Grandi e piccoli racconti
8 Maggio 2008
Come già scritto, ieri pomeriggio, all’Università di Bressanone, grazie all’associazione Heimat, abbiamo potuto organizzare un incontro con Hans Karl Peterlini (e col sottoscritto) dedicato al tema delle mitologie sudtirolesi e altoatesine. Peterlini mi ha spedito il testo del suo Impulsreferat e volentieri lo metto a disposizione di quanti ieri non hanno potuto partecipare o di chi, pur essendo stato presente, ha voglia di leggere quello che è stato detto.
In questo contesto rimando anche all’intervista che feci con H. K. Peterlini e che pubblicai sul Corriere dell’Alto Adige [leggi].
W l’Italia
5 Maggio 2008
Nota redazionale: prima delle elezioni avevo notato un articolo di G. Schedereit che parlava dell’Italia. Si trattava di un elogio (sì, tutto sommato di un elogio) pronunciato da un politico “tedesco” e la cosa (visto il clima di denigrazione e di autodenigrazione che prende tutti quelli che s’impegnano in un’analisi della situazione certamente non prospera del Belpaese) mi aveva ovviamente incuriosito. Poi l’articolo (che avevo ritagliato) è andato perduto e per un pezzo non ci ho più pensato. Avendo conosciuto personalmente Schedereit qualche giorno fa, m’è tornato in mente l’articolo e me lo sono fatto spedire. Lo pubblico quindi qui come “testo salvato”. Con un’indicazione: trovo veramente molto bello questo testo, perché esprime lo spirito di quel “abbiamo bisogno di voi…” che chiudeva anche il mio disperato appello in Due Montagne. Buona lettura.
Provincialissimi Specialissimi
È stato stimolante andare a Roma ogni tanto, in questi due anni, per scambiare esperienze ed opinioni, non solo sulla propria provincia ma anche sul resto del mondo, italiano e non, con ecologisti da tutta Italia, al Consiglio Federale Nazionale dei Verdi, come delegato dei VercVerdiGrüne (io li chiamo così, per rispetto delle minoranze), per farsi un’idea dell’evoluzione-involuzione di questa nostra povera Italia.
Anche nostra, sì, perchè bene o male rimarrà sempre tale anche per chi sbaglia l’accento (ed altro) scrivendo un intervento come questo. Nostra anche per chi non la considera né patria né matrigna – ma che comunque non chiude gli occhi davanti al fatto che l’Italia, nonostante tutto, rimarrà pur sempre, uno dei più preziosi, e più minacciati, patrimoni comuni a tutti noi europei.
L’Italia così bella e impossibile, minacciata a morte nelle sue splendide fondamenta ambientali, nella sua millenaria cultura anche giuridica, da società civile accogliente inclusiva, da culla dello stato di diritto e della legge uguale per tutti: ora invece tristemente in procinto di ritornare peggior esempio della legge del (tycoon) più forte.
E chi lo dice che non si impara mai niente dagli esempi deterrenti, che è meglio lasciar perdere, ormai, lasciar fare a chi „di dovere“, a Bolzano, Trento, Roma ecc.? Mi sembra un atteggiamento da irresponsabili, e di tali ce ne sono già troppi, nella „casta“ politica. Come troppi sono gli indicatori internazionali che vedono l’Italia fanalino di coda in Europa:
Corruzione, criminalità organizzata, incertezza del diritto (e della pena), precariato, conflitti d’interesse, scempi ambientali, inefficienze nei servizi pubblici, partitocrazia con privilegi da record, depressione demografica, TV ed altri media ad infimi livelli di libertà qualità ecc.
Siamo in 58 milioni cittadini a sapere esattamente dove l’Italia fa acqua, e dove addirittura fa schifo. E noi sudtirolesi, autonomisti specialissimi, dovremmo essere gli unici a bendarci gli occhi, tapparci le orecchie, e pure la bocca? Noi gli unici contribuenti d’Italia a non esprimerci autonomamente, liberamente e, perchè no, altrettanto aspramente come tutti gli altri cittadini della Repubblica sanno all’occorrenza fare, su quello che si fa e si disfa a Roma anche a nome nostro, con i soldi anche nostri, con le istituzioni anche nostre, con la Costituzione anche nostra ?
Perchè solo noi dovremmo continuare a delegare tutto? Per convenienza? Ma quale convenienza: non ne vedo alcuna nel rinunciare ad informarsi, e a farsi sentire, da cittadini al 100 % e non allo 0,7 %! Sui problemi più pressanti, a partire dal potere d’acquisto, in un mondo globalizzato, in questa nostra Europa che, bene o male, di fatto (e mi dispiace per Eva Klotz e Donato Seppi) non conosce più frontiere .
Le sfide più importanti, che sono sempre anche le più interessanti, i problemi che assillano l’Italia, minacciano anche noi ed il resto d’Europa. E certamente non sono risolvibili in un’ottica ristretta a una lobbying provinciale che più provinciale non si può.
Ma chi lo dice che noi, ed il resto d’Europa, non avremmo più niente da imparare dall’Italia, nemmeno in positivo ? Di solito, ci si limita alla cucina, al calcio, alla moda a al design. Si tende invece a tralasciare altri punti forti che ancora caratterizzano questo paese, per esempio la generosità nel volontariato, la cultura della pace, della vita (contro la pena capitale); le leggi-modello per l’integrazione dei più deboli nel mondo della scuola e del lavoro, per es. dei bambini diversamente abili (specialmente rispetto ai paesi di lingua tedesca). In questi campi, l’Italia non è seconda a nessuno, in Europa.
Questi ed altri lati positivi, oltre a quelli negativi menzionati prima, mi impediscono di condividere quello che mi sembra un supremo, irresponsabile disinteresse per i destini di quest’Italia, molto diffuso nella nostra Provincia, riscontrabile anche - e questo mi dispiace molto - tra i VercVerdiGrüne.
Una forte non-curiosità, diciamo, cioè l’esatto contrario di quella qualità vitale di cui più abbiamo assoluto bisogno, per un futuro produttivo di questa nostra euregio privilegiatamente trilingue.
Poca voglia di conoscere condividere concordare: un atteggiamento, verso i travagli nazionali, tra l’impotenza il menefreghismo e la sufficienza, una certa indulgenza, se non addirittura rassegnata subalternità, rispetto alle inveterate pratiche verticistiche della partitocrazia in genere, quella ormai odiata dalla grande maggioranza degli italiani, la casta di politici professionisti senz’altro la più discreditata dell’Europa occidentale; una rassegnazione, per quanto riguarda la politica nazionale ed i livelli decisionali romani, rinunciataria “a prescindere”, mi è sembrato, tendente a delegare ad altri, a Trento od altrove (al limite anche per sette legislature), se non di fatto ai vari partiti specializzati in lobbying etnocentrica, l’esercizio della propria cittadinanza italiana ed europea, della propria piccolissima parte di (cor)responsabilità per gli enormi problemi e le grandi sfide della res publica.
Tanto noi siamo solo provinciali, provincialissimi specialissimi. Tanto vale deresponsabilizzarsi, chiamarsi fuori dal resto del paese, da problemi più grandi di noi e della nostra provincia, provare a fare lo struzzo, o ad immergerci in apnea, di fronte all’impegno, certo immane, di decifrare utilmente la cultura politica dei nostri vicini di casa, quando invece ci sono tanti altri paesi, magari molto più lontani, dove questa ricerca sembra molto meno “ingrata”, o no?
Dispiace riscontrare questa non curiosità non solo in certi esemplari dell’ homo sudtirolensis, o bauzanensis, affetti da “Obrigkeitshörigkeit”, o dall’eterno impulso a correre in aiuto ad un’autorità (si spera vincente) più grande di noi, ma purtroppo anche in chi era chiamato, nel nostro piccolo, a rappresentare: sinceri teorici della interetnicità e dell’interculturalità (alla quale sarebbe dedicato proprio questo quest’anno 2008 ) ma spesso, a modo tutto nostro, tutto sudtirolese, non meno provinciali ed “ombelicocentrici” di altri, per quanto riguarda l’interesse per i destini dell’Italia.
Non me la sento di rappresentare più chi non sembra capace di quel minimo di curiosità e di empatia per i vicini di casa, del Sud come del Nord, che serve, nell’Europa del 21° secolo: serve per l’arrichimento professionale ed umano, e serve per le preoccupazioni anche gravi, che possono destare una regressione, non solo economica, dell’Italia. Uno Stato che comunque, anche se per ipotesi non ne facessimo parte, rimarrebbe, con la sua capitale, quello più vicino a noi, tra i quattro più grandi dell’Unione Europea.
E infine: chi se non noi dovrebbe ricordarsi che l’Italia vanta un pedigree storico da trendsetter politico-ideologico di prim’ordine, nel bene e nel male? Anche per questo motivo è da prendere sul serio, da scrutare sempre con grande attenzione, come uno sismografo, per il bene comune nostro e dell’Europa. E non solo in tempi di elezioni politiche.
Georg Schedereit
La baviera e la padania
27 Aprile 2008

Molto interessante il fondo di Sergio Romano, pubblicato oggi dal Corriere della Sera. Una “visione” che avrebbe tanto più senso qui. Toc toc toc, Tommasini, se ci sei batti un colpo.
25 aprile
24 Aprile 2008
Domani è il 25 aprile. Per me si tratta di una data importante, una di quelle date - fra l’altro - che potrebbero essere “festeggiate” da tutti i sudtirolesi (senza divisioni di lingua). Avrei voluto scrivere qualcosa, ma stamani, sulla Tageszeitung, è uscito un editoriale di Arnold Tribus che giudico impeccabile. Quindi me lo sono fatto spedire e lo pubblico ringraziando l’autore. Si intitola “Resistenza“.
Morgen ist der 25. April, Tag der Befreiung, noch ein Staatsfeiertag, denn die Reihen der Partisanen, die den Fall des Faschismus mit Inbrunst und Überzeugung feiern, werden immer lichter, und die neuen Machthaber halten wenig von der Resistenza. Wie wir Südtiroler. Geht uns alles nichts an, dass wir in Bozen ein Konzentrationslager hatten, weiß fast niemand, am Montag wird der Herr Staatspräsident der übrig gebliebenen Mauer einen Besuch abstatten. Damit wir nicht vergessen. In den Städten finden sehr bescheidene Feierlichkeiten statt, alles läuft nach einem bürokratischen Ritual ab, die Stadtpolizisten eskortieren den Herrn Bürgermeister und die Vertreter der Partisanen, es werden Kränze deponiert. Das ist auch alles. Wie gesagt, uns Deutsche betrifft das alles nicht, sieht man vom Herrn Vizebürgermeister einmal ab, der aus politischem Anstand und persönlicher Überzeugung, will ich hoffen, mitgeht.
Mich erschüttert es jedes Jahr neu, dass die Befreiung vom Faschismus ohne Deutsche gefeiert wird, wo uns der Faschismus doch so viel Leid und Schmerz zufügte, uns Grund und Boden nahm, uns zu Fremden im eigenen Land machte, uns unsere kulturelle Identität nehmen wollte, uns unsere Sprache und Schule, unsere schönen Bräuche verbot, unsere Trachten und Schürzen, die deutsche Presse, die deutschen Parteien, die deutschen Gewerkschaften, alles, was uns als Tiroler Volk auszeichnete. Dieses Regime wurde endlich besiegt, das demokratische Italien feiert die Wiedergeburt der Demokratie durch die Resistenza, die der alte Partisan und spätere Staatspräsident Sandro Pertini als „zweiten Risorgimento“ bezeichnete, und wir tun weiterhin so, als beträfe uns das alles nicht, obwohl wir ja nicht müde werden, als Opfer des Faschismus herumzuplärren und unseren Sonderstatus in der Republik ja immer als Wiedergutmachung der Schandtaten des Faschismus zu legitimieren und zu rechtfertigen.
Kaum jemand unserer Leute weiß, was denn am 25. April eigentlich begangen wird. Es ist ein Staatsfeiertag, aber was haben wir damit denn zu tun? Traurig. Wir haben laut Parteidoktrin ja eine andere Geschichte. Ist es etwa die, die sagt, dass die Nazis am 8. September 1943 Südtirol befreit haben, als diese unter dem Jubel der Bevölkerung das Land besetzten und hier Naziland errichteten? Man war die Faschisten los und hatte dafür die Nazis, war Reich, beim Führer. Glücklich. Das demokratische Bewusstsein war so groß, dass die schwarze Diktatur durch die braue ausgetauscht wurde. Seither dominiert bei uns wie in breiten Kreisen Deutschlands die Vorstellung, dass es am 8. Mai keine Befreiung gegeben habe, sondern Niederlage, Katastrophe, Kapitulation. Seither geht die Verklärung der Nazizeit im Lande weiter, es werden stramme Nazigeschichten erzählt, es lebe die Wehrmacht, die Opfer war, Täter waren die anderen, die als Befreier gelten. Damit will ich nicht die hemmungslosen Plünderungen und Zerstörungen der Roten Armee am Ende des Krieges rechtfertigen, das Elend der Flüchtlinge und Vertriebenen, die entsetzlichen Massenvergewaltigungen und Gewalttaten aller Art, um Gottes willen, man kann aber nicht Tote verrechnen, wennschon muss man sie zusammenzählen. Und wie die Alten sungen, so zwitschern auch die Jungen. Und wir wundern uns über junge Nazis. Erschreckend, dass es in einem Land wie Südtirol, das von den Nazis verraten wurde, Nazihorden herumrennen, ungestraft, gedeckt, verstanden, entschuldigt und gehätschelt.
Erschreckend, dass es in diesem Land, das unter dem Joch des Faschismus zu leiden hatte, keine antifaschistische Kultur gibt, der Antifaschismus kein Wert ist. Woher soll die Jugend das auch nehmen? Im „Geschichtlichen Abriss“ des „Südtirol Handbuches“ der Südtiroler Landesregierung kommt der 25. April 1945 gar nicht vor. Kein Südtirol-relevantes Datum. Sagt eigentlich alles. Wir sind ja nicht befreit worden. Wie schön wäre es gewesen in Naziland! Schlimm.
arnold.tribus@tageszeitung.it
Descrittore di catastrofi
22 Aprile 2008

Visto che in questo momento tutti cercano ragioni e motivi della sconfitta della sinistra, proviamo a farlo anche noi. Lo facciamo però a modo nostro, leggendo e invitando a leggere. GattoMur, ormai accreditatissimo recensore di libri di SegnaVia, ha composto una magistrale recensione di un testo uscito apposta per chiarirci le idee su quanto appena accaduto alle elezioni. Insomma: un libro da tenere a portata di mano, assieme al fazzoletto.
[Raffaele Simone, Il Mostro Mite. Perché l'Occidente non va a sinistra, Milano, Garzanti, 2008, pp. 174, € 12]
È apparso nelle librerie a marzo, cinto di una fascetta che promette la spiegazione del “perché la sinistra non potrà vincere le elezioni”: non per nulla nella premessa Simone ammette di essersi guadagnato, negli ultimi anni, “una discreta fama di descrittore di catastrofi”.
Non essendo l’autore né politologo né politico, ma linguista di fama internazionale (ricordo il monumentale Fondamenti di linguistica, 1990; ma consiglierei a tutti anche la lettura di un delizioso testo “minore” come Maistock. Il linguaggio spiegato da una bambina, 1988), più che sull’analisi politica si concentra sulla descrizione di modelli di cultura, proseguendo un filone di ricerca inaugurato nel 2002 con La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo.
Tre sono i fulcri dell’indagine: la registrazione del declino, ovunque in Occidente, dei principi fondamentali della sinistra; la descrizione della cosiddetta “Neodestra”, la destra nella sua fase moderna, mediatizzata e mediatica; infine l’analisi dei paradigmi, politici e culturali, che garantiranno alla Neodestra “per un pezzo il primato non solo nei parlamenti e nei posti di comando ma soprattutto negli usi e costumi (stavo per dire ‘negli usi e consumi’) della gente”.
Richiamandosi alle anticipazioni di José Ortega y Gassett (la ribellione delle masse) e Pier Paolo Pasolini (il mutamento antropologico), che hanno colto gli aspetti allarmanti e spaventosi già agli albori, Simone si immerge nel modello che domina la cultura di massa, il fenomeno che chiama appunto “Mostro Mite”. Da questo dominio si genera “lo sfibrarsi e il cambiar natura della sinistra”; ma la sinistra non se ne è ancora accorta e rischia di fare come certi corrispondenti di guerra inesperti: “è arrivata sul teatro delle operazioni in ritardo (alcuni ritengono che non ci abbia ancora messo piede), quando le truppe s’erano ritirate da un pezzo, il vincitore era ben definito e non c’era quasi più nulla da descrivere”.
Le ragioni del declino della sinistra, che Simone riprende da una “letteratura grande come una montagna”, sono molteplici: in primo luogo sta, sotto gli occhi di tutti, il fallimento storico dei comunismi (“miseria, terrore e morte”); ma anche il settarismo, la malafede e la simpatia per alcuni regimi dittatoriali, l’ingenuo utopismo, la convinzione di essere superiori e all’avanguardia, il politically correctness, la “incorreggibile attrazione verso diversi tipi di cause perse, dubbie o francamente inqualificabili” (paradigmatico l’accenno a una conoscente di estrema sinistra, accesa sostenitrice della causa palestinese, che, pur avendo sentito dire che Yohoshua è un grande scrittore, non lo legge perché ebreo…). Per sfuggire alle tante colpe storiche, le sinistre si sono decostruite e ristrutturate, tanto da rendersi irriconoscibili, lasciando spazio allo sviluppo di una Neodestra, che “non è un’evoluzione delle destre convenzionali: non è fascismo, non è salazarismo, non è franchismo, non è dittatura dei colonnelli; meno che mai è Nazismo”.
Le sue tecniche per contrastare l’avversario sono intonate ai tempi, cioè incruente, anche se possono essere devastanti: isolamento professionale, denigrazione e dileggio anche attraverso i media, damnatio memoriae, induzione di danno economico, persecuzione giudiziaria, emarginazione politica. La Neodestra non distrugge, impedisce di nascere. (pp. 72-73)
La Neodestra sa cosa vuole il popolo e glie lo dà, afferma e propaganda l’arricchimento personale, è up to date, appare giovane e vitale, sa sfruttare i mezzi di comunicazione. Il vento dello Zeitgeist, insomma, spira in favore della destra: la classe operaia si è dissolta, i giovani sono scomparsi dalla scena politica, è nata una cultura di massa “dispotica”.
Il capitolo più originale è proprio quello che descrive il Mostro Mite: a partire dalle geniali anticipazioni ottocentesche di Toqueville, e confrontandosi con autori come Ortega y Gassett, Hanna Arendt, Pasolini, Guy Debord, Baudrillard, Bauman, Simone ci illustra il massimo elemento di dissoluzione della sinistra.
Il Mostro Mite pretende che si finga che l’intero mondo è tranquillo e in pace, facile e comprensibile, godibile e riparabile, protetto da una cappa di scienza amica e tranquillizzante e da una imperturbabile cortina di fun. Vuole che la vita-vacanza fluisca perpetua e indisturbata. (p. 112)
In questa situazione, la destra appare dotata di “naturalità” (il mondo, in fondo, è intrinsecamente di destra); la sinistra, al contrario, è “artificiale”, le sue posizioni astratte, laboriose, labili, aderirvi comporta sforzi e rinunce, limitazione e negazione del proprio interesse.
In conclusione, oltre alla dimensione “penitenziale” (il bisogno di farsi perdonare la “scia di sofferenze che la storia dei comunismi e dei socialismi porta con sé”), a decretare la morte della sinistra è il Mostro Mite, “la faccia metamorfica che il Leviatano ha assunto nell’era globale”; e la risposta della sinistra non è stata finora all’altezza, tanto da permettergli di imporsi e ramificarsi. Ma il saggio è dedicato “a quelli che ci credono ancora”, e la conclusione non è apocalittica:
Alle forze della sinistra spetta ora, all’inizio del secolo XXI, un compito tremendo: consapevoli dell’orizzonte della globalizzazione, impegnarsi a cercare senza posa nuovi contenuti all’altezza dei tempi, capaci di riempire di forme moderne l’involucro ormai quasi vuoto su cui è ancora scritto “Sinistra”. Dovrebbero, insomma, inventare di continuo nuovi buoni motivi per stare (e restare) a sinistra.
È un compito terribilmente difficile, ma se non ci si prova il destino è già scritto. Il tempo che rimane è molto poco. (p. 170)
P.S. Vi consiglio di rileggere adesso questo articolo ascoltando questa canzone dei Baustelle: [QUI]
La farsa (atto terzo)
15 Aprile 2008
Della serie: perché non possiamo dirci marxiani. O anche semplicemente marziani (visto che da qui in avanti a noi di “sinistra” ci toccherà vedere il Parlamento col telescopio). Il nostro incorreggibile GattoMur mi ha appena spedito un divertissement colto (e giustamente incazzato) sul filo di un testo della tradizione. Prima lo ringrazio e quindi lo pubblico.
Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte (Der 18te Brumaire des Louis Napoleon), 1852
Uno degli incipit più noti della tradizione filosofica: riprendendo Hegel, Marx ci ricorda che la storia si ripete sempre due volte; e precisa: “la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”. Non pare però avere preso in considerazione la terza ripetizione! (Per inciso, terza ripetizione di un fenomeno che già alla prima apparizione era una farsa: quindi noi passerremo dalla farsa a cosa?).
E allora, in questo scorcio di Berlusconi (d’ora in poi: B.) III, cosa c’è di meglio che leggersi questa opera “storica” di Marx, che parlandoci dell’ascesa al potere di Luigi Bonaparte (d’ora in poi: B.), ovvero Napoleone III (anche lui!), delle circostanze che resero possibile a un personaggio mediocre e grottesco di far la parte dell’eroe, ci fa capire qualcosa in più dell’ascesa al potere del nostro B.?
Quando si legge che nelle epoche di crisi gli uomini “evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le parole d’ordine per la battaglia, i costumi”, come non pensare agli slogan di B., che tanto richiamano quelli circolanti di epoche passate della nostra storia recente? E quando Marx introduce “l’avventuriero che nasconde le sue fattezze ripugnanti e triviali sotto la mortuaria maschera di ferro di Napoleone”, come impedire al nostro pensiero di fare delle facili associazioni?
“Per pagare i debiti della famiglia B. - geme la nazione francese”: e viene da gemere un po’ anche alla nazione italiana. Se per sfuggire ai pericoli della rivoluzione, i Francesi non hanno trovato di meglio che riprendersi i ricordi napoleonici (“Non hanno soltanto la caricatura del vecchio Napoleone; hanno Napoleone in persona, nelle fattezze caricaturali che gli si addicono alla metà del XIX secolo”), cosa possiamo dire delle fattezze caricaturali del napoleone che il popolo italiano si è di nuovo scelto? Leggo che “il 2 dicembre la rivoluzione di febbraio viene fatta sparire col trucco d’un baro” e non posso impedirmi di pensare a come è stato fatto sparire il fermento degli anni 92-93.
Ma la domanda più urgente, mi sembra, è: come è potuto succedere? Anche qui possiamo affidarci a Marx:
Non basta dire, come fanno i francesi, che la loro nazione è stata colta alla sprovvista. Non si perdona a una nazione, come non si perdona a una donna, il momento di debolezza in cui il primo avventuriero ha potuto farle violenza. Con queste spiegazioni l’enigma non viene risolto, ma soltanto formulato in modo diverso. Rimane da spiegare come una nazione di 36 milioni di abitanti abbia potuto essere colta alla sprovvista da tre cavalieri di industria e ridotta in schiavitù senza far resistenza.
Il senso di essere colti alla sprovvista, i cavalieri, la non resistenza: pare esserci tutto.
E infine l’ascesa al potere: “la feccia della società borghese forma, in ultima istanza, la falange sacra dell’ordine e Crapulinski, l’eroe, fa il suo ingresso alle Tuileries come ’salvatore della società’”.
Marx prende in considerazione gli anni tra il 1848 e il 1852, e conclude la trattazione con la “vittoria di B. sul Parlamento”:
Egli vorrebbe rubare tutta la Francia, per farne un regalo alla Francia, o piuttosto per potere comprare la Francia con denaro francese, perché come capo della Società del 10 dicembre, deve comprare ciò che gli deve appartenere. E allo scopo di comprare servono tutte le istituzioni dello Stato [...]. L’essenziale però, in questo procedimento per cui la Francia viene derubata per farle dei regali, sono le percentuali che durante tale circolazione cadono nelle mani del capo e dei membri della Società del 10 dicembre.
E ancora:
Spinto dalle esigenze contraddittorie della sua situazione e costretto, in pari tempo, come un giocatore di prestigio, a tenere gli occhi del pubblico fissi sopra di sé con delle continue sorprese, come surrogato di Napoleone, e a far quindi ogni giorno un colpo di stato in miniatura, B. sconvolge tutta l’economia borghese [...]; in nome dell’ordine crea l’anarchia, spogliando in pari tempo la macchina dello Stato dalla sua aureola, profanandola, rendendola ripugnante e ridicola…
Insomma, se vorrete leggere queste 150 pagine, scritte tra l’altro in uno stile straordinario, forse vi verrà di dichiararvi, anche voi, un po’ marxiani…
Historiker im Gespräch
14 Aprile 2008

La settima scorsa, all’Università di Bressanone, si è tenuto il primo incontro, organizzato dall’associazione Heimat, sul tema “Vivere qui“. Tornerò successivamente sul senso di questo progetto (anche in vista dei prossimi incontri). Intanto pubblico qui l’intervento di Hans Heiss. Si tratta - come sempre - di una disamina ad un tempo sapiente, ironica e graffiante della storia del Sudtirolo. Nel campo degli storici locali, Hans Heiss è per me un po’ quello che Robert Smith è nel campo della New Wave [ascolta]. Non ci credete? Ascoltate allora questo “assolo” tratto dalla conferenza:
„Ich glaube an Südtirol, geboren aus Altösterreich, in dem es 650 Jahre - seit 1363 - vereint war mit allen Teilen Tirols. Am 23. Mai 1915 abgestiegen in die Abgründe des Ersten Weltkriegs, wo es in die Fänge Luzifers geriet, des treulosen Italien. Gebraten in der schwarzen Hölle des Faschismus, aufgespießt auf der Achse Berlin-Rom, geröstet auf dem Feuerherd der Option, nach dem Kriege zum zweiten Mal verraten durch die Alliierten.
1945 wieder auferstanden aus der Gruft des völkischen Todes, kämpfend für seine Autonomie mit Bomben und Opfern. Aufgefahren in den Himmel der zweiten Autonomie, erlöset durch Silvius Magnago, wo Südtirol nun sitzt zu Füßen des Ewigen Luis, glücklich und blockfrei bis zur Auferstehung als Freistaat Südtirol.“
Intervento di Hans Heiss 11.04.08
Non li eviteremo, ma almeno conosciamoli
10 Aprile 2008
Da GattoMur ricevo e volentieri pubblico:
Peter Gomez e Marco Travaglio, Se li conosci li eviti. Raccomandati, riciclati, condannati, imputati, ignoranti, voltagabbana, fannulloni del nuovo Parlamento, Milano, Chiarelettere, 2008, pp. 574, € 14,60
A poca distanza dalla monumentale ricapitolazione di Mani sporche (con Gianni Barbacetto) e nella stessa collana di “Inchieste e reportage”, troviamo ora in libreria un altro volume ponderoso e succoso: un “libro di pronto soccorso” (come viene definito dagli stessi autori) dedicato “A chi sogna una politica pulita. Cioè una Politica”.
In esergo citazioni di alcuni leader di diversi schieramenti sulla composizione “pulita” delle liste elettorali (la palma della comicità va al solito Berlusconi: “Non candideremo supposti autori di reati”), per un libro che però non si limita al solito criterio dei precedenti e delle pendenze penali:
Convinti che non basti essere incensurati per fare politica (aiuta, ma non è sufficiente), abbiamo scovato anche i fannulloni, i voltagabbana, i cambiacasacca, gli ignoranti, i nemici della legalità e della libertà di informazione, i corresponsabili dello scandalo della monnezza in Campania, gli amici dei ladri e dei mafiosi che non hanno mai valicato i confini del codice penale, quelli che hanno comprato casa a Roma sottocosto grazie al cognome che portano o alla carica che ricoprono, quelli che sono finiti in lista perché parenti o raccomandati, quelli che hanno votato decine di leggi vergogna e magari oggi, confidando nell’amnesia generale, hanno pure la spudoratezza di auspicarne l’abolizione.
La prima parte del libro, che presenta le liste dei “buoni e cattivi”, risulterà più o meno condivisibile, ma ha almeno il pregio di essere basata su criteri verificabili e fonti controllabili. Soprattutto, è assolutamente bipartisan.
E allora, tra i “Magnifici Venti della XV legislatura”, troviamo, tra gli altri: Rosy Bindi (Pd; per avere dimostrato che è possibile “essere, coerentemente e contemporaneamente, laici e cattolici”); Tana de Zulueta (Verdi; per la battaglia a favore della libertà di informazione; “vergognosamente” non ricandidata dall’Arcobaleno); Vladimir “Luxuria” Guadagno (Prc; per avere combattuto per i diritti di tutti “con una competenza che chi vive di pregiudizi non avrebbe mai sospettato”); ma anche Giorgia Meloni (An; per avere, tra l’altro, saputo “dire parecchi no ai vertici del suo partito” e avere presieduto “con fierezza e autorevolezza l’aula di Montecitorio); Angela Napoli (An; per le battaglie a favore della legalità e della moralizzazione della politica); e (addirittura) Carlo Vizzini (Fi; per essersi riscattato da una prescrizione per la maxitangente Enimont grazie alla proposta di un codice di autoregolamentazione dei partiti per escludere dalle liste i condannati).
Conclude la sezione dedicata ai “buoni” la lista dei firmatari dell’emendamento Licandro (per escludere dalla Commissione Antimafia i parlamentari condannati per delitti contro la Pubblica Amministrazione e per quelli contro l’amministrazione della giustizia) e i 9 (nove!) dissenzienti alla “legge Mastella” sulla limitazione alla pubblicazione delle intercettazioni.
La sezione dedicata ai “cattivi” è, purtroppo, molto più corposa: gli onorevoli che alla Camera e al Senato hanno approvato l’indulto; i “somari” beccati in castagna dalla trasmissione Le Iene su domande non troppo difficili di cultura generale (impagabile “Che cos’è e dov’è Guantanamo?” Leonardo Martinello, Udc: “Mai sentito… I carceri in Iraq o in Afagnistan… Apfaghistan…”; ma c’è anche – e questa la dedico al “mitico” Superciuk – Oskar Peterlini: “Che cos’è la Rcs? - È l’assicurazione, no?”); quelli che in Parlamento ci stanno per tradizione familiare o perché legati a un potente (la fisioterapista di Berlusconi, i due segretari di Veltroni, la moglie di Fassino, la seconda moglie di Bassolino, la segretaria particolare di Fioroni, la nipote dell’avvocato di Mastella-ex fidanzata del figlio di Giorgio Napolitano-consulente di Enrico Letta [sic!], la moglie di Angelo Rizzoli…); quelli che i giornalisti come Montanelli (il “padre” spirituale di Travaglio, non lo dimentichi chi pensa di poterlo etichettare come un pericoloso “comunista”) e Biagi li imbavaglierebbero (particolarmente odiosa questa di Ferdinando Adornato sul “il Giornale” del 29 marzo 2001: “Montanelli? È moderato immaginario pluridecorato al valor giornalistico con licenza di straparlare”; da quale pulpito…); i politici che hanno segnalato dipendenti da far entrare nell’organico del Commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania (Bassolino, ma anche Nicolais, Antonio Amato, Mastella…); e per finire l’elenco, rivelato da Marco Lillo ed Emiliano Fittipaldi su “L’espresso”, dei politici che hanno acquistato casa a Roma a prezzi di saldo (Adornato, Alemanno, Baccini, Casini, Franca Chiaromonte, Cossiga, Maura Cossutta, Giuliano Ferrara, Giuseppe Fioroni, Franco Marini, Walter Veltroni, Luciano Violante…).
La seconda parte presenta il peggio delle liste, partito per partito, con un breve profilo biografico e i motivi che ne decreterebbero l’impresentabilità (curriculum, inchieste a carico, assenze al parlamento, frasi celebri). E se, come appare scontato a partire dal suo premier, il PdL fa la parte del leone, anche Veltroni e Franceschini, che “avevano promesso di non candidare condannati, nemmeno in primo grado, e neppure personaggi sottoposti a giudizio”, ci fanno una figura meschina, con almeno due pregiudicati, qualche condannato in primo e secondo grado e diversi imputati e indagati.
Per il PdL (cito quasi a caso), in ordine alfabetico dopo Berlusconi (di cui riporto solamente il dato delle assenze: 4804 su 4875, il 98,5%!!!): Alemanno, Tommaso Barbato (lo sputatore di Cusumano!), Vito Bonsignore, Borghezio, Bossi, Ciarrapico, Cicchitto, Sergio De Gregorio, Dell’Utri, Lamberto Dini, Renato Farina (l’agente Betulla), Gianfranco Fini, Raffaele Fitto, Carlo Giovanardi, Paolo Guzzanti, Giorgio La Malfa, Mario Landolfi, Giuseppe Lombardo, Pietro Lunardi, Mario Malossini, Altero Matteoli, Gianfranco Micciché, Marcello Pera (che si guadagna una scheda lunghissima per il suo voltafaccia su Mani Pulite), Roberto Speciale (che si faceva arrivare le spigole a passo Rolle)…
Per l’Udc – Rosa Bianca: Casini, Adornato, Buttiglione, Cesa, Cuffaro, De Mita, Mannino, Pionati, Vietti, Zinzi…
Per la Destra: Storace (intercettazioni a Marrazzo e Mussolini) e Sabbatini.
Per il Pd: Veltroni (per varie ambiguità), Bersani, Enzo Bianco, Calearo (“L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori si potrebbe togliere, sarebbe un elemento di modernizzazione del paese”; “Lo sciopero fiscale [lanciato da Bossi] è uno shock, però a mali estremi estremi rimedi”), Enzo Carra, Castagnetti, Cocilovo, Crisafulli, Cusumano, D’Alema (una delle schede più lunghe…), D’Antoni, Fassino (con tanto di intercettazioni con Consorte), Anna Finocchiaro (adorata in partibus infidelium; secondo gli autori “molto fumo e poco arrosto”), Follini (“Cuffaro è una persona per bene, e io l’appoggio”), Nicola Latorre, Enrico Letta (che nel Pd vorrebbe lo zio Gianni), Rutelli…
Sinistra Arcobaleno: Boato (per la legge che porta il suo nome), Caruso (“L’indulto è uno scambio di prigionieri: noi liberiamo i nostri compagni e Forza Italia libera i suoi”, da schiantarsi…), Daniele Farina, Francesco Forgione (“la prova vivente di come la ‘casta’ riesca a cambiare in peggio anche le persone migliori”).
Socialisti Democratici Italiani: Enrico Buemi (autore, assieme a Taormina, di una proposta di legge per depenalizzare il reato di furto), Vittorio Craxi, Gianni De Michelis.
Conclude il volume una utile appendice che riporta le “leggi vergogna” proposte e approvate dai precedenti governi di destra (falso in bilancio, rogatorie, mandato di cattura europeo, legge Cirami, Lodo Maccanico, intercettazioni, norma sull’appello, ex Cirielli, condoni fiscali, scudo fiscale, detassazione sulle plusvalenze, diritti TV del calcio, conflitto d’interessi, legge Gasparri, decreto salva-Rete4, aiuti di stato ai decoder, condono sui danni all’erario, guerra ai magistrati) e di sinistra (indulto in primis, ordinamento giudiziario, intercettazioni, disegno di legge sulle TV, conflitto di interessi) e, infine, i programmi a confronto del Pdl e del Pd, con i loro costi e relativa copertura.
Per chiudere con una prospettiva positiva: gli autori notano che se, dopo anni di “silenzio” dopo il biennio 1992-93, il problema della moralità nelle liste sia tornato in primo piano (rendendo impresentabili nomi come quelli di Mastella, Cirino Pomicino e Alfredo Vito), il merito è attribuibile a Beppe Grillo e alle migliaia di partecipanti alla battaglia su Parlamento Pulito:
La prova evidente che l’impegno dei cittadini è sempre utile: nel Palazzo si fa né più né meno quello che la gente tollera che sia fatto. Quindi, bisogna insistere e non arrendersi mai.
Per chi volesse seguire il lavoro degli autori giorno per giorno, è disponibile anche un blog:
Una questione di metodo
5 Aprile 2008
Ricevo da Enrico Hell un testo che volentieri pubblico.
L’insufficiente apprendimento della seconda lingua (tedesco) nelle scuole italiane dell’Alto Adige è riconosciuto da tutti come un dato di fatto. Bisogna dunque individuare i rimedi a una situazione inaccettabile, in modo da rovesciare, almeno a medio se non a lungo termine, il trend negativo.
Come sempre, per proporre rimedi efficaci occorre analizzare il contesto e individuare almeno alcune delle cause. E’ a questo punto che la discussione perde quasi sempre di vista l’obiettivo, che è quello di individuare strategie per affrontare con successo il problema, e scivola inevitabilmente in un confronto del tipo di quello efficacemente illustrato nel post Abecedario di Loiny.
Che la causa, come dicono alcuni, stia in un certo tipo di mentalita’ degli italiani, che giustificherebbe sia lo scarso impegno che la scarsa motivazione degli studenti nei confronti della seconda lingua, ci dice ben poco, se non nulla, sui rimedi efficaci che la scuola potrebbe adottare nella didattica, se solo si contina a ragionare in termini di “je accuse”. Individuare le cause, piuttosto, dovrebbe servire come punto di partenza, come base di conoscenza scientifica per la definizione di una nuova didattica.
Il vice del vice
28 Marzo 2008
Ieri, sul Corriere dell’Alto Adige, ficcante articolo di fondo di Toni Visentini. Lo pubblico per gentile concessione dell’autore:
Bisogna tenere d’occhio la Camera di commercio. Non solo per la sua nuova sede piena di vetrate, ma anche perché sta diventando l’incubatore di una nuova figura etno-castista. E cioè legata al modo tutto locale di coniugare gli equilibri etnici istituzionali della autonomia con, diciamo così, le esigenze e gli appetiti della casta politica & affini.
Sinora, infatti, per dire che quello italiano in Alto Adige è un gruppo che conta poco quanto a presenza nei ruoli chiave di istituzioni, società ed enti, si parlava di un popolo di vice. E cioè destinato ad occupare in questi equilibri la parte del n. 2. Un vice, appunto, che c’è ormai quasi solo perché ci deve essere, per rispetto di questi equilibri che dovrebbero invece essere la sostanza di una comunità e di una autonomia che, contrariamente da quella trentina e di altre regioni, ha nella diversità etnico-linguistica la sua caratteristica ed il suo teorico punto di forza.
Finora, in realtà, solo i sindacati hanno preso sul serio la questione introducendo anzi, con lungimiranza e senso di responsabilità, la teoria e la pratica della alternanza ai loro vertici in modo che ognuno, anche dal punto di vista etnico-linguistico, si senta a casa propria. Sugli altri fronti la pratica pare sempre più mal sopportata ed in disuso, un po’ per interesse di parte ed eccesso di appetiti, un po’ per ideologia, molto per pavidità.
Comunque sia, è in arrivo una novità: il vice non basta più, ci vuole anche il vice del vice. La storia nasce appunto alla Camera di Commercio che rinnova i suoi vertici. Al bravo Benedikt Gramm è stato designato a succedere l’europarlamentare Svp e proprietario della Athesia on. Michl Ebner. Un suo nuovo mandato politico a Bruxelles non è praticabile per la Svp e così c’è pronta l’alternativa. Come vice, secondo le antiche regole, dovrebbe esserci però una persona di gruppo linguistico diverso, dunque un italiano. Il problema è che però ora dal potente Bauernbund, l’organizzazione dei contadini, esce l’Obmann Georg Mayr. Il quale - contrariamente alle previsioni - non sarà candidato alle prossime provinciali per la Svp. È semmai interessato anche lui alla Camera di commercio. Ma, ovviamente, solo alla vicepresidenza visto che sulla presidenza ha già messo il cappello l’on. Ebner, ed è opportuno non sollevare obiezioni. Come accontentarlo? Semplice: serve solo cambiare lo statuto camerale e duplicare i vice. Uno non basta più, ce ne vogliono due.
Quale sarà il vice più importante è inutile chiederlo. Meraviglia, invece, che la Svp ladina non abbia ancora rivendicato per se’ anche una vicepresidenza dolomitica. Già che si cambia lo statuto, perché non fare tre vice? In fondo, non c’è due senza tre.