Le porte del mondo non sanno
che fuori la pioggia le cerca.
Le cerca. Le cerca. Paziente
si perde, ritorna. La luce
non sa della pioggia. La pioggia
non sa della luce. Le porte,
le porte del mondo son chiuse:
serrate alla pioggia,
serrate alla luce.

(Sandro Penna)

Memoria

23 Aprile 2008

Lacerazioni

13 Aprile 2008

Molto “divertente” questa telefonata tra Paolo Flores D’Arcais e Gianni Vattimo [ascolta]. Sembra un ritratto fonografico delle lacerazioni alle quali è sottoposto il cosiddetto popolo della sinistra (popolo nel quale io mi riconosco: secondo tutta la banda d’oscillazione che lo attraversa: dalla partecipazione più emotiva al più intellettualistico distacco). Stamani ho votato. Per la prima volta mi sono reso conto di quanto quest’atto si sia svuotato di senso. Uscendo dal seggio (presieduto fra l’altro dal mio amico Alessandro Ruggera) non ho provato nulla. Non c’era neppure il sole, che - come ho detto più sotto - avrebbe dovuto sottolineare l’atmosfera da “festa della democrazia” tipica di una consultazione elettorale. Invece: una pioggerellina insolente. E soprattutto triste. Non mi chiedo neanche più come andrà. Però (anche ascoltando la telefonata tra Florse D’Arcais e Vattimo) adesso sento una profonda solidarietà nei confronti di tutti quegli italiani che hanno dato il voto a Veltroni. Spero ce la facciano. Spero davvero che l’incubo di avere nuovamente Berlusconi al governo non si rimaterializzi. Comunque: se poi Alex viene a rigarmi la macchina non me la prenderò più di tanto.

[Nota: la canzone di Gaber "Le elezioni" non mi pare che fosse quella della quale parlavo in uno dei post precedenti]

Das Leben ändern

2 Aprile 2008

Archaischer Torso Apollos

Wir kannten nicht sein unerhörtes Haupt,
darin die Augenäpfel reiften. Aber
sein Torso glüht noch wie ein Kandelaber,
in dem sein Schauen, nur zurückgeschraubt,

sich hält und glänzt. Sonst könnte nicht der Bug
der Brust dich blenden, und im leisen Drehen
der Lenden könnte nicht ein Lächeln gehen
zu jener Mitte, die die Zeugung trug.

Sonst stünde dieser Stein entstellt und kurz
unter der Schultern durchsichtigem Sturz
und flimmerte nicht so wie Raubtierfelle;

und bräche nicht aus allen seinen Rändern
aus wie ein Stern: denn da ist keine Stelle,
die dich nicht sieht. Du mußt dein Leben ändern.

R.M.Rilke

De retour de Paris

24 Marzo 2008

Place des Voges

Cari amici, rieccomi a voi. O meglio: rieccomi QUASI a voi. Tornare da Parigi non è semplice. Perché una parte di noi rimane sempre lì, ad attenderci, ad aspettare che torniamo. Quello è infatti il posto nel quale ogni straniero, pur essendo straniero, cessa di essere straniero. È così. Ogni volta non possiamo fare a meno di constatare che non può che essere così.

Solo una rapida sequenza d’impressioni:

1. Bastano cinque minuti dentro il metrò per convincere chiunque, anche il più stupido sostenitore dei Freiheitlichen sudtirolesi, che l’alternativa non è tra il monoculturalismo o il multiculturalismo. Ma tra l’idea di multiculturalismo dei monoculturalisti e il multiculturalismo effettivo. Il primo non esiste, se non nella testa di chi lo produce, il secondo è qui e sarà sempre più qui.

2. Se una città riesce ad essere bellissima anche sotto la pioggia allora vuol dire che quella città è proprio bellissima. Ma se addirittura sotto la pioggia una città, già bellissima, riesce a diventare ancora più bella… beh… gli aggettivi non bastano più.

3. A Parigi tutto è possibile. Anche mangiare benissimo spendendo poco: http://www.bistrotdusommelier.com/

4. Ma a Parigi è senza dubbio sopportabile anche spendere molto: http://fr.fauchon.com/fr/fr/livraison.html#/

Place Doumesnil

5. Ha scritto Claude Lévi-Strauss: “Le barbare, c’est d’abord l’homme qui croit à la barbarie” (Race et historie, 1952). Parigi è un baluardo contro la barbarie.

6. A Parigi s’incontrano uomini che fanno di Parigi Parigi: http://www.artisanalcheese.com/prodinfo.asp?number=NP6004

7. Parigi è Parigi è Parigi…

8. Tornando da Parigi si è sempre un po’ malinconici. Ci si sente insomma un po’ così [ascolta]. Ma è normale. Fa parte del prezzo da pagare. *Sigh*

Veltroni a Bolzano

13 Marzo 2008

Quando Veltroni sale sul palco dei teatri e delle sale che lo accolgono parte la musica. Chissà quando è cominciata, questa cosa della musica. I leader politici travestiti un po’ da cantanti e che dunque usano i cantanti per preparare l’atmosfera necessaria a sostenere i loro discorsi. Nel 2002, al tempo dell’Ulivo, c’era la “Canzone popolare” di Ivano Fossati (“… se c’è qualcosa da dire ancora, se c’è qualcosa da fare… alzati che si sta alzando la canzone popolare ce lo dirà”), oggi tocca a Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti (“… lupi in agguato, il peggio è passato…”). Che il peggio sia passato è tutto ancora da dimostrare.

L’altra sera, tra i “mille” del Rainerum, ho incontrato anche due miei carissimi amici di Vipiteno. Due “vecchi” comunisti, di quelli che non solo non mangiavano i bambini, ma che anzi sono stati due splendidi genitori e ora sono anche due splendidi nonni. “Siamo venuti giù perché a Vipiteno della campagna elettorale non si percepisce nulla”, mi hanno detto. E poi: “tutta questa gente così non ce la ricordavamo neppure ai tempi di Berlinguer”. Insomma, si può fare: l’atmosfera era quella giusta.

Veltroni parla per una mezzoretta. Un discorso basato più sulle emozioni (anzi: sui sentimenti, per definizione “buoni”) che sul cosiddetto programma. Ma i comizi servono a questo, a darsi e a fare coraggio: “La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare…” (sempre Jovanotti). Prima di chiudere, il leader del Pd ha invitato ogni persona presente ad impegnarsi per convincere almeno 5 elettori indecisi. La politica, ha affermato, non è come il calcio, che giocano in ventidue e tutti gli altri stanno a guardare. La politica è partecipazione, ognuno dia il suo contributo.

Poi è stata la volta dell’inno italiano. La sensazione è che l’inno italiano, per Veltroni, rappresenti soprattutto un esorcismo nei confronti del “nazionalismo pallonaro” del rivale. Un disperato patriottismo della volontà, se mi passate la formula.

Le immagini del maxischermo erano tutt’altro che nitide, così non sono riuscito a vedere se anche Oskar Peterlini abbia effettivamente cantato qualche strofa (come dicono sia successo). Povero Peterlini. Se ci fossero state le Jene l’avrebbero sicuramente messo alla berlina grazie al testo di Goffredo Mameli (“… già l’aquila d’Austria le penne ha perdute…”, che ne dice senatore, concorda?). O magari, per distribuire la loro cattiveria in modo equanime, avrebbero chiesto a Veltroni se davvero l’andare “a mani libere” del Pd può essere tradotto con l’espressione tedesca “Blockfrei”. Siamo sicuri che lui avrebbe saputo rispondere?

La serata di ieri dal punto di vista del Dolomiten

Peterlini smentisce di aver cantato*

* Questo meriterebbe una rubrica a parte: i nostri grandi problemi.

Heimat-Heima

8 Marzo 2008

Heima (At home) is a documentary and double DVD set about the tour around Iceland in the summer of 2006 of the band Sigur Rós. During this tour they played two big open-air concerts at Miklatún - Reykjavík (30th July) and Ásbyrgi (4th August), as well as small scale concerts at Ólafsvík (24th July), Ísafjörður (26th July), Djúpavík (27th July), Háls, Öxnadalur (28th July) and Seyðisfjörður (3rd August) and a protest concert at Snæfellsskála (3rd August). The documentary also includes footage of an acoustic concert played for family and friends at Gamla Borg, a coffee shop in the small town Borg, on 22nd April 2007.

The documentary premiered in Iceland at the Reykjavík International Film Festival opening day, 27th of September 2007. Heima was released 5th November 2007 (4th December in North America) in two editions, one including atmospheric photos in a photobook documenting the tour. (From Wikipedia)

L’intero film si può vedere [QUI]

Questo, invece, è quello che amerei vedere in questo preciso momento…

Sorrow

1 Marzo 2008

Egon Schiele, vier Bäume

Hai chiuso gli occhi.

Nasce una notte

Piena di finte buche,

Di suoni morti

Come di sugheri

Di reti calate nell’acqua.

Le tue mani si fanno come un soffio

D’inviolabili lontananze,

Inafferrabili come le idee,

E l’equivoco della luna

E il dondolio, dolcissimi,

Se vuoi posarmele sugli occhi,

Toccano l’anima.

Sei la donna che passa

Come una foglia

E lasci agli alberi un fuoco d’autunno.

(Giuseppe Ungaretti, da Sentimento del Tempo, Canto Quinto, 1932)

[Ascolta]