distrugge, impedisce di nascere. (pp. 72-73)
La Neodestra sa cosa vuole il popolo e glie lo dà, afferma e propaganda l’arricchimento personale, è up to date, appare giovane e vitale, sa sfruttare i mezzi di comunicazione. Il vento dello Zeitgeist, insomma, spira in favore della destra: la classe operaia si è dissolta, i giovani sono scomparsi dalla scena politica, è nata una cultura di massa “dispotica”.
Il capitolo più originale è proprio quello che descrive il Mostro Mite: a partire dalle geniali anticipazioni ottocentesche di Toqueville, e confrontandosi con autori come Ortega y Gassett, Hanna Arendt, Pasolini, Guy Debord, Baudrillard, Bauman, Simone ci illustra il massimo elemento di dissoluzione della sinistra.
Il Mostro Mite pretende che si finga che l’intero mondo è tranquillo e in pace, facile e comprensibile, godibile e riparabile, protetto da una cappa di scienza amica e tranquillizzante e da una imperturbabile cortina di fun. Vuole che la vita-vacanza fluisca perpetua e indisturbata. (p. 112)
In questa situazione, la destra appare dotata di “naturalità” (il mondo, in fondo, è intrinsecamente di destra); la sinistra, al contrario, è “artificiale”, le sue posizioni astratte, laboriose, labili, aderirvi comporta sforzi e rinunce, limitazione e negazione del proprio interesse.
In conclusione, oltre alla dimensione “penitenziale” (il bisogno di farsi perdonare la “scia di sofferenze che la storia dei comunismi e dei socialismi porta con sé”), a decretare la morte della sinistra è il Mostro Mite, “la faccia metamorfica che il Leviatano ha assunto nell’era globale”; e la risposta della sinistra non è stata finora all’altezza, tanto da permettergli di imporsi e ramificarsi. Ma il saggio è dedicato “a quelli che ci credono ancora”, e la conclusione non è apocalittica:
Alle forze della sinistra spetta ora, all’inizio del secolo XXI, un compito tremendo: consapevoli dell’orizzonte della globalizzazione, impegnarsi a cercare senza posa nuovi contenuti all’altezza dei tempi, capaci di riempire di forme moderne l’involucro ormai quasi vuoto su cui è ancora scritto “Sinistra”. Dovrebbero, insomma, inventare di continuo nuovi buoni motivi per stare (e restare) a sinistra.
È un compito terribilmente difficile, ma se non ci si prova il destino è già scritto. Il tempo che rimane è molto poco. (p. 170)
P.S. Vi consiglio di rileggere adesso questo articolo ascoltando questa canzone dei Baustelle: [QUI]
Invano il tempo passa
18 Aprile 2008

Anche se le elezioni (quelle politiche) sono appena passate, vorrei tornare brevemente sul tema proponendo un singolare accostamento. Ecco quello che ha scritto un utente anonimo sul forum di stol qualche giorno prima del voto:
Man könnte die Frage auch anders stellen, z.b wählt ihr eine Partei die es auch auf Staatsebene gibt oder nur eine Partei aus Südtirol. Ich oute mich mal, für mich kommen nur Parteien aus Südtirol in Frage (immer), wen weiß ich noch nicht ganz genau, nur dass ich wählen gehe ist sicher.
Ed ecco ora quello che scriveva il canonico Michael Gamper sul Volksbote del 19.05.1921:
Kein Südtiroler darf die Liste der Sozialdemokraten wählen. Bei dieser Wahl handelt es sich nicht um die Wahl zwischen Parteien, sondern zwischen Deutsch und Welsch. Und wie diese Wahl ausfallen soll, darüber müssen alle Südtiroler ohne Unterschied ihrer sonstigen Parteirichtung einig sein. Sie können nur für Duutsch entscheiden.
Ho tratto la citazione del canonico Gamper da un bellissimo libro: Medienmacht und Volkstumpolitik, M. Gamper und der Athesia-Verlag (Studien Verlag). L’autore (benemerito) è Leo Hillebrand. Ecco un suo commento riassuntivo:
Gamper hat das politische Selbstverständnis der Südtiroler nachhaltig mitgeprägt: Er schloß sowohl nach dem Ersten als auch dem Zweiten Weltkrieg kategorisch aus, dass eine effiziente Einforderung von Minderheitenrechten mit einem demokratischen Pluralismus innerhalb der deutschsprachigen Volksgruppe zu vereinbaren ist.
Segnalo queste corrispondenze e questa analisi solo per dare ad intendere che, se tanto mi dà tanto, anche la prossima tornata elettorale delle Provinciali sarà contrassegnata molto probabilmente da un “ritorno a Gamper”. Vero e proprio bastione del cosiddetto Sudtirolo Ideale Eterno.
Ministro della Sanità
16 Aprile 2008
Verso mezzanotte, da qualche sera, sto dedicando alcuni minuti alla lettura di un libro del quale ho già parlato [qui]. Come ogni libro scritto da Sofri, anche questa lunga lettera a Giuliano Ferrara sul tema dell’aborto è un piccolo capolavoro d’intelligenza e umanità. Ma la lettura di questo libro (che veramente consiglio a tutti: non fosse per apprendere che cosa significa saper argomentare e saper scrivere) è utile poi anche per un altro motivo. Da qualche parte, infatti, mi pare d’aver letto che Giuliano Ferrara (che con la sua lista “Aborto? No grazie” ha totalizzato uno striminzito 0,4% alla Camera e un ancor più esiguo 0,1% al Senato) si autocandida a divenire il Ministro della Sanità del nuovo esecutivo. Siccome la cosa mi sembra enorme (mi si perdoni l’involontaria ironia sulla stazza del candidato) rischio di rimanere davvero senza parole. Per questo me le faccio prestare da Werner, estrapolandole da un suo rimarchevole commento scritto ieri:
So weit, so handhabbar: Das bedenklich stimmende Debakel ist jenes der Ökosozialen und der Linken: Italien - und in diesem Fall war/ist ganz Südtirol zu Italien - hat einen Wahlkampf erlebt, der im Zeichen tief empfundener materieller Themenstellungen gestanden hat. Meine Wahrnehmung: Viele der Themen sind “Scheinthemen” ohne empirische Grundlage: die guten Arbeitsmarktdaten, die gleichbleibende Armut, die steigenden ausländischen Investitionen: Italien steht heute real besser da als 2006. Das Wahlergebnis gründet in einer Art kollektiven Rassismus: Italien - und Südtirol - verspüren den harten Wind der internationalen Konkurrenz und suchen nach Schuldigen: La casta, die Linken und die Ausländer (romeni) sowieso.
Erschreckend für mich, wie sehr der designierte Premier bei seiner ersten Pressekonferenz gelogen hat. Italien und Südtirol haben mindestens fünf Jahre demokratische Emergenz vor sich.
La farsa (atto terzo)
15 Aprile 2008
Della serie: perché non possiamo dirci marxiani. O anche semplicemente marziani (visto che da qui in avanti a noi di “sinistra” ci toccherà vedere il Parlamento col telescopio). Il nostro incorreggibile GattoMur mi ha appena spedito un divertissement colto (e giustamente incazzato) sul filo di un testo della tradizione. Prima lo ringrazio e quindi lo pubblico.
Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte (Der 18te Brumaire des Louis Napoleon), 1852
Uno degli incipit più noti della tradizione filosofica: riprendendo Hegel, Marx ci ricorda che la storia si ripete sempre due volte; e precisa: “la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”. Non pare però avere preso in considerazione la terza ripetizione! (Per inciso, terza ripetizione di un fenomeno che già alla prima apparizione era una farsa: quindi noi passerremo dalla farsa a cosa?).
E allora, in questo scorcio di Berlusconi (d’ora in poi: B.) III, cosa c’è di meglio che leggersi questa opera “storica” di Marx, che parlandoci dell’ascesa al potere di Luigi Bonaparte (d’ora in poi: B.), ovvero Napoleone III (anche lui!), delle circostanze che resero possibile a un personaggio mediocre e grottesco di far la parte dell’eroe, ci fa capire qualcosa in più dell’ascesa al potere del nostro B.?
Quando si legge che nelle epoche di crisi gli uomini “evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le parole d’ordine per la battaglia, i costumi”, come non pensare agli slogan di B., che tanto richiamano quelli circolanti di epoche passate della nostra storia recente? E quando Marx introduce “l’avventuriero che nasconde le sue fattezze ripugnanti e triviali sotto la mortuaria maschera di ferro di Napoleone”, come impedire al nostro pensiero di fare delle facili associazioni?
“Per pagare i debiti della famiglia B. - geme la nazione francese”: e viene da gemere un po’ anche alla nazione italiana. Se per sfuggire ai pericoli della rivoluzione, i Francesi non hanno trovato di meglio che riprendersi i ricordi napoleonici (“Non hanno soltanto la caricatura del vecchio Napoleone; hanno Napoleone in persona, nelle fattezze caricaturali che gli si addicono alla metà del XIX secolo”), cosa possiamo dire delle fattezze caricaturali del napoleone che il popolo italiano si è di nuovo scelto? Leggo che “il 2 dicembre la rivoluzione di febbraio viene fatta sparire col trucco d’un baro” e non posso impedirmi di pensare a come è stato fatto sparire il fermento degli anni 92-93.
Ma la domanda più urgente, mi sembra, è: come è potuto succedere? Anche qui possiamo affidarci a Marx:
Non basta dire, come fanno i francesi, che la loro nazione è stata colta alla sprovvista. Non si perdona a una nazione, come non si perdona a una donna, il momento di debolezza in cui il primo avventuriero ha potuto farle violenza. Con queste spiegazioni l’enigma non viene risolto, ma soltanto formulato in modo diverso. Rimane da spiegare come una nazione di 36 milioni di abitanti abbia potuto essere colta alla sprovvista da tre cavalieri di industria e ridotta in schiavitù senza far resistenza.
Il senso di essere colti alla sprovvista, i cavalieri, la non resistenza: pare esserci tutto.
E infine l’ascesa al potere: “la feccia della società borghese forma, in ultima istanza, la falange sacra dell’ordine e Crapulinski, l’eroe, fa il suo ingresso alle Tuileries come ’salvatore della società’”.
Marx prende in considerazione gli anni tra il 1848 e il 1852, e conclude la trattazione con la “vittoria di B. sul Parlamento”:
Egli vorrebbe rubare tutta la Francia, per farne un regalo alla Francia, o piuttosto per potere comprare la Francia con denaro francese, perché come capo della Società del 10 dicembre, deve comprare ciò che gli deve appartenere. E allo scopo di comprare servono tutte le istituzioni dello Stato [...]. L’essenziale però, in questo procedimento per cui la Francia viene derubata per farle dei regali, sono le percentuali che durante tale circolazione cadono nelle mani del capo e dei membri della Società del 10 dicembre.
E ancora:
Spinto dalle esigenze contraddittorie della sua situazione e costretto, in pari tempo, come un giocatore di prestigio, a tenere gli occhi del pubblico fissi sopra di sé con delle continue sorprese, come surrogato di Napoleone, e a far quindi ogni giorno un colpo di stato in miniatura, B. sconvolge tutta l’economia borghese [...]; in nome dell’ordine crea l’anarchia, spogliando in pari tempo la macchina dello Stato dalla sua aureola, profanandola, rendendola ripugnante e ridicola…
Insomma, se vorrete leggere queste 150 pagine, scritte tra l’altro in uno stile straordinario, forse vi verrà di dichiararvi, anche voi, un po’ marxiani…
Non li eviteremo, ma almeno conosciamoli
10 Aprile 2008
Da GattoMur ricevo e volentieri pubblico:
Peter Gomez e Marco Travaglio, Se li conosci li eviti. Raccomandati, riciclati, condannati, imputati, ignoranti, voltagabbana, fannulloni del nuovo Parlamento, Milano, Chiarelettere, 2008, pp. 574, € 14,60
A poca distanza dalla monumentale ricapitolazione di Mani sporche (con Gianni Barbacetto) e nella stessa collana di “Inchieste e reportage”, troviamo ora in libreria un altro volume ponderoso e succoso: un “libro di pronto soccorso” (come viene definito dagli stessi autori) dedicato “A chi sogna una politica pulita. Cioè una Politica”.
In esergo citazioni di alcuni leader di diversi schieramenti sulla composizione “pulita” delle liste elettorali (la palma della comicità va al solito Berlusconi: “Non candideremo supposti autori di reati”), per un libro che però non si limita al solito criterio dei precedenti e delle pendenze penali:
Convinti che non basti essere incensurati per fare politica (aiuta, ma non è sufficiente), abbiamo scovato anche i fannulloni, i voltagabbana, i cambiacasacca, gli ignoranti, i nemici della legalità e della libertà di informazione, i corresponsabili dello scandalo della monnezza in Campania, gli amici dei ladri e dei mafiosi che non hanno mai valicato i confini del codice penale, quelli che hanno comprato casa a Roma sottocosto grazie al cognome che portano o alla carica che ricoprono, quelli che sono finiti in lista perché parenti o raccomandati, quelli che hanno votato decine di leggi vergogna e magari oggi, confidando nell’amnesia generale, hanno pure la spudoratezza di auspicarne l’abolizione.
La prima parte del libro, che presenta le liste dei “buoni e cattivi”, risulterà più o meno condivisibile, ma ha almeno il pregio di essere basata su criteri verificabili e fonti controllabili. Soprattutto, è assolutamente bipartisan.
E allora, tra i “Magnifici Venti della XV legislatura”, troviamo, tra gli altri: Rosy Bindi (Pd; per avere dimostrato che è possibile “essere, coerentemente e contemporaneamente, laici e cattolici”); Tana de Zulueta (Verdi; per la battaglia a favore della libertà di informazione; “vergognosamente” non ricandidata dall’Arcobaleno); Vladimir “Luxuria” Guadagno (Prc; per avere combattuto per i diritti di tutti “con una competenza che chi vive di pregiudizi non avrebbe mai sospettato”); ma anche Giorgia Meloni (An; per avere, tra l’altro, saputo “dire parecchi no ai vertici del suo partito” e avere presieduto “con fierezza e autorevolezza l’aula di Montecitorio); Angela Napoli (An; per le battaglie a favore della legalità e della moralizzazione della politica); e (addirittura) Carlo Vizzini (Fi; per essersi riscattato da una prescrizione per la maxitangente Enimont grazie alla proposta di un codice di autoregolamentazione dei partiti per escludere dalle liste i condannati).
Conclude la sezione dedicata ai “buoni” la lista dei firmatari dell’emendamento Licandro (per escludere dalla Commissione Antimafia i parlamentari condannati per delitti contro la Pubblica Amministrazione e per quelli contro l’amministrazione della giustizia) e i 9 (nove!) dissenzienti alla “legge Mastella” sulla limitazione alla pubblicazione delle intercettazioni.
La sezione dedicata ai “cattivi” è, purtroppo, molto più corposa: gli onorevoli che alla Camera e al Senato hanno approvato l’indulto; i “somari” beccati in castagna dalla trasmissione Le Iene su domande non troppo difficili di cultura generale (impagabile “Che cos’è e dov’è Guantanamo?” Leonardo Martinello, Udc: “Mai sentito… I carceri in Iraq o in Afagnistan… Apfaghistan…”; ma c’è anche – e questa la dedico al “mitico” Superciuk – Oskar Peterlini: “Che cos’è la Rcs? - È l’assicurazione, no?”); quelli che in Parlamento ci stanno per tradizione familiare o perché legati a un potente (la fisioterapista di Berlusconi, i due segretari di Veltroni, la moglie di Fassino, la seconda moglie di Bassolino, la segretaria particolare di Fioroni, la nipote dell’avvocato di Mastella-ex fidanzata del figlio di Giorgio Napolitano-consulente di Enrico Letta [sic!], la moglie di Angelo Rizzoli…); quelli che i giornalisti come Montanelli (il “padre” spirituale di Travaglio, non lo dimentichi chi pensa di poterlo etichettare come un pericoloso “comunista”) e Biagi li imbavaglierebbero (particolarmente odiosa questa di Ferdinando Adornato sul “il Giornale” del 29 marzo 2001: “Montanelli? È moderato immaginario pluridecorato al valor giornalistico con licenza di straparlare”; da quale pulpito…); i politici che hanno segnalato dipendenti da far entrare nell’organico del Commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania (Bassolino, ma anche Nicolais, Antonio Amato, Mastella…); e per finire l’elenco, rivelato da Marco Lillo ed Emiliano Fittipaldi su “L’espresso”, dei politici che hanno acquistato casa a Roma a prezzi di saldo (Adornato, Alemanno, Baccini, Casini, Franca Chiaromonte, Cossiga, Maura Cossutta, Giuliano Ferrara, Giuseppe Fioroni, Franco Marini, Walter Veltroni, Luciano Violante…).
La seconda parte presenta il peggio delle liste, partito per partito, con un breve profilo biografico e i motivi che ne decreterebbero l’impresentabilità (curriculum, inchieste a carico, assenze al parlamento, frasi celebri). E se, come appare scontato a partire dal suo premier, il PdL fa la parte del leone, anche Veltroni e Franceschini, che “avevano promesso di non candidare condannati, nemmeno in primo grado, e neppure personaggi sottoposti a giudizio”, ci fanno una figura meschina, con almeno due pregiudicati, qualche condannato in primo e secondo grado e diversi imputati e indagati.
Per il PdL (cito quasi a caso), in ordine alfabetico dopo Berlusconi (di cui riporto solamente il dato delle assenze: 4804 su 4875, il 98,5%!!!): Alemanno, Tommaso Barbato (lo sputatore di Cusumano!), Vito Bonsignore, Borghezio, Bossi, Ciarrapico, Cicchitto, Sergio De Gregorio, Dell’Utri, Lamberto Dini, Renato Farina (l’agente Betulla), Gianfranco Fini, Raffaele Fitto, Carlo Giovanardi, Paolo Guzzanti, Giorgio La Malfa, Mario Landolfi, Giuseppe Lombardo, Pietro Lunardi, Mario Malossini, Altero Matteoli, Gianfranco Micciché, Marcello Pera (che si guadagna una scheda lunghissima per il suo voltafaccia su Mani Pulite), Roberto Speciale (che si faceva arrivare le spigole a passo Rolle)…
Per l’Udc – Rosa Bianca: Casini, Adornato, Buttiglione, Cesa, Cuffaro, De Mita, Mannino, Pionati, Vietti, Zinzi…
Per la Destra: Storace (intercettazioni a Marrazzo e Mussolini) e Sabbatini.
Per il Pd: Veltroni (per varie ambiguità), Bersani, Enzo Bianco, Calearo (“L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori si potrebbe togliere, sarebbe un elemento di modernizzazione del paese”; “Lo sciopero fiscale [lanciato da Bossi] è uno shock, però a mali estremi estremi rimedi”), Enzo Carra, Castagnetti, Cocilovo, Crisafulli, Cusumano, D’Alema (una delle schede più lunghe…), D’Antoni, Fassino (con tanto di intercettazioni con Consorte), Anna Finocchiaro (adorata in partibus infidelium; secondo gli autori “molto fumo e poco arrosto”), Follini (“Cuffaro è una persona per bene, e io l’appoggio”), Nicola Latorre, Enrico Letta (che nel Pd vorrebbe lo zio Gianni), Rutelli…
Sinistra Arcobaleno: Boato (per la legge che porta il suo nome), Caruso (“L’indulto è uno scambio di prigionieri: noi liberiamo i nostri compagni e Forza Italia libera i suoi”, da schiantarsi…), Daniele Farina, Francesco Forgione (“la prova vivente di come la ‘casta’ riesca a cambiare in peggio anche le persone migliori”).
Socialisti Democratici Italiani: Enrico Buemi (autore, assieme a Taormina, di una proposta di legge per depenalizzare il reato di furto), Vittorio Craxi, Gianni De Michelis.
Conclude il volume una utile appendice che riporta le “leggi vergogna” proposte e approvate dai precedenti governi di destra (falso in bilancio, rogatorie, mandato di cattura europeo, legge Cirami, Lodo Maccanico, intercettazioni, norma sull’appello, ex Cirielli, condoni fiscali, scudo fiscale, detassazione sulle plusvalenze, diritti TV del calcio, conflitto d’interessi, legge Gasparri, decreto salva-Rete4, aiuti di stato ai decoder, condono sui danni all’erario, guerra ai magistrati) e di sinistra (indulto in primis, ordinamento giudiziario, intercettazioni, disegno di legge sulle TV, conflitto di interessi) e, infine, i programmi a confronto del Pdl e del Pd, con i loro costi e relativa copertura.
Per chiudere con una prospettiva positiva: gli autori notano che se, dopo anni di “silenzio” dopo il biennio 1992-93, il problema della moralità nelle liste sia tornato in primo piano (rendendo impresentabili nomi come quelli di Mastella, Cirino Pomicino e Alfredo Vito), il merito è attribuibile a Beppe Grillo e alle migliaia di partecipanti alla battaglia su Parlamento Pulito:
La prova evidente che l’impegno dei cittadini è sempre utile: nel Palazzo si fa né più né meno quello che la gente tollera che sia fatto. Quindi, bisogna insistere e non arrendersi mai.
Per chi volesse seguire il lavoro degli autori giorno per giorno, è disponibile anche un blog:
Il deserto del reale
7 Aprile 2008

Con grande piacere pubblico una recensione del nostro adorato RenataRanetta/GattoMur. Nella speranza che non si tratti di un episodio isolato, ma dell’inizio di una collaborazione costante.
- Loretta Napoleoni, Economia canaglia. Il lato oscuro del nuovo ordine mondiale, Milano, il Saggiatore, 2008, pp. 310, €17
- Slavoj Žižek, La violenza invisibile, Milano, Rizzoli, 2007, pp. 240, €12
L’assioma dal quale parte il saggio di Žižek è riassumibile nella constatazione che “la violenza soggettiva è soltanto la parte più visibile di un triumvirato che comprende, oltre a essa, una violenza oggettiva di due tipi”: la violenza simbolica (“che si manifesta nel linguaggio e nelle forme”) e la violenza sistemica (“le conseguenze spesso catastrofiche del funzionamento ben oliato dei nostri sistemi economici e politici”). Occorre dunque resistere al fascino della violenza soggettiva, quella compiuta da un attore chiaramente identificabile, fin troppo visibile e quasi accecante, e tentare piuttosto di riconoscere la “materia oscura” che costituisce lo sfondo neutro: la violenza dell’odierna globalizzazione economica e politica (“il capitalismo globale in cui viviamo – afferma Žižek in maniera netta – non mette le bombe, ma è più violento di guerra e terrorismo”).
Da un assioma simile sembra partire l’articolato studio di Loretta Napoleoni, economista di origini italiane che vive a Londra ed è tra i massimi esperti di terrorismo e economia internazionale (in Italia ha pubblicato Terrorismo S.p.A. [2005] e Al Zarqawi. Storia e mito di un proletario giordano [2006], entrambi per Tropea; collabora con la Bbc, la Cnn, El Paìs, Le Monde, The Guardian).
Il momento storico che Napoleoni riconosce come fondativo per gli argomenti trattati è la fine degli anni ‘80: la caduta dell’Unione Sovietica e l’espansione della democrazia (anche negli angoli più remoti del pianeta) degli anni successivi, quando, nel giro di un decennio, “il numero della nazioni democratiche nel mondo cresce da 69 a 118”.
La diffusione del “virus globale della democrazia” porta con sé però un paradosso: “entro la fine del decennio, quasi 27 milioni di persone vengono ridotte in schiavitù in molte parti del pianeta, perfino in alcuni paesi dell’Europa occidentale”. Questo legame tra democrazia e schiavitù, che non solo coesistono, ma sono anzi legate da una forte correlazione diretta, è la diretta conseguenza di quello che, appunto, viene chiamato “economia canaglia” (rogue economics). L’economia canaglia, fenomeno ricorrente nella storia, “è una forza sempre presente, costantemente in agguato, nascosta nelle pieghe del progresso”.
Muovendosi tra analisi di studi di economia e politica, dati statistici, interviste dirette ai protagonisti (protettori di prostitute, broker, pirati informatici, etc.), siti internet e riviste specializzate, Napoleoni ci accompagna in un viaggio nel nuovo ordine mondiale, conseguente allo smantellamento del comunismo sovietico, toccando diverse tappe: il mercato del sesso (“Nel 2006 il valore annuale stimato del business plurimiliardario della prostituzione globale ammontava a 52 miliardi di dollari”), l’impoverimento della classe media occidentale (“L’ironia è che la classe media, l’anima stessa delle democrazie occidentali, non viene indebolita da un’ondata di comunismo; al contrario, viene ridotta in povertà proprio dalla fine dei regimi comunisti dell’Est”), l’incapacità delle istituzioni statali di fare fronte alla situazione (“Mentre la politica è ancora trincerata entro i confini nazionali, l’economia si è globalizzata e, così facendo, spezza i vincoli delle legislazioni interne), l’entrata sulla scena della Cina (a partire dallo slogan “Arricchitevi!” di Deng Xiaopiong), il mercato dei falsi (“L’avvento del mercato di massa produce una domanda globale di imitazioni senza precedenti”), lo smarrimento dei consumatori occidentali nella “matrix del mercato” (“E noi consumatori viviamo nella beata ignoranza”), il mercato virtuale (“Dai videogiochi online alla pornografia, dal gioco d’azzardo alla pirateria cinematografica, il cybermotto è sempre lo stesso: ’spassatevela’”), la pirateria e lo sfruttamento dei mari (“ho parlato con cinesi vissuti per anni a bordo di pescherecci in alto mare senza mai tornare a casa”), la politica del terrore (“La convinzione che oggi in Occidente la probabilità di un dirottamento aereo sia più alta che in passato è uno dei molti miti venduti al mondo dalla coppia Bush-Blair”).
Uno dei riferimenti più ricorrenti nel libro di Napoleoni è quello all’immaginario del film Matrix (vero e proprio ‘cult’ di Žižek, che ha anche titolato un libro con le parole di Morpheus: “Benvenuti nel deserto del reale!”). E se Žižek ci invita a non farci abbagliare dalla violenza soggettiva, per osservare invece “di sbieco” il problema della violenza (“c’è una mistificazione intrinseca nel confrontarsi direttamente con la violenza: l’orrore insopportabile delle azioni violente e la pietà delle vittime costituiscono inevitabilmente un’esca che ci impedisce di pensare”), così Napoleoni vuole fornirci “strumenti di conoscenza e di interpretazione per capire il mondo in cui viviamo:
La matrix del mercato alimenta il consumismo di stampo occidentale, offrendo ai consumatori comfort, efficienza, prezzi più bassi e prodotti facilmente reperibili. Al tempo stesso, subdolamente, nasconde la vera natura di ciò che consumiamo, confondendo di continuo la realtà con la finzione. (Napoleoni, p. 120)
La quasi totalità dei prodotti che consumiamo ha una storia nascosta e oscura. Una storia di schiavitù e pirateria, contraffazione e frode, furto e riciclaggio di denaro. Sappiamo molto poco di queste trame segrete dell’economia perché, lo ripetiamo, i consumatori moderni vivono all’interno di quella intricata rete di illusioni che è la matrix del mercato. (Napoleoni, p. 130)
Ma è possibile uscire da queste illusioni? E se il potere politico degli stati nazionali è impotente a fronteggiare l’economia canaglia, esiste uno spazio di azione per il singolo individuo?
La risposta positiva di Napoleoni parte da alcune considerazioni di Hanna Arendt, sul deserto del reale delle nostre vite:
quello che è andato storto è la politica, e cioè noi, per quanto esistiamo al plurale; e non ciò che possiamo fare o fabbricare per quanto esistiamo al singolare: nell’isolamento dell’artista, nella solitudine del filosofo, nella relazione priva di mondo tra uomo e uomo che si ha nell’amore, e talvolta nell’amicizia (quando, nell’amicizia, un cuore si rivolge direttamente all’altro, o quando nell’amore il mondo si incendia nella passione dell’infra). Se queste oasi non fossero intatte, non sapremmo come respirare. (H. Arendt, Che cos’è la politica?, citato a pp. 83-84)
Trovare la via di uscita dal deserto del reale sta dunque al singolo e alla sua azione, al di là del fallimento delle istituzioni statali:
Se Hanna Arendt ha ragione, però, il potere di vincere la battaglia è nelle nostre mani: tocca a noi, cittadini, consumatori e lavoratori. Dobbiamo impedire la morte della politica e rinegoziare il contratto sociale. Per farlo, serve la consapevolezza di vivere nel deserto allegorico della Arendt, in cui occorre cominciare a far confluire idee nuove. E la consapevolezza si ha solo con il superamento delle illusioni create dall’economia canaglia, per poter fare valere le nostre scelte e rinegoziare i termini dell’impegno politico. (Napoleoni, p. 85)
Ein Sieg Italiens
28 Marzo 2008

Vale la pena leggersi l’articolo di Günther Pallaver sull’FF attualmente in edicola (n° 13, 27 marzo 2008, pagg. 48-49). Si parla del nuovo libro di documenti sulla politica sudtirolese degli anni sessanta, curato da Rolf Steininger [vedi].
La tesi che è possibile distillare dalla lettura dei documenti - così Pallaver - è piuttosto clamorosa: se finora si è sempre pensato infatti che il processo capace di portare all’emanazione del secondo statuto d’autonomia fosse stato per così dire “agevolato” dagli attentati della notte dei fuochi (11-12 giugno 1961), adesso sembra farsi largo l’idea che in realtà la decisione di istituire una commissione per l’esame della questione sudtirolese (operazione che poi si perfezionerà con l’istituzione della cosiddetta Commissione dei 19) fosse stata presa PRIMA di quella data. Invece che ringraziare Kerschbaumer & co., insomma, i sudtirolesi potrebbero anche accendere almeno una candela per Scelba e Fanfani. Le bombe, in pratica, non hanno costituito nient’altro che un ostacolo sulla via di trattative che il governo italiano aveva già pianificato in modo da condizionare l’internalizzazione della vicenda. Per dirlo con le parole di Viktoria Stadlmayer: “Die 19er Kommission und ihre positive Aufnahme in Südtirol ist kein Erfolg der Bombenpolitik, sondern ein Sieg Italiens”.
Pecore (tricolori, of course)
27 Marzo 2008

L’ho finito.
Il librone di Arbasinho, dico: Paesaggi italiani con zombi. E alla fine, proprio all’ultima pagina, ho avuto la mia ricompensa. Perché sotto sotto anch’io, insomma, cominciavo a dubitare di essere stato troppo cattivo, quella volta, avendo definito gli italiani un “gregge puzzolente di pecore tricolori”. Certo, io non mi riferivo a TUTTI gli italiani. Io intendevo un piccolo gruppo di persone (forse ristretto davvero a due o tre individui) che era attivo sul famigerato “Muro” di Radio Tandem. Ma è chiaro che quella definizione poteva essere fraintesa in senso più largo. E qualche cialtrone da tastiera l’ha ovviamente fatto attingendo al proprio pentolino di bile. Ma dicevo di Arbasinho e dell’ultima pagina del suo Paesaggi italiani con zombi. Sentite un po’:
Zombi. Osservando col realismo dell’antropologo - fra i vari “si sono assembrati, si sono accalcati, si sono scagliati, hanno scagliato, hanno tirato, hanno lanciato, hanno sbalzato, hanno scaraventato, si sono scaraventati, si sono schiantati, hanno giustiziato, sono stati giustiziati, hanno causato la morte di, si sono nuovamente radunati, avventati, precipitati, squagliati…” - le espressioni e i gesti dei branchi di zombi in ogni paese, ormai alti due metri, quando fra videogiochi e telefilm con occhi attoniti e spenti e bocche automaticamente ruminanti si puntano contro le grosse dita come armi laser, facendo i tscht-tscht-tscht-tscht-tscht dell’uccisione rapida con i denti pieni di gomma e nessun concetto oltre “top” e “flop”… Forse già durante il concepimento i loro genitori (di corporatura meno nutrita e più piccola) contemplavano soltanto i rambi e i blade runner e i serial killer e i top gun e divoravano il trash? Forse bisogna risalire ai nonni (da ragazzini) per ritrovare invece l’italiano espressivo dai lineamente mobilissimi, con gli occhi e i sensi svegli e guizzanti come gli animali più intelligenti. Con un sistema di percezioni istintive molto più pronto e rapido del ragionamento. Italiani, già a vent’anni tradizionalmente abilissimi in tutto. Adesso, dopo la dose oraria di violenza e scemenza, con quanta innocenza allibita gli zombi e i cloni applaudono in massa passiva il cantante rap e il calciatore d’attualità e il Dalai Lama e il Papa e tutti i giri di ogni circuito automobilistico e ogni nuovo taglio di capelli a crestine o a ciuffetti o a zero. Quando eravamo sentimentali e soft, di fronte alle grandi masse inconsce e amorfe si diceva volentieri: un gregge di pecorelle eterodirette. La nostra speranza. I giovani. E mo’?