Un problema che viene da lontano
13 Maggio 2008
Nel bellissimo saggio di Claus Gatterer intitolato “Scuole come trincee nazionali” (contenuto nel libro “Italiani maledetti, maledetti austriaci”) si riporta un brano di una lettera scritta da Guglielmo Ranzi, fiduciario trentino della società Dante Alighieri, e spedita all’inizio del novecento al presidente di quell’associazione, il professore fiorentino Pasquale Villari: “È un fatto che nel Trentino (…) esistono ovunque scuole elementari e medie italiane. E va bene. Ma come ci si può allora spiegare che nella sola Trento più di cinquecento bambini, e sono bambini italiani, frequentino la scuola tedesca? Alle ripetute rimostranze dei nostri deputati, il governo (di Vienna) risponde sempre alla stessa maniera: e perché non mandate i vostri figli nelle scuole italiane?”. A questa domanda è lo stesso Ranzi a replicare, in un modo che riesce ad illuminare anche la situazione attualmente presente a Bolzano: “Il motivo vero (…) è che i genitori sono convinti che i loro figli possano far più strada in vita loro col tedesco che coll’italiano”.
Come noto, prima della Grande guerra il territorio corrispondente all’attuale Trentino faceva parte del Land austriaco del Tirolo. E in quella cornice il peso del tedesco, la sua rilevanza politica, era maggiore di quella dell’italiano, ancorché l’italiano fosse riconosciuto come lingua ufficiale. Mutatis mutandi, anche nel Sudtirolo odierno (regolato da un’autonomia che lo ha reso quasi uno “Stato nello Stato”) il tedesco è percepito generalmente come una lingua più importante dell’italiano. E in mancanza di un sistema scolastico orientato all’equilibrio delle competenze plurilinguistiche della popolazione è chiaro che la questione della lingua s’intrecci ancora inestricabilmente con quella dell’identità e del potere ad essa connesso. “Invasioni di campo”, tensioni rinascenti, soluzioni “fai da te” sono il sintomo di una deriva che potrebbe far saltare la tenuta delle istituzioni locali. Se più di cento anni fa le scuole poterono sciaguratamente trasformarsi in “trincee nazionali” e i bambini che le frequentavano essere visti alla stregua di piccoli inconsapevoli soldati arruolati per estendere o ridurre le rispettive sfere d’influenza, oggi vorremmo davvero sperare che la lezione del passato ci renda immuni dal commettere simili errori. Riportare i problemi alla loro giusta dimensione (essenzialmente pedagogica) e offrire soluzioni diversificate sarebbe una buona ricetta. Cerchiamo di applicarla.
Veleno o balsamo?
7 Maggio 2008
Dunque Elena Artioli ha deciso. Non cambierà la sua dichiarazione di “appartenenza linguistica”, continuerà a professarsi “mistilingue” e, anche se rimarrà nella Svp, rinuncerà ad abbandonare il suo ruolo attuale per candidarsi alle prossime elezioni provinciali (prevenendo così la decisione di un partito in chiaro imbarazzo). Elmar Pichler-Rolle ha dichiarato che così ogni problema è risolto. Ma il modo con il quale questa soluzione è stata commentata da Karl Zeller (“metterla in lista avrebbe rappresentato un veleno per la nostra credibilità”) dimostra esattamente il contrario: il problema esiste ancora e si tratta di un problema invero molto serio. Vediamo perché.
È molto interessante riflettere sulla metafora usata da Zeller: “Veleno”. Veleno è in primo luogo una “sostanza di origine vegetale o animale o prodotta chimicamente, capace di nuocere per via chimica alle funzioni di organismi viventi e di provocarne, in alcuni casi, la morte” (De Mauro). Fin troppo facile disambiguare. Qui l’organismo vivente è il partito, un organismo dagli equilibri divenuti evidentemente delicatissimi, talmente delicati che la scelta di consegnare maggiore visibilità a una persona dal profilo identitario così ambiguo (Elena Artioli: “mistilingue” dichiaratasi “italiana” e militante all’interno di una forza nata per rappresentare “tedeschi” e “ladini”) potrebbe risultare letale e distruggerne le residue difese immunitarie. Per questo motivo, per non correre rischi, la scelta di mantenere questa candidatura in uno stato di precauzionale sospensione, rinviandola magari a tempi migliori. E a tempi migliori viene così rinviata anche la discussione su quello che Pichler-Rolle pure afferma essere una realtà innegabile, la presenza sempre più diffusa di persone non riducibili allo schema “o questo o quello” (“o italiane o tedesche”) ma fiere di essere “sia questo che quello” (“italiane e tedesche”).
Quanto durerà questo periodo di latenza, quanto si dovrà ancora attendere prima che il processo di riflessione interna porti il partito di raccolta a comprendere che, una volta assolto il suo storico compito di difesa, la società sudtirolese non può essere interpretata ancora mediante categorie di pensiero formatesi in un passato sempre più remoto? Una cosa è certa: quello che oggi sembra un veleno, apportatore di morte, domani potrebbe anche essere concepito alla stregua di un balsamo, che migliora la vita. Ma dipende per l’appunto dal tipo di società che s’intende favorire: o rinserrata in un guscio che si oppone a tutto ciò che le risulta estraneo, oppure aperta e orientata a un progetto che non ha paura di governare con intelligenza e generosità i mutamenti della sua struttura originaria.
Se l’insicurezza viene da “destra”
6 Maggio 2008
Leggendo molte delle analisi che sono state dedicate alla vittoria elettorale della destra, si ricava che una delle priorità poste dall’opinione pubblica all’attenzione della politica è quella della “sicurezza”. La destra ha vinto, si dice, perché i cittadini non si sentono sufficientemente protetti, perché si respira un clima d’insicurezza e per questo motivo essi tendono naturalmente a premiare quelle forze che ci vorrebbero far credere di poter risolvere con più energia e drasticità il problema.
Qual è il modello che sostiene un’argomentazione di questo tipo? L’insicurezza qui è compresa a partire da uno schema banale. Da un lato ci sarebbero i cittadini probi ed onesti, ovviamente del posto, dall’altro una massa informe di alieni, arrivati da altri paesi. La minaccia – ciò che fonda e motiva il sentimento dell’insicurezza – scaturisce dunque sempre dall’esterno, ha una radice che è stata trapiantata qui grazie ad un mutamento che la naturale evoluzione del carattere locale avrebbe senz’altro escluso, e dunque deve essere estirpata sottolineando ed enfatizzando ancora di più la differenza tra “noi” e gli “altri”. Che siano per l’appunto i partiti di destra a potersene occupare è un’opinione diffusa. Ma la faccenda si complica quando la radice di questa insicurezza non solo non è prevalentemente riferibile all’esterno, ma è disponibile in una versione per così dire “fatta in casa”, indigena, o addirittura di “destra”.
Il recente caso di Verona, il pestaggio di un ragazzo per mano di un gruppo di balordi affiliati o comunque vicini ad un gruppo di neofascisti, e le indagini che hanno portato a scoprire una vasta presenza di neonazisti nel meranese, ci portano a considerare con preoccupazione proprio questa e altre contraddizioni. In che modo la destra può prevenire il pericolo che viene dalla propria estremità? E se qui da noi, poniamo, è la destra “italiana” a richiedere che si effettui una vigilanza esplicitamente rivolta a contenere il fenomeno dell’estremismo di destra “tedesco”, in che modo sarà possibile arginare il sospetto che si tratti di una mossa inopportuna o addirittura “a senso unico”, cioè facilmente strumentalizzabile da chi non aspetta altro per rianimare vecchi pregiudizi e vittimismi?
In realtà, quella della sicurezza non dovrebbe mai diventare una questione in grado di consentire (anche involontariamente) una polarizzazione: coinvolgere un gruppo rispetto ad un altro. Un tema così delicato deve essere affrontato mantenendo con saldezza un orientamento comune e quindi responsabilizzando l’intero tessuto della società.
É solo una battuta
30 Aprile 2008

Ma certo. È solo una battuta. Come se ne dicono tante. Tipo “fucili caldi”, “trencentomila martiri” eccetera eccetera. Ormai c’abbiamo fatto il callo.
Ieri “primo giorno di scuola” per i neoeletti al Parlamento. Gustoso siparietto (come si dice nel gergo del più squallido giornalismo) alla buvette con Giorgio Holzmann: “Con Alemanno abbiamo preso Roma una seconda volta dopo il 1922… È solo uno scherzo: non scrivetelo”.
Altre spigolature:
Michaela Biancofiore si rifiuta di farsi fotografare insieme a Manuela Di Centa, che le ha rubato il “posto” di comando nella sua “terra”.
Siccome per formare al Senato un gruppo autonomo ci vogliono dieci senatori, gran lavoro di Totò Cuffaro (avvistato con un vassoio di cannoli) per dare vita alla seguente accozzaglia: i tre senatori SVP, i tre senatori UDC, un valdostano, Claudio Molinari (da Trento), Emilio Colombo e… Belzebù (Giulio Andreotti). Auguri.
Intanto, a Bolzano, Elena Artioli ha passato il Rubicone. Non è più “italiana”. La SVP s’interroga sulla carta dei “mistilingue”. Effettivamente l’identità dei “mistilingue” è sempre stata problematica, sfuggente. Vederli come carte non è poi male. Una carta ha due facce, se non va bene una basta girarla e voilà, tutto si mette a posto. Che tristezza.
P.S. Importante smentita della Biancofiore [leggi]. Meno male. Eravamo molto preoccupati.
Il Presidente-stopper rilancia il gioco
29 Aprile 2008

Per usare un’immagine calcistica – forse un po’ irriverente, ma facilmente comprensibile – possiamo dire che nella sua breve visita bolzanina, il Presidente Napolitano si sia comportato come un autorevole stopper. In antichità (anche il calcio ha la sua antichità) questo ruolo fu introdotto dopo la modifica della regola del fuorigioco, allorché si trattava di avere a disposizione un terzino centrale (chiamato poi per l’appunto “stopper”) in grado di contrastare il centravanti avversario. Popolarmente associato all’immagine di un atleta deciso e un po’ rude, colui al quale si lascia talvolta l’incombenza di “spazzare” l’area di rigore sbrogliando situazioni pericolose, talvolta questa maglia è stata però indossata anche da calciatori dotati di grande eleganza (pensiamo a figure come Giacinto Facchetti), abili cioè sia a costituire un baluardo difensivo, sia a proporsi “in avanti”, iniziando la fluidificante realizzazione di trame buone a rilanciare il gioco.
Certo, l’incontro di ieri non aveva le caratteristiche di una una partita dai toni accesi, in campo non erano presenti insomma veri e propri “avversari” – anche se talvolta i rapporti tra Stato e Provincia possono risultare conflittuali –, bensì persone consapevoli che l’ulteriore progresso di questa terra può nascere dalla riduzione delle occasioni di attrito e dalla creazione di progetti che sappiano mediare gli interessi e le esigenze di tutte le parti.
E proprio questo è l’aspetto, per nulla retorico, che merita di essere evidenziato. Una volta driblate o rinviate le questioni più spinose esposte da alcuni contestatori (grazia agli ex attivisti, protesta degli scontenti nazionalisti, malumori degli ecologisti No-Tav), il Presidente-stopper, dicevamo, non si è limitato a definire e difendere con rigore la sua area istituzionale e la propria funzione di “contenimento”. Il passaggio più propositivo, tra i discorsi fatti, è stato senza dubbio quello relativo alla necessità di calibrare una ricetta di successo (qual è l’autonomia) su innovazioni che in primo luogo devono essere discusse e condivise da tutta la popolazione locale. Una volta assicurata la tenuta di un “sistema” che poggia su solide garanzie nazionali (qui ha fatto benissimo Napolitano a ribadirlo) e internazionali, la responsabilità di adeguare la cornice di norme “speciali” alle sfide del futuro va attribuita alla collettività degli altoatesini e dei sudtirolesi, rimessi per così dire ad un destino di reciproca tutela e valorizzazione delle differenze che paradossalmente (ma è un paradosso apparente) alla fine li uniscono.
Se esistono nodi irrisolti, questo il nocciolo del messaggio presidenziale, si potranno sciogliere soltanto usando entrambe le mani.
Ad onor del vero:
Ad onor del vero questo mio editoriale sulla visita presidenziale non corrisponde a tutto quello che penso. Ci sarebbero cioè un paio di notarelle da aggiungere al margine, ma la “consegna” era: mira al sodo e soprattutto metti in luce quello che è positivo. Siccome di positivo ce n’era, non mi sono sottratto. Però adesso le note le metto:
1. Oscar Ferrari ha messo il dito nella piaga. Facchetti era uno stopper? Secondo me era, è stato anche uno stopper. Ma attendo con trepidazione pareri più fondati del mio.
2. http://villanders117.blog.lemonde.fr/2008/04/29/stopp-bbt/
3.http://riccardodellosbarba.wordpress.com/2008/04/29/tunnel-faccia-a-faccia-con-napolitano/
Eterogenesi dei fini
23 Aprile 2008

È un vero peccato che gli Schützen abbiano deciso di disertare l’appuntamento con il Presidente della Repubblica. In una nota i cappelli piumati fanno sapere che questo incontro “non s’ha da fare” perché la prima carica dello Stato ancora non si è decisa a concedere la grazia agli attivisti degli anni sessanta che si trovano in esilio. Quindi non hanno perso l’occasione per ribadire che il successo dell’autonomia si deve anche e soprattutto alle bombe di quel periodo, da loro eufemisticamente definite “unkonventionellen Mitteln” (mezzi non convenzionali). Siamo insomma alla solita tiritera. Gli Schützen (e fortunatamente pochi altri) sono convinti che l’esercizio della violenza sia stato indispensabile. È invece appurato che l’autonomia è arrivata non “grazie”, ma “nonostante” le bombe (come insegna da tempo lo storico Steininger). Del resto, chi decise di riccorrere alla violenza non pensava certo all’autonomia come auspicabile soluzione della questione sudtirolese. Rimane la domanda: l’autonomia sarebbe arrivata - così come è arrivata e nei tempi con i quali è arrivata - anche senza le bombe? Fare storia con i contrafattuali è difficile (non è possibile dire insomma che cosa sarebbe successo se non ci fossero state le bombe…). Le bombe ci sono state. L’autonomia anche. Senza dubbio i due fatti sono legati. Ma certamente non secondo lo schema “causa-effetto”. Per toglierci dall’impiccio forse qui ci aiuterebbe la teoria dell’eterogenesi dei fini (formulata per la prima volta da Giambattista Vico), secondo la quale i fini che in un certo senso attraggono e orientano lo sviluppo della storia sono diversi da quelli che gli uomini si propongono per coglierli. Vico era napoletano. Come Napolitano. Chissà: se gli Schützen avessero deciso di incontrare il Presidente della Repubblica avrebbero magari potuto farsi leggere qualche pagina della Scienza Nova gustando insieme “na tazullella e’ caffè”. Forse si sarebbero persino trovati reciprocamente simpatici. E allora si sarebbe potuto riparlare anche della questione della “grazia” (peraltro mai richiesta esplicitamente dai diretti interessati). Eterogenesi dei fini.
Nota: su un blog che è solito citare (e commentare) abbondantemente quanto io vengo scrivendo qui, leggo un’affermazione sconcertante:
i terroristi non vanno graziati pena la delegittimazione dello Stato; a ciò aggiungo che i sudtirolesi sono stati già “abbondantemente graziati” con la concessione di uno Statuto di Autonomia tra i più avanzati al mondo ed il cui obbligo alla sua concessione era - prima che di opportunità politica (nel senso di pacificazione) - solo morale.
Dunque, secondo l’estensore di questa nota (un estensore, faccio notare, che si è più volte autoproclamato “esperto di diritto internazionale”), lo statuto d’autonomia non sarebbe altro che una “concessione” dello Stato italiano, per di più appartenente alla sfera della “morale” e non a quella del “diritto”. Roba da pazzi.
Il Sudtirolo è nostro
20 Aprile 2008

Forse possiamo svolgere un’analisi delle elezioni politiche appena archiviate e provare, in forma di rapidi appunti, a gettare uno sguardo sullo scenario relativo al voto provinciale di ottobre. Molte parole sono state già spese per analizzare la debâcle della Svp e del centrodestra italiano (che in provincia di Bolzano, presentandosi con candidati imposti dalle segreterie nazionali e con una linea strategica a dir poco confusa, è stato punito da un risultato in controtendenza rispetto al resto del paese). Sufficiente attenzione è stata poi dedicata anche al fenomeno di fluidificazione del consenso in direzione di forze (come la Lega o i Freiheitlichen) caratterizzate da posizioni fortemente accentate, talvolta decisamente rozze (per esempio in relazione alla questione dell’immigrazione), ma proprio per questo capaci d’intercettare e di fondere istanze di protesta e rivendicazioni programmatiche ben delineate.
Rimane da esaminare in modo più lucido quanto avvenuto nel campo degli altri sconfitti, tenendo però conto di alcune asimettrie che richiedono distinzioni importanti. Da un lato abbiamo la mancata rimonta del Pd nei confronti del Pdl nella competizione per palazzo Chigi, compensata in ogni caso dall’ottimo risultato in provincia (anche grazie ad un sostanzioso voto transetnico: speriamo l’inizio di una tendenza e non un episodio circoscritto); dall’altro il crollo della cosiddetta “sinistra antagonista”, qui da noi reso più marcato da un’alleanza (quella rosso-verde) che comunque non si riproporrà a livello provinciale, consentendo così ai Verdi locali di riacquistare tutta la loro visibilità e di sfruttare il contributo delle BürgerListeCiviche, una formazione fortemente radicata sul territorio e attraente per tutti coloro che vorranno continuare a contestare il potere assoluto della Svp senza per questo premiare proposte di destra o populiste.
“Südtirol gehört dir, nicht der Svp” era lo slogan, senz’altro azzeccato, utilizzato dai Freiheitlichen nella loro campagna elettorale. Il Sudtirolo è tuo (quindi nostro), non della Svp (o almeno: non “solo” della Svp). Sarebbe bello se un messaggio del genere cominciasse a permeare la coscienza collettiva futura e si caricasse di valenze costruttive, legate quindi ad una declinazione quanto più larga di quel pronome (“noi”). Un Sudtirolo che “ci” appartiene è un Sudtirolo più pluralistico, più aperto, più consapevole della propria ricchezza multiculturale. Un Sudtirolo orientato a interpretare l’autonomia come una mobile cornice di libertà, equità e sviluppo per tutti quelli che vi abitano. Speriamo che le prossime elezioni possano contribuire a crearlo.
Invano il tempo passa
18 Aprile 2008

Anche se le elezioni (quelle politiche) sono appena passate, vorrei tornare brevemente sul tema proponendo un singolare accostamento. Ecco quello che ha scritto un utente anonimo sul forum di stol qualche giorno prima del voto:
Man könnte die Frage auch anders stellen, z.b wählt ihr eine Partei die es auch auf Staatsebene gibt oder nur eine Partei aus Südtirol. Ich oute mich mal, für mich kommen nur Parteien aus Südtirol in Frage (immer), wen weiß ich noch nicht ganz genau, nur dass ich wählen gehe ist sicher.
Ed ecco ora quello che scriveva il canonico Michael Gamper sul Volksbote del 19.05.1921:
Kein Südtiroler darf die Liste der Sozialdemokraten wählen. Bei dieser Wahl handelt es sich nicht um die Wahl zwischen Parteien, sondern zwischen Deutsch und Welsch. Und wie diese Wahl ausfallen soll, darüber müssen alle Südtiroler ohne Unterschied ihrer sonstigen Parteirichtung einig sein. Sie können nur für Duutsch entscheiden.
Ho tratto la citazione del canonico Gamper da un bellissimo libro: Medienmacht und Volkstumpolitik, M. Gamper und der Athesia-Verlag (Studien Verlag). L’autore (benemerito) è Leo Hillebrand. Ecco un suo commento riassuntivo:
Gamper hat das politische Selbstverständnis der Südtiroler nachhaltig mitgeprägt: Er schloß sowohl nach dem Ersten als auch dem Zweiten Weltkrieg kategorisch aus, dass eine effiziente Einforderung von Minderheitenrechten mit einem demokratischen Pluralismus innerhalb der deutschsprachigen Volksgruppe zu vereinbaren ist.
Segnalo queste corrispondenze e questa analisi solo per dare ad intendere che, se tanto mi dà tanto, anche la prossima tornata elettorale delle Provinciali sarà contrassegnata molto probabilmente da un “ritorno a Gamper”. Vero e proprio bastione del cosiddetto Sudtirolo Ideale Eterno.
Volkstumspolitik? Solo letame
17 Aprile 2008
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Personalmente ritengo che ogni tipo di Volkstumspolitik non sia esente dal rischio di cadere in forme di estremismo razzista e xenofobo. Per usare un’immagine un po’ forte ma adatta al tema: la Volkstumspolitik è come un escremento che attira le mosche neonaziste (oppure, anche: un concime dal quale non nascono poi i “fior”, ma che purtroppo rimane quasi sempre solo letame).
In altro modo, dice la stessa cosa Dietmar Larcher nel suo saggio (da me sempre citato) “Heimat - Eine Schiefheilung” (in: AAVV, Fremdgehen, Drava/alphabeta, 2005):
Südtirol erinnert an den Stall des Augias. Auch dieser ein Mythos, aus der Antike bekannt: Der Stall des Augias war so übervoll mit Mist, dass es des stärksten Helden der Antike, des Herkules, bedurfte, um ihn zu säubern.
Ora, purtroppo sembra proprio che il “vento di destra” al quale siamo nuovamente esposti (sia a livello nazionale che a livello locale: ascesa di fenomeni come la Lega e i Freiheitlichen) spinga questo fronte di letame sempre più avanti. E allora abbiamo i naziskin del meranese (fenomeno ahimè fisiologico da quelle parti: sarebbe interessante sentire un commento al proposito di Sven-Odino-Knoll) e il ritorno di personaggi dei quali francamente non sentivamo proprio la mancanza. Tipo Roland Atz, il quale (intervista sul Corriere dell’Alto Adige di oggi) non si vergogna di dire che è pronto a tornare solo se il partito butta fuori Elena Artioli (la quale, sia detto di passata, non dovrebbe aspettare di venir sacrificata su una montagnola di letame: dovrebbe uscire dal partito di sua spontanea volontà!).
Mala tempora currunt, insomma. Una ragione in più per organizzare qualsiasi forma di reazione che non può assumere altro nome che questo: RESISTENZA.
Fazit: se “loro” tornano alle “loro” radici, noi torniamo alle nostre: [QUI]
Il tramonto dell’ambiguità
15 Aprile 2008

Alla fine la metafora le si è ritorta contro. Quel blockfrei, “a mani libere”, o più letteralmente “fuori dai blocchi”, non ha consentito alla Svp di consolidare il proprio ruolo di esclusivo punto di riferimento dell’autonomia e arrestare l’erosione del consenso che l’ha portata, nelle ultime quattro elezioni per la Camera, dal 64,5% (1996) all’odierno 44,3% (peggior risultato di tutta la sua storia e mancata rappresentanza romana degli Arbeitnehmer). Un po’ meglio è andata al Senato (dal 62,2% al 52,9%, sempre considerando le ultime quattro tornate elettorali). Ma anche lì, tanto per dire, la senatrice Helga Thaler-Außerhofer, considerata una “dura e pura”, ha subito nel suo comune di provenienza un’emorragia di ben venti punti percentuali. Adesso è chiaro che dovranno essere esaminati con cura tutti i nodi venuti al pettine.
Allora: perché la Svp ha perso e sta perdendo così tanti elettori? In un sondaggio pubblicato su Südtirol online, e significativamente intitolato “der Tag dannach” (il giorno dopo, come quando si parla di cataclismi) le risposte degli utenti indicavano in ordine decrescente le seguenti cause: arroganza del potere, sostegno al governo Prodi, accaparramento delle poltrone, questione immigrati, carovita. Il quadro che se ne ricava mi pare questo: l’elettorato di lingua tedesca non è più disposto a delegare ad un partito avvertito sempre più come mera struttura verticistica e clientelare le sorti di un’autonomia gestita alla stregua di un’azienda privata. Il fatto che le perdite di voti si siano indirizzate addirittura verso i partiti nazionali (nei contesti cittadini ha chiuso molto bene il Pd) e massicciamente verso la destra populista e xenofoba (nei contesti rurali, dove l’alleanza tra Verdi e sinistra radicale ha probabilmente inibito il popolo delle liste civiche) è il segno, ancorché politicamente contraddittorio, di un crescente bisogno di partecipazione che sale dal basso. Intercettare questo bisogno non sarà facile, anche perché si tratta di capire a cosa e a chi dare più ascolto (e già questo, dover ascoltare piuttosto che farsi ascoltare, è un cambiamento straordinario).
A questo punto torniamo alla metafora di partenza. Per molti dei suoi elettori la semplice formula “siamo fuori dai blocchi” non è evidentemente parsa convincente o comunque sufficiente. C’è, in essa, un fondo di ambiguità (non stiamo con nessuno, quindi con tutti) che non risulta persuasivo quando si avverte invece l’urgenza di scelte di campo nette e precise. Una volta messa con le spalle al muro, nei prossimi mesi vedremo quale sarà la strada che la Svp deciderà di imboccare e, soprattutto, quali interlocutori vorrà avvicinare per sfuggire all’ambiguità che la sta dissanguando.
E, con una certa preoccupazione, anche qui