W l’Italia

5 Maggio 2008

Nota redazionale: prima delle elezioni avevo notato un articolo di G. Schedereit che parlava dell’Italia. Si trattava di un elogio (sì, tutto sommato di un elogio) pronunciato da un politico “tedesco” e la cosa (visto il clima di denigrazione e di autodenigrazione che prende tutti quelli che s’impegnano in un’analisi della situazione certamente non prospera del Belpaese) mi aveva ovviamente incuriosito. Poi l’articolo (che avevo ritagliato) è andato perduto e per un pezzo non ci ho più pensato. Avendo conosciuto personalmente Schedereit qualche giorno fa, m’è tornato in mente l’articolo e me lo sono fatto spedire. Lo pubblico quindi qui come “testo salvato”. Con un’indicazione: trovo veramente molto bello questo testo, perché esprime lo spirito di quel “abbiamo bisogno di voi…” che chiudeva anche il mio disperato appello in Due Montagne. Buona lettura.

Provincialissimi Specialissimi

 

È stato stimolante andare a Roma ogni tanto, in questi due anni, per scambiare esperienze ed opinioni, non solo sulla propria provincia ma anche sul resto del mondo, italiano e non, con ecologisti da tutta Italia, al Consiglio Federale Nazionale dei Verdi, come delegato dei  VercVerdiGrüne (io li chiamo così, per rispetto delle minoranze), per farsi un’idea dell’evoluzione-involuzione di questa nostra povera Italia.

 

Anche nostra, sì, perchè bene o male rimarrà sempre tale anche per chi sbaglia l’accento (ed altro) scrivendo un intervento come questo. Nostra anche per chi non la considera né patria né matrigna – ma che comunque non chiude gli occhi davanti al fatto che l’Italia, nonostante tutto, rimarrà pur sempre, uno dei più preziosi, e più minacciati, patrimoni comuni a tutti noi europei. 

 

L’Italia così bella e impossibile, minacciata a morte nelle sue splendide fondamenta ambientali, nella sua millenaria cultura anche giuridica, da società civile accogliente inclusiva, da culla dello stato di diritto e della legge uguale per tutti: ora invece tristemente in procinto di ritornare peggior esempio della legge del (tycoon) più forte.

 

E chi lo dice che non si impara mai niente dagli esempi deterrenti, che è meglio lasciar perdere, ormai, lasciar fare a chi „di dovere“, a Bolzano, Trento, Roma ecc.? Mi sembra un atteggiamento da irresponsabili, e di tali ce ne sono già troppi, nella „casta“ politica. Come troppi sono gli indicatori internazionali che vedono l’Italia fanalino di coda in Europa:

 

Corruzione, criminalità organizzata, incertezza del diritto (e della pena), precariato, conflitti d’interesse, scempi ambientali, inefficienze nei servizi pubblici, partitocrazia con privilegi da record, depressione demografica, TV ed altri media ad infimi livelli di libertà qualità ecc.

 

Siamo in 58 milioni cittadini a sapere esattamente dove l’Italia fa acqua, e dove addirittura fa schifo. E noi sudtirolesi, autonomisti specialissimi, dovremmo essere gli unici a bendarci gli occhi, tapparci le orecchie, e pure la bocca? Noi gli unici contribuenti d’Italia a non esprimerci autonomamente, liberamente e, perchè no, altrettanto aspramente come tutti gli altri cittadini della Repubblica sanno all’occorrenza fare, su quello che si fa e si disfa a Roma anche a nome nostro, con i soldi anche nostri, con le istituzioni anche nostre, con la Costituzione anche nostra ?

 

Perchè solo noi dovremmo continuare a delegare tutto? Per convenienza? Ma quale convenienza: non ne vedo alcuna nel rinunciare ad informarsi, e a farsi sentire, da cittadini al 100 % e non allo 0,7 %!  Sui problemi più pressanti, a partire dal potere d’acquisto, in un mondo globalizzato, in questa nostra Europa che, bene o male, di fatto (e mi dispiace per Eva Klotz e Donato Seppi) non conosce più frontiere .

 

Le sfide più importanti, che sono sempre anche le più interessanti, i problemi che assillano l’Italia, minacciano anche noi ed il resto d’Europa. E certamente non sono risolvibili in un’ottica ristretta a una lobbying provinciale che più provinciale non si può.

 

Ma chi lo dice che noi, ed il resto d’Europa, non avremmo più niente da imparare dall’Italia, nemmeno in positivo ? Di solito, ci si limita alla cucina, al calcio, alla moda a al design. Si tende invece a tralasciare altri punti forti che ancora caratterizzano questo paese, per esempio la generosità nel volontariato, la cultura della pace, della vita (contro la pena capitale); le leggi-modello per l’integrazione dei più deboli nel mondo della scuola e del lavoro, per es. dei bambini diversamente abili (specialmente rispetto ai paesi di lingua tedesca). In questi campi, l’Italia non è seconda a nessuno, in Europa.

 

Questi ed altri lati positivi, oltre a quelli negativi menzionati prima, mi impediscono di condividere quello che mi sembra un  supremo, irresponsabile disinteresse per i destini di quest’Italia, molto diffuso nella nostra Provincia, riscontrabile anche - e questo mi dispiace molto - tra i VercVerdiGrüne.

 

Una forte non-curiosità, diciamo, cioè l’esatto contrario di quella qualità vitale di cui più abbiamo assoluto bisogno, per un futuro produttivo di questa nostra euregio privilegiatamente trilingue.

 

Poca voglia di conoscere condividere concordare: un atteggiamento, verso i travagli nazionali, tra l’impotenza il menefreghismo e la sufficienza, una certa indulgenza, se non addirittura rassegnata subalternità, rispetto alle inveterate pratiche verticistiche della partitocrazia in genere, quella ormai odiata dalla grande maggioranza degli italiani, la casta di politici professionisti senz’altro la più discreditata dell’Europa occidentale; una rassegnazione, per quanto riguarda la politica nazionale ed i livelli decisionali romani, rinunciataria “a prescindere”, mi è sembrato, tendente a delegare ad altri, a Trento od altrove (al limite anche per sette legislature), se non di fatto ai vari partiti specializzati in lobbying etnocentrica, l’esercizio della propria cittadinanza italiana ed europea, della propria piccolissima parte di (cor)responsabilità per gli enormi problemi e le grandi sfide della res publica.

 

Tanto noi siamo solo provinciali, provincialissimi specialissimi. Tanto vale deresponsabilizzarsi, chiamarsi fuori dal resto del paese, da problemi più grandi di noi e della nostra provincia, provare a fare lo struzzo, o ad immergerci in apnea, di fronte all’impegno, certo immane, di decifrare utilmente la cultura politica dei nostri vicini di casa, quando invece ci sono tanti altri paesi, magari molto più lontani, dove questa ricerca sembra molto meno “ingrata”, o no?  

 

Dispiace riscontrare questa non curiosità non solo in certi esemplari dell’ homo sudtirolensis, o bauzanensis, affetti da “Obrigkeitshörigkeit”, o dall’eterno impulso a correre in aiuto ad un’autorità (si spera vincente) più grande di noi, ma purtroppo anche in chi era chiamato, nel nostro piccolo, a rappresentare: sinceri teorici della interetnicità e dell’interculturalità (alla quale sarebbe dedicato proprio questo quest’anno 2008 ) ma spesso, a modo tutto nostro, tutto sudtirolese, non meno provinciali ed “ombelicocentrici” di altri, per quanto riguarda l’interesse per i destini dell’Italia.

 

Non me la sento di rappresentare più chi non sembra capace di quel minimo di curiosità e di empatia per i vicini di casa, del Sud come del Nord, che serve, nell’Europa del 21° secolo: serve per l’arrichimento professionale ed umano, e serve per le preoccupazioni anche gravi, che possono destare una regressione, non solo economica, dell’Italia. Uno Stato che comunque, anche se per ipotesi non ne facessimo parte, rimarrebbe, con la sua capitale, quello più vicino a noi, tra i quattro più grandi dell’Unione Europea.

 

E infine: chi se non noi dovrebbe ricordarsi che l’Italia vanta un pedigree storico da trendsetter politico-ideologico di prim’ordine, nel bene e nel male? Anche per questo motivo è da prendere sul serio, da scrutare sempre con grande attenzione, come uno sismografo, per il bene comune nostro e dell’Europa. E non solo in tempi di elezioni politiche.

 

Georg Schedereit

 

Attori, senza volerlo

4 Marzo 2008

“Vi sono due modi di sentire la vita. Uno come attori, l’altro come spettatori. Io, senza volerlo, mi sono sempre trovato fra gli attori. Sempre fra quelli che conoscono più la parola dovere che quella diritto. Tutta la mia educazione, fin da ragazzo, mir portava a farmi comportare così. Ed anche ora, di fronte allo scempio della Patria, dei nostri focolari, delle nostre famiglie, io sentivo che era da codardi stare inerti e passivi.”

Pietro Benedetti, ebanista, prima di essere fucilato nell’aprile 44.

Note al margine

26 Febbraio 2008

Serve una didascalia?

Scrivo questo post (un post un po’ di servizio) solo per comunicare qualche breve notizia (note al margine, appunto).

1. Ieri sera c’è stata la presentazione del bel libro della Zendron. Erano presenti anche Sergio 7 (finalmente ci siamo conosciuti) e Lucio Giudiceandrea, col quale sono andato a mangiare una pizza. Lucio chiedeva una cosa che merita un breve commento: che fine fanno tutti questi articoli e questi commenti se, con l’avanzare delle pagine, non è più possibile recuperarli senza doversi scartabellare tutto il blog? Non ho risposte molto incoraggianti da dare. Direi comunque che le cose sono due: 1) bisogna avere una buona memoria (magari servendosi dell’aiuto - invero non eccellente - delle “categorie”, oppure dei “mesi”); 2) bisogna confidare che la permanenza online dei contributi sia garantita dal funzionamento complessivo della rete (digitando per esempio su google “SegnaVia”, “Étranger” e una parola chiave si risale abbastanza facilmente all’articolo).

2. Vedo che il thread “filosofico” continua a tirare. Per agevolarne e rinfrescarne l’accesso lo linko anche qui:

http://segnavia.wordpress.com/2008/02/19/le-parole-e-le-cose/ 

3. Ho già inserito nel blogroll l’indirizzo del blog di Susanne. Ne approfitto per segnalare un “testo salvato” (da lei) che scrissi molto tempo fa. Si tratta di un breve racconto (proprio così: una mia rarissima prova letteraria) che ha una storia curiosa. La racconto brevemente.

Scrissi quel pezzo per un giornalino bilingue che non ha avuto invero molta fortuna (si chiamava 360°). Scrivendo, insomma, io avevo la sensazione che nessuno leggesse quello che poi sarebbe stato pubblicato. Così (senza pensarci su due volte) mi misi a comporre questo raccontino traendo spunto dalla mia esperienza personale. Coinvolsi però anche un’altra persona (la protagonista del racconto) pensando che mai e poi mai avrebbe letto l’articolo (articolo che comunque non era affatto offensivo. Anzi). Mi sbagliavo. Probabilmente era vero che nessuno leggeva quello che scrivevo, ma guarda caso l’unica persona che forse non avrebbe dovuto leggere il pezzo lo lesse. E si arrabbiò tremendamente.

Il racconto si chiama “Mimosa” e lo potete leggere [QUI].

4. Leggo sul Corriere dell’Alto Adige: Siluro per Holzmann, An candida Urzì. Gli uomini vicini al parlamentare lasciano la riunione del coordinamento. Anche Mitolo infuriato con la maggioranza.

Ieri sera, dopo aver salutato Lucio, sono andato a prendere la mia macchina che avevo parcheggiato di fronte alla libreria Cappelli (dietro al Monumento alla Vittoria). Proprio a due passi, c’erano Holzmann e Mitolo che parlavano. Il senso di mestizia era palpabile. Più in là un gruppetto di persone, tra le quali ho riconosciuto Sigismondi. Poi Mitolo ha salutato Holzmann (senza stendere il braccio romanamente, avrà pensato che non era davvero il caso) e un po’ a fatica è entrato nella sua macchina, parcheggiata proprio accanto alla mia. Ha fatto retromarcia molto prudentemente e altrettanto prudentemente è partito.

Nodi da sciogliere

11 Febbraio 2008

Nodo 

In vista delle prossime elezioni, all’orizzonte mi sembra ci siano due nodi da sciogliere. Il primo (più interessante) riguarda la strategia che verrà adottata per il collegio uninominale al Senato nella circoscrizione elettorale della Bassa Atesina. Tommasini (leggo le sue dichiarazioni sull’Alto Adige di oggi) afferma che esisterebbe la possibilità di dar vita ad un accordo in grado di coinvolgere PD locale, PATT e SVP. Cito: “Se davvero venisse avanti il patto regionale, anche con il PATT e le forze trentine, per avere un gruppo di senatori tenuti insieme dal progetto di un’autonomia di dimensione sempre più europea, che va difesa ma anche aggiornata… potrebbe essere la svolta nei rapporti tra Bolzano e Trento”. Mi chiedo. Quanto è plausibile che si realizzi una svolta del genere? Io sono un’ottimista della volontà (cioè mi sforzo di essere ottimista), ma ora come ora non riesco a credere che questi soggetti siano disposti a fare un autentico sforzo in questa direzione, pensando dunque più in termini di sfide future e di progetti innovativi, piuttosto che dedicarsi al calcolo minuto delle convenienze immediate e al solito lavoro di ritagliare il contorno delle proprie specificità (cfr. il mio editoriale di sabato).

Il secondo nodo da sciogliere (per me meno interessante) riguarda il nome del candidato che dovrebbe essere espresso dal neo-formato cartello elettorale intitolato PPL (Partito del Popolo della Libertà). Qui assistiamo ad un’accanita lotta per la poltrona tra AN e Forza Italia. Per comprendere la pochezza di una simile disputa rimando però ad un ennesimo “testo salvato” (un articolo scritto qualche anno fa), anche stavolta frutto della collaborazione tra me e il mio fraterno amico Loiny.

Il disagio e la clessidra

Carnevale

5 Febbraio 2008

Vista l’occasione, recupero un testo scritto qualche tempo fa e pubblicato sul defunto periodico bilingue “360°”

Scene pietose oggi pomeriggio a Bressanone, per il cosiddetto Giovedì grasso. Davanti all’Università un poliziotto teneva fermo un ragazzo (credo sedicenne) torcendogli un braccio e cercando di schiacciarlo sulla volante. Il ragazzo, evidentemente ubriaco, biascicava una frase del tipo “io zono il tetesko… io zono il tetesko”. E il poliziotto, che non riusciva ad immobilizzarlo come avrebbe sperato, ripeteva “stai zitto… stai zitto… stai…”. Un gruppo di coetanei del ragazzo si godeva intanto la scena a due metri di distanza. Altri curiosi facevano altrettanto, ma tenendosi prudentemente alla larga. Qualche metro più avanti, sotto la Porta Sole, due ragazze disturbavano i passanti chiedendo se avrebbero potuto pitturare loro il viso di nero. L’unico ad accettare un indiano, già parecchio scuro di suo. Altri ragazzi, travestiti da clown, giravano ubriachi con parrucche rosse e verdi in testa e berciando canti goliardiaci. Pochi bambini, tenuti per mano dai loro genitori come cani al guinzaglio, sfilavano in qua e in là, chi conciato da fatina, chi da pirata, chi da zorro. Mancavano gli Schützen. E poi la desolazione sarebbe stata completa.

Due montagne

16 Gennaio 2008

Franz Kine, poem

Quando mi sono messo a scrivere questo blog ho deciso di non trapiantarvi nessun contributo pubblicato su [BBD]. Il motivo era duplice. Da un lato mi piaceva vedere quell’esperienza come conclusa, congedando dunque tutto quello che vi avevo prodotto come si farebbe con i vecchi mobili di un appartamento che non si abita più. Dall’altro ho cominciato a capire che l’esistenza autonoma di [SegnaVia] era in realtà la naturale prosecuzione dell’omonima rubrica di [BBD], quindi non valeva la pena selezionare e duplicare un numero imprecisato di pagine.

C’è un piccolo mobile, un piccolo testo, però, che adesso sento di non poter lasciare laggiù. La sua composizione è stata lenta, stratificata, poi, nella parte finale, improvvisa. La prima parte (quella lenta e stratificata) l’ha scritta Loiny, il fiume sotterraneo di [BBD], che qui non è ancora comparso. La seconda l’ho scritta io, cominciando oscuramente a comporla in un primo abbozzo [questo] quasi trasognato, gassoso, e poi, come dicevo, condensandola rapidamente, non appena la versione finale, levigatissima, del testo di Loiny mi è giunta via mail. In questo piccolo scritto, a mio avviso, è contenuto tutto il passato e tutto il futuro di quello che abbiamo detto e diremo. Il passato e il futuro, ché il presente (se ne accorgerà chi lo legge) lì propriamente non sussiste, abbracciando e sconfinando da ogni lato la realtà che ancora ci imprigiona.

Fra parentesi (e lo dico con grato stupore) i temi toccati da questo testo sono in un certo senso gli stessi che Hans Karl Peterlini ha evocato nell’intervista che ho pubblicato qualche giorno fa [leggi]. Anche lì si parlava della frantumazione dei grandi racconti, dei grandi miti, in racconti più piccoli. Anche lì si parlava di mitologie e di strategie per il loro superamento. Una sintonia impressionante, devo dire.

Il testo del quale sto parlando è Due Montagne.