Infinocchiati

24 Novembre 2008

Lucio Giudiceandrea parlava di “spaesati”, per designare gli altoatesini e solo loro. Più volte abbiamo qui rimarcato che una messa a fuoco degli “altoatesini”, in quanto tali, non sarebbe stata né utile, né addirittura possibile se, ma questo non pareva l’intenzione di Giudiceandrea, quello che si tratta di capire è il funzionamento dell’autonomia nel suo complesso (e dunque nella sua capacità di coinvolgere, come verso e recto di un MEDESIMO foglio, tutti quelli che vivono in questo bel posto). Bene, se dunque la categoria di “spaesati” non ci serve, perché monocola, allora dovremmo essere in grado di pensare a una categoria per l’appunto più comprensiva, più panottica. L’ha fatto Loiny, commentando un post di Valentin[o]. Col suo consenso, riporto qui il commento a guisa di post.

“i francesi sono stati un po’ stronzi, ma bisogna ammettere che gli alsaziani si sono fatti infinocchiare facilmente (parlando con pardon)”.

HA!HA!HA! Vale carissimo, sto piangendo dal ridere. La mia tastiera è tutta bagnata di lacrime, per cui cerca di tollerare eventuali errori di ortografia che saranno dovuti allo scivolamento, o talvolta a un vero e proprio galleggiamento, delle mie dita sulla tastiera.

Il tuo spunto mi suggerisce un pensiero perfettamente inutile: la storia delle autonomie – non importa se concesse o non concesse – coincide in toto con la storia universale dell’infinocchiamento nella sua declinazione etnolinguistica. L’idea stessa di autonomia, chi se ne frega se reale o soltanto immaginata se concessa o non concessa se iniqua o equilibratissima se marcatamente etnica o virtuosamente territoriale se tagliata su misura sulla maggioranza provinciale o su quella nazionale, separa i cittadini che la vivono in due categorie: gli infinocchiatori e gli infinocchiati. Il problema è che gli infinocchiatori, non importa se appartenenti alla maggioranza nazionale o a quella provinciale, non avranno pace finché non supereranno l’autonomia. I primi, infastiditi dalla minoranza nazionale, tenderanno sempre all’assimilazione; i secondi, ossessionati dalla minoranza provinciale, punteranno senz’altro alla secessione. Per cominciare bisognerebbe capire questo: l’autonomia, in ogni caso, è sempre vissuta come categoria provvisoria.

L’infinocchiamento, non importa se reale o soltanto immaginato, è la categoria preetnica, pregiuridica, prepolitica, preintellettuale, prequellazoccoladituasorella, pretutto che soggiace a qualsiasi autonomia. Forse proprio per questo non serve a nulla.

Ora posto per la sedicesima volta un brano di Žižek, tratto dall’Epidemia dell’immaginario, in cui le cose che scrivo vengono scritte come dovrebbero essere scritte sempre, anche da un blogger di Pfunders o di Oltrisarco. Finora queste righe hanno raccolto la bellezza di 0 (zero/Null) commenti:

Il punto debole dell’universale sguardo multiculturale non risiede nella sua incapacità di “gettar via l’acqua sporca senza perdere anche il bambino”: ciò che è profondamente sbagliato è che quando si butta via l’acqua sporca del nazionalismo (del fanatismo eccessivo), bisogna stare attenti a non perdere il bimbo della sana identità nazionale – vale a dire che bisogna tracciare la linea di separazione tra il giusto grado di “sano” nazionalismo che garantisce il minimo necessario di identità nazionale e il nazionalismo eccessivo (xenofobo e aggressivo). Proprio tale distinzione di buon senso riproduce il ragionamento nazionalista che mira a liberarsi dell’eccesso “impuro”.

Per me è un testo-chiave, anche perché non riesco a immaginare un’alternativa sensata a quel che Žižek implicitamente propone: un attimo prima di inserire i coglioni dei miei avversari tedeschi italiani o ladini nel tritacarne, lo leggo sempre. Forse per questo scrivo così poco.

Lui tiene la bicicletta con la mano sinistra e con la destra lei. Lei lo guarda con indifferenza. I due, molto semplicemente, non si baciano da troppo tempo. Le loro voci si sovrappongono alla voce del fiume che borbotta. Io ascolto. “Cosa si mangia stasera?” chiede il marito. E la moglie: “Lingua di vitello all’agro, affumicati tirolesi, minestra di grano saraceno, Schlutzkrapfen, arrosto di capriolo con mirtilli rossi e Buchteln a volontà”. “Non vorrei essere scortese, ma non ti sembra un menu troppo no global? Una roba così si potrebbe gustare solo indossando un Tracht del 1850. E poi è difficilissimo mangiare la minestra di grano saraceno senza togliersi il cappello piumato. C’è sempre il rischio che una penna ricurva di gallo forcello ti finisca nel piatto“. “Che palle! Saresti in grado di politicizzare anche un Big Mac“. „Il Big Mac è politica allo stato puro, mia cara! Non  ci vuole una laurea  per capire che quella specie di gomma sintetica a forma di panino è messa lì dai grandi potentati economici per cancellare la toponomastica del gusto“. „Sì, fra un po’ verrà fuori che il Big Mac è peggio di Tolomei“. „È inutile che tu faccia la gnorri,“ insiste il marito „ogni volta che ti porti alla bocca uno di quei puzzolentissimi medaglioni di manzo tritato il tuo apparato boccale diventa un tritacarne adibito alla masticazione di foreste amazzoniche. Lo capisci questo? I tuoi denti  mordono come multinazionali, la tua lingua è la Banca mondiale, il tuo palato si trasforma nel Fondo monetario internazionale, le tue gengive dipendono direttamente dall’Organizzazione mondiale del commercio!“. “Sì vabbè… Stasera cosa mangiamo?“. “Il tuo menu va benissimo, solo che lo contaminerei con qualcosa di esotico. Capisci cosa intendo? Ci vuole un piatto che provochi una rottura, una vivanda che spezzi la monotonia del paesaggio gastronomico tirolese“. “Fammi un esempio concreto”. “È molto semplice: sostituirei gli Schlutzkrapfen con dei vermicelli alla puttanesca”. “No, con i vermicelli non si va da nessuna parte. È da anni che non hanno più alcuna funzione straniante. E poi i primi piatti non se li fila nessuno. Sono roba da riformisti senza attributi. Se proprio vuoi essere politicamente scorretto, devi prenderti le tue responsabilità e andare fino in fondo”. “Non mi starai mica proponendo di eliminare dal menu l’arrosto di capriolo con mirtilli rossi?”. “Esattamente. Per sostituirlo con un piatto di pesce di mare”. “L’idea mi piace, è senz’altro eversiva. Che ne diresti di una bella orata al cartoccio?”. “Banale. Io punterei su qualcosa di più trendy, come una coda di rospo su letto di spinaci, o addirittura un rombo con salsa al curry e peperoni”. “E se invece optassimo per un menu vegetariano? Finocchietti selvatici, cuori di radicchio, indivia riccia, denti di leone…“. „Mi pareva di avertelo già detto: l’insalata mista, soprattutto se biologica, è una finestra storica chiusa. Ormai lo sanno tutti che Alexander Langer è un’invenzione dell’imperialismo italiano. Si comincia con l’insalata mista, magari condita con balsamico di Modena e olio del Garda, e si finisce col parlare di scuole miste davanti a un poster di Mussolini che accarezza un leoncello. Comunque mi sono rotta di questa faccenda del cibo. Perché non parliamo di musica una buona volta? Te piase Subert o preferisi il Betoven?“. “Tesoro, non tergiversare! Lo sai anche tu che il Sudtirolo va cambiato da cima a fondo. E se non si inizia dal cibo, da dove vuoi cominciare?”.

Poi i due si congedano. La moglie procede diritta, costeggiando il corso del fiume, il marito gira a destra verso il centro, dove si   montano con grande anticipo le prime luci natalizie. In realtà, pur prendendo direzioni diverse, i due coniugi percorrono lo stesso vicolo cieco: il marito si reca a deporre una corona di alloro sullo zoccolo di un monumento fascista, la moglie va a sentire una conferenza tenuta da un generale tedesco in pensione con trascorsi nella Wehrmacht. Stasera probabilmente non mangeranno, ma avranno un sacco di cose da raccontarsi. Ad esempio che Ennio Flaiano morì a Roma il 20 novembre 1972. Qualche settimana prima, alla fine di ottobre, aveva scritto un pezzo di costume quasi identico a questo.